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“Fuori campo” è fuori tema?

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Rosanna Conte

 

La discussione sul fuori tema (leggi qui e qui) non pare abbia prodotto convergenze di opinioni.
Io non penso di avere una soluzione condivisa, ma pongo qualche interrogativo.

Ponza racconta è un punto di riferimento per ponzesi e non che sono interessati all’isola da tutti i punti di vista, dalla storia, alla geologia, alle piccole vicende quotidiane, ai grandi problemi infrastrutturali, agli eventi, agli isolani che ci lasciano per sempre, agli usi e costumi dei nostri nonni e bisnonni…
In questo contesto di interessi è opportuno o meno inserire tematiche che non abbiano legami con l’isola?

Alcune delle risposte hanno suggerito giustamente che una trattazione è corretta quando è coerente col punto di vista che la esamina e se il punto di vista è di un ponzese di oggi, perché non dovrebbe essere valutata come aderente allo spirito di Ponza racconta?

Del resto le informazioni che oggettivamente non attengono all’isola non è detto che siano del tutto estranee agli interessi degli isolani anche se possono risultare gradite solo ad alcuni dei nostri lettori.

E’ forse stucchevole affermare che l’arricchimento delle conoscenze che apporta la discussione su tematiche altre, consente di avere più strumenti per leggere la realtà in cui si vive, ma da sempre lo scambio fra il dentro e il fuori, tra chi resta e chi va è stato il lievito del cambiamento e, data la situazione in cui versa Ponza, non credo che sia giusto togliersi la possibilità di parlare di esperienze, culturali e non, fatte fuori dall’isola.

D’altro canto, Ponza racconta non può restare ancorata solo ai ricordi o alla riscoperta di un passato che con l’oggi non ha più alcun legame, perché sarebbe destinata ad un’implosione che non ci auguriamo, e trattare problematiche più vaste è un’esigenza di tanti lettori, ponzesi e non, che ne hanno dato testimonianza con i loro interventi.

***

E’ una tiepida serata di aprile e, dopo aver attraversato i vicoli del centro storico di Napoli, giungo al luogo dell’appuntamento, un antico palazzo situato in una stradina piuttosto buia. Un faretto esterno ed un gruppetto di ragazzi che discutono, mi indicano l’ingresso.

Vado a alla proiezione di Fuori Campo, un film di Sergio Panariello, prodotto da Figli del Bronx, Compare/Mammut e OsservAzione, con il sostegno di Open Society .

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Devo salire al terzo piano e poiché non funziona l’ascensore, mi accingo ad affrontare le rampe guidata da un ragazzo che trasporta a braccio una pila di sedie.
Nella sala ancora semivuota, noto Luigi che parlotta in un angolo con un bel ragazzo alto e bruno.

Mentre prendo posto giungono i miei amici e Silvana, la mamma di Luigi, dopo avermi salutata, si accosta al figlio ed abbraccia e bacia il suo amico.
Una volta seduta accanto a me mi dice, indicando il giovane: E’ Sead!

Sead Dobreva

Sead Dobreva

Vorrei chiederle chi sia, ma entra una giovane donna, Francesca Saudino, coordinatrice del progetto Fuori Campo che ha ideato il documentario in proiezione, e dà il via alla serata.
Ma cosa vuole indicare il titolo Fuori Campo?

Nel linguaggio cinematografico è tutto ciò che non è inquadrato dalla macchina da presa e, qualora pensassimo ad un tema specifico, è una tematica che non viene trattata, sfugge al punto di osservazione della nostra società e pertanto non viene veicolata dai mezzi di informazione.

Bene, la tematica in discussione nel nostro documentario è la vita di quei rom che, come gli altri cittadini, abitano in case normali e battagliano tutti i giorni fra il lavoro, i figli, la scuola, perché bisogna sapere che dei duecentomila rom residenti in Italia, quarantamila vivono in abitazioni di fortuna, dalle baracche ai containers, ai centri di accoglienza; i rimanenti centosessantamila vivono in case come tutti gli altri cittadini.

Eppure, quando sentiamo parlare dei rom, nel nostro immaginario scatta l’idea dello zingaro che vive accampato ai margini della città e si dedica a ruberie, a traffici illeciti o all’elemosina. Un individuo non inserito nella nostra società, di cui aver timore.

Mai ci vengono mostrate immagini dei rom integrati che sono la maggioranza e i nostri media non ne parlano, come se non esistessero, per cui restando fuori dal nostro campo visivo, restano fuori anche dal nostro immaginario.

Il documentario, frutto di una ricerca svolta in tutta Italia, vuole smontare proprio questo classico stereotipo che blocca il discorso sui rom ad una questione di controllo sociale da rendere più efficace concentrandoli in campi che nel migliore dei casi sono anche attrezzati.

Le storie di Sead Dobreva, Kjanija Asan, Leonardo Landi, Luigi Bevilacqua che abitano a Rovigo, Bolzano, Firenze e Cosenza ci fanno comprendere che la condizione più diffusa tra i rom non è il nomadismo. Luigi, a Cosenza, dove ha una casa ed un lavoro, si fa carico di stimolare l’amministrazione a costruire case popolari per rom e non rom secondo una graduatoria di necessità. Il suo discorso è chiaro: per riuscire a conquistare dei diritti devi essere democratico, più democratico di loro, cioè di chi amministra.
Kjanija, ha due figlie e cerca una casa più grande, Sead, delegato sindacale, si batte per mantenere i posti di lavoro nella sua fabbrica.

Luigi Bevilacqua

Luigi Bevilacqua

Il concetto intorno al quale si ragiona nel documentario è che qualsiasi campo, anche se costruito e attrezzato nel miglior modo possibile, è luogo di ghettizzazione. L’integrazione dei rom passa attraverso la stanzialità abitativa e, come dice Sead in un’intervista, “ci vogliono delle strategie diverse che includono le persone nella società attraverso una responsabilità reciproca e non di sussistenza”. Non perché si è rom, si deve vivere in accampamenti. E il documentario vuole suggerire agli amministratori di aprirsi ad azioni che spingano i rom a diventare cittadini veramente autonomi.

Parte degli attori è in sala ed è disponibile al dialogo con gli spettatori al termine della proiezione. Modera Francesca Saudini, di professione avvocato, che dal 1997 segue le problematiche dei rom, ha fondato alcune associazioni e, adesso, è molto soddisfatta di quest’ultimo prodotto del suo impegno.

Sead è invitato a narrare la sua storia.

Nato a Pristina, in Kosovo, dove il padre – e in seguito alla sua morte, la madre- commerciava nel campo dell’abbigliamento e aveva una casa di proprietà, ancora adolescente, nel 1996, per lo scoppio della guerra, fu costretto a partire con la sua famiglia, dirigendosi verso Napoli dove c’erano già dei parenti che vivevano nel campo di Scampia.

L’arrivo al campo fu traumatico per Sead: doveva vivere in una roulotte e di giorno, dalle 8 alle 17, doveva andare a chiedere l’elemosina al Vomero perché, come gli spiegarono anche gli altri ragazzini, era l’unico modo per vivere onestamente.

A 14 anni imparò a leggere e a scrivere grazie ai volontari che si recavano al campo e per Sead iniziarono i rapporti con un mondo diverso che lo spinse ad uscire dalla rassegnazione passiva a quel tipo di vita. In seguito, quando il campo fu attaccato da coloro che volevano vendicare una ragazza uccisa da un automobilista rom, insieme ai volontari si recarono al campo a sostenerli e a dare loro solidarietà, altri ragazzi italiani. Per Sead si aprirono nuovi orizzonti: aveva amici che lo trattavano alla pari e lo presentavano anche alle loro famiglie. Fra le nuove conoscenze c’era Luigi che svolgeva la sua attività di volontario insegnando ai giovani rom a suonare la chitarra.

Sead iniziò a seguire corsi di scrittura, sia allo Ska che alla Cgil, partecipando a dibattiti sulla questione Rom. A 16 anni partecipò a un corso del comune di Napoli e della Gesco per diventare mediatore culturale, qualificandosi assieme ad altri 15 ragazzi di diverse etnie per aprire la cooperativa Casba mediatori culturali al centro Direzionale. Iniziò, così a lavorare all’inserimento scolastico dei bambini rom nelle scuole di Scampia e Secondigliano e a progetti per i ragazzi detenuti nel carcere di Nisida.

Ma l’impegno di Sead si rivolse anche alla legalità nel campo e denunciò con altri le famiglie che avevano rapporti con la malavita. E per questo fu sparato..

So che lo aiutò, Luigi, il figlio della mia amica che lo portò in ospedale dove lavorava il padre, Salvio.

Dopo questo episodio i suoi familiari volevano andar via da Napoli, ma lui, che si sentiva un rom napoletano, rifiutò e per evitare altre aggressioni si trasferì dal campo di Secondigliano (dove con altri era stato trasferito dopo l’incendio al campo di Scampìa) al Vomero dove dormiva nei giardinetti. Quando capì che il Comune non avrebbe potuto far nulla per aiutarlo, decise di trasferirsi a Milano dove rimase per 6 mesi in un campo rom. Quando poté incassare i suoi guadagni per il lavoro svolto a Napoli, in società con 38 suoi familiari comprò una casa.

Oggi Sead lavora in fabbrica dove è delegato sindacale e dedica un po’ del suo tempo al volontariato, ha una casa tutta sua ed una famiglia con cinque figli.

 

P.S.
E’ un fuori tema? La rielaborazione delle informazioni è sempre personale perciò sarà chi legge a deciderlo per sé.

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