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Una nuova speranza (1)

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di Francesco De Luca
Alba sulle Ponziane

 

E’ dal 2009 che dimoro ininterrottamente a Ponza e posso testimoniare che la vita sociale ha subìto un peggioramento e che il fenomeno perdura. La vita sull’isola di anno in anno perde vivacità dimostrando i sintomi dell’agonia.

Sto riflettendo su questa evidenza per cercare di trovare all’interno della quotidianità sociale segnali che possano offrire nuova speranza alla socialità e opporsi al pessimismo. Sentimento questo più volte espresso da me sul Sito, e ritenuto conseguenziale allo stato presente. Purtuttavia mi costringo ad una analisi ulteriore, e procederò per capitoli.

Capitolo I° – Lo stato di fatto

Il primo passo da attestare è l’impressione, espressa sopra, di una vita sociale isolana agonizzante. L’impressione si fonda su quanto si va dispiegando nel periodo da ottobre a giugno. Rimane fuori il periodo estivo perché in esso tutto il procedere delle cose è finalizzato all’attività turistica che, forzatamente, agita e vitalizza l’intera realtà isolana. In modo posticcio e precario e, peggio, inautentico.

Ancora una distinzione va evidenziata. La vita sociale isolana rimane divisa nelle due comunità: quella fornese e quella del porto.
Per quanto i fenomeni sociali siano identici le due comunità li interpretano in maniera differente.

Prendo ad esempio lo spopolamento coincidente all’inizio dell’autunno. Esso comporta la chiusura degli esercizi commerciali legati al turismo. Rimangono aperti quelli che trattano beni e servizi essenziali. Per i negozi alimentari e per le attività di ristorazione avviene un’autoselezione: quelli che ritengono di non avere una clientela nei residenti chiudono.

A Le Forna, dove la comunità è più numerosa, rimangono aperti più negozi.
La popolazione adulta, pur patendo l’esigua vivacità economica affronta l’inattività dedicandosi alla pesca e alla coltivazione del giardino. Le attività economiche di produzione si rivolgono alla famiglia.
La gioventù ricerca modi di esprimersi all’interno di sé e all’interno del territorio. La sera sulla Chiesa i gruppi giovanili si vedono e si scambiano relazioni.

La comunità del Porto vive lo spopolamento in modo più drastico giacché la popolazione adulta tende a trasferirsi in terraferma in cerca di maggiori garanzie mediche e di maggior diletto.
Gli esercizi commerciali si riducono enormemente.
Una maggiore vivacità sociale la offre la dislocazione degli Uffici e dunque la presenza, anche se pendolare, degli impiegati.
La gioventù si materializza soltanto al calar delle ombre nei ritrovi notturni in banchina Di Fazio.

Questa distinzione di comportamenti sociali è evidente anche nelle istituzioni. Le due Parrocchie si tengono lontane, le Scuole si differenziano nelle espressioni.

Unisce, nel senso che li avvicina materialmente, la Medicina Sociale, tant’è che il mercoledì al Poliambulatorio, in attesa delle analisi, è un proliferare di saluti, di incontri, di baci, di arrivederci.

Questa impietosa fotografia dello stato di fatto si altera nelle Feste comandate. Negli ultimi anni, tuttavia, le ricorrenze hanno perso in spirito sociale. Rimangono racchiuse nella sfera liturgica e non lievitano la socialità paesana. Niente folclore, niente tradizione, niente vivacità: tutto rigidamente e miseramente chiuso nelle mura del tempio.

Ricorrenze “civili” coinvolgenti tutta la comunità isolana non ve ne sono e quelle che riescono ad imporsi debbono la riuscita alla volontà caparbia di Associazioni e di privati, pittorescamente definite in un recente articolo su Ponzaracconta (leggi qui): il tesoretto di Ponza .

Nel capitolo II° cercherò di offrire una spiegazione a tale “stato di fatto”.

Cala Feola. Tramonto.3

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[Una nuova speranza (1) – Continua]

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