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La bonifica dell’Agro Pontino. (3). ‘Canale Mussolini’, di Antonio Pennacchi

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proposto da Sandro Russo
Antonio Pennacchi vince il Premio Strega

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Sono arrivato tardi a leggere questo libro, anche se più volte l’avevo incrociato: addirittura me lo aveva consigliato Rita Bosso che ne aveva utilizzato l’incipit per il suo racconto: “Matalena” (leggi qui).
Così vanno le cose tra i libri e i lettori: entrambi hanno i loro tempi.

Ma torniamo al libro di Pennacchi che è raccontato come una lunghissima intervista ad un interlocutore immaginario, cui il Narrante risponde (dando del “lei”), di cui anticipa le obiezioni, al quale spiega meglio e sottolinea i punti controversi…
“Cosa fa, ride? Non ci crede?” [fin dall’inizio, a pag. 9 e poi ancora, più chiaramente, a pag. 19; e molte volte ancora nel prosieguo].

L’impostazione colloquiale è strutturalmente interessante; il fatto che di tanto in tanto ricorra, è un avvertimento dell’Autore che discretamente ricorda ai lettori: “Guardate che è un racconto!” (per analogia, allo stesso modo i registi delle nouvelle vague mostravano nel corso delle loro opere e con varie modalità, la natura artificiale di quel che si vedeva sullo schermo: “Non dimenticate che è un film!”).

Perché in effetti la narrazione è fatta dal punto di vista soggettivo da parte di uno dei tanti nipoti Peruzzi, di cui soltanto alla fine si conoscerà l’identità, con un bel coup de théâtre.
È un rampollo di quella famiglia, che ha assorbito, vede il mondo e racconta dal punto di vista dell’ideologia di quegli anni e di quell’ambiente che, come per la maggior parte degli italiani – ma ancora di più per i Peruzzi – era un’ideologia fascista. Per convinzione o per tornaconto personale chi può dirlo: molto spesso i due aspetti si sovrapponevano.

Formalmente il romanzo è strutturato in tre parti, qui di seguito riportate:

I.  pag. 9 – “Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”
II. pag. 137 – “Fu un esodo. Trentamila persone nello spazio di tre anni – diecimila all’anno – venimmo portati quaggiù dal Nord. Dal Veneto, dal Friuli, dal Ferrarese.”
III. pag. 269 – “Quel che più colpì mio zio Adelchi di Addis Abeba quando vi entrò per la prima volta alla testa delle truppe vittoriose subito dietro al maresciallo Badoglio, furono gli eucalipti. “Varda i calìps” disse al suo amico… (…)”

Dovrebbero corrispondere a tre periodi diversi delle vicende dei Peruzzi, ma non sempre è così perché, seppur in questa cornice, il libro procede a salti, come, si sa, funziona la memoria; perciò alcune scene vengono anticipate e poi riprese.

Così per esempio nella bella descrizione del forte legame che unisce il Nonno e la Nonna (pag. 24), quando lui è in punto di morte:
“ (…) E non s’è più alzato, e venti giorni dopo, una sera, lei gli si è seduta a fianco e lui le ha detto: “Come te sì bèa”, e lui poco dopo è morto”.
“(…) e dopo morto se lo è voluto lavare e vestire lei, e il giorno dopo, al funerale, è rimasta impettita per tutta la cerimonia – fino al camposanto – impettita e senza una lacrima. La sera però, tornati a casa, s’è messa a letto e non si è alzata più, e venti giorni dopo è morta pure lei”.
E la stessa scena è ripetuta, con piccole variazioni, a pag. 394.

Vengono seguite da vicino le vicende di una famiglia patriarcale dagli inizi del ‘900 alla fine dell’ultima guerra. Un periodo denso di eventi, tra la lotta per la sopravvivenza (la fame, più volte nominata), l’ascesa e l’affermazione del regime fascista, le due guerre mondiali (oltre alle ‘avventure coloniali’ dell’Italia in terra d’Africa).
Notevole la narrazione della bonifica e colonizzazione dell’Agro pontino, descritte vividamente dalla parte dei coloni veneti (‘polentoni’ e ‘cispadani’) che si erano trovati a interagire coi ‘marocchini’, i locali delle alture preesistenti alla bonifica. Uno sguardo dal di dentro, nella storia e nella vita contadina.

Bei personaggi i Peruzzi, a cominciare dal nonno e dalla nonna, dal carattere deciso, con le durezze e le tenerezze dissimulate, come si faceva in altri tempi; e poi la schiera di fratelli e sorelle, ciascuno col suo carattere, come si esprime nella vita di tutti i giorni, nel duro lavoro dei campi o alle sfide della nuova vita da ricominciare, in un ambiente così diverso da quello di provenienza; ma anche attraverso le tragedie delle guerre, nei campi di battaglia, nelle difficoltà e nel bisogno. E al coro si aggiungono senza forzature i ritratti dei cognati e delle cognate, tra cui, di particolare rilievo, l’Armida, la più bella e misteriosa, moglie di Pericle, il più irruento e ‘fumino’: lei e le sue ‘appi’ (le api che porta giù in un’arnia nel lunghissimo viaggio in treno dal Nord all’Agro pontino).

L’ambiente. Teatro della nuova vita dei Peruzzi è la pianura bonificata di recente di cui il Canale Mussolini’ è l’emblema [è ancor oggi il principale canale di bonifica dell’Agro pontino, rinominato ‘Canale delle Acque Alte’, interposto tra i comuni di Latina e Cisterna di Latina di cui costituisce per un lungo tratto il confine].
All’epoca descritta nel libro ai suoi argini erano disposte file di eucalypti (i famosi ‘calips’), grandi alberi di provenienza australiana con la funzione di assorbire acqua e contribuire a prosciugare i campi; il canale era ricchissimo di pesci e alle sue cascatelle i ragazzini facevano il bagno; intorno ad esso bianchi aironi trovavano rifugio.

L'Agro Pontino 'redento' al 1939

Su quest’Eden ricostruito – come se la lotta per sopravvivere e i guai non bastassero – giunge la guerra (è della Seconda guerra Mondiale che si parla adesso) a travolgere le vite delle persone, gli argini del Canale Mussolini e le città appena costruite.

La lingua usata nel romanzo, coerentemente con l’impostazione generale di “memoria riportata” è per quanto possibile simile alla parlata popolare, colorita nei colloqui con frequenti incursioni nel dialetto veneto di provenienza; è più volte richiamata la tradizione del ‘filò’, l’antica tradizione delle campagne del Nord di raccontar storie, di solito nella stalla, il posto più caldo del casolare, alla luce di una lampada a petrolio.
Altre volte i grandi fatti storici vengono riportati come possono essere stati vissuti dalla povera gente, come nei surreali scambi di battute tra Mussolini e Hitler (in dialetto!) sulle strategie e le valutazioni del grande conflitto; altrove il dialetto veneto torna come ‘tormentone’ ricorrente, nell’imperituro ricordo dell’ingiustizia fondante che ha spinto i Peruzzi ad emigrare: “Maledéti i Zorzi-Vila”…

 

Ma non è ancora finita…

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[La bonifica dell’Agro Pontino. (3). ‘Canale Mussolini’ – Continua qui]

Per l’articolo precedente: leggi qui

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