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Un’isola da far crescere. (1)

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di Vincenzo Ambrosino
Ponza dall'alto. Versante Le Forna

 

Oggi a Ponza non siamo felici ma non è sempre stato così.
Ernesto, Giustino, Giulio, per fare solo tre mitici esempi di ponzesi sono stati felici sulla loro isola, anzi sulle loro isole.
Sono stati felici perché avevano i loro spazi di libertà per vivere. Hanno vissuto in questa isola come si può vivere in un parco giochi, ogni giorno potevano cambiare gioco: la caccia, la pesca, la convivialità, la scoperta, l’avventura, il cicerone, il protettore, l’altruista, il politico, il lavoro erano tutti momenti di vita vissuti come giochi.

Ernesto Giustino e Giulio

I nostri fortunati amici avevano a disposizione l’isola intera e la utilizzavano con fantasia, con passione e secondo una ritualità non assillata dall’affanno del ricatto del denaro, del tempo, dello spazio, della legge come vincolo.

Fino a metà degli anni settanta l’ambiente naturale era vissuto integralmente ma loro erano i dominatori. L’uomo isolano era il padrone della sua isola. Padroni in terra, sul mare, nelle profondità del mare e con un fucile in mano contendevano agli uccelli anche il cielo.

C’era la massima occupazione nell’isola di quel tempo. L’agricoltura, la pesca, l’edilizia, l’artigianato, l’attività marinara e quella mineraria davano da vivere d’inverno e il turismo d’estate integrava tali economie.
A Ponza c’era stabilità economica, intesa come reddito sicuro per tutti e c’era gente d’estate e d’inverno. Le scuole erano piene di ragazzi e ragazze, le chiese erano piene di fedeli, le strade erano piene di ragazzi felici: la vita si svolgeva sotto il ritmo imposto dalle quattro stagioni.

Tutto il territorio era occupato, le colline ma anche tutto il periplo dell’isola era vissuto: c’erano ancora spazi liberi che creavano prospettive di lavoro, di divertimento, di piacere.

Ponza foto panor

Tutti i ponzesi, avevano spazi di libertà, anche i più umili avevano i loro spazi di libertà e quindi di felicità: quello di avere un orto: coltivarlo, “piazzare” liberamente trappole per uccelli, andare a caccia, con un barchetta andare a pescare per procurarsi del cibo, che integrava e completava le dispense di ogni casa, al bar o nelle cantine trovavi degli amici per bere e giocare a carte, avevano dei cinema, avevano un prete con cui non solo confessarsi e soprattutto sapevano il loro ruolo nella società e non avevano tentazioni consumistiche.

Tutto questo non c’è più. Ponza non è più uno spazio libero.

Un giorno “Lupo di Mare” un mio amico noto noleggiatore di barche, ad un giornalista che gli chiedeva che cosa gli ispirasse Ponza, rispose proprio “la libertà“.
Agli inizi degli anni ottanta i primi barcaioli facevano questo mestiere in modo assolutamente spontaneo, libero. Ma anche negli anni novanta le barche venivano pitturate all’aperto, sullo scalo “Mamozio”, oppure quello di S. Lucia.
Mi ricordo che una volta capitai io a dover verniciare una barca sotto Mamozio; dalla Piazza Pisacane si affacciarono i grandi esperti, richiamati da Bebè, l’esperto numero uno, che cominciarono a dirmene di tutti i colori e la cosa durò giorni: era una cosa molto divertente per loro, per me un po’ meno; era il battesimo del principiante che si affacciava ad un nuovo mestiere. Era uno spettacolo la preparazione delle barche da noleggio: si gareggiava per renderle più belle, accoglienti, pittoresche per i turisti.

Ma questa era l’isola: un posto di mare dove ti aspettavi di trovare le barche che dovevano essere verniciate, calafatate, scartavetrate, stuccate; dove c’erano dei pescatori, molto rispettati, che potevi vedere rattoppare le loro reti sulla banchina Molo Musco.
Oggi tutto questo è proibito e tutto deve essere fatto in clandestinità.

Se prima potevi andare nelle grotte, passare tra i faraglioni, avere il brivido di ammirare sdraiato al sole la falesia sopra la tua testa, ora tutto questo non si può più fare!

Se prima, quando sistemavi una trappola, qualcuno al massimo te la sequestrava, oppure ti faceva una bella ramanzina; adesso ti denunciano e ti sbattono sui giornali dicendo che sei un assassino.

Se prima tutti i giorni, con tutti i tempi a tutte le ore potevi andare sotto al tunnel di Chiaia di Luna (meglio con la tua fidanzata) e scendere su quella spiaggia e magari incamminarti e andare nella parte della spiaggia dei nudisti…
Bene, oggi questo te lo puoi solo ricordare con nostalgia.

Chiaia di Luna al tramonto.

Ponza è oggi un’isola che non appartiene più ai ponzesi.
Non appartiene a nessuno; qualcuno tenta di appropriarsene per esempio l’Europa, con Natura 2000, ma sanno solo imbastire una miriade di leggi che vincolano gli spazi di libertà, sanno solo fare ordinanze che limitano movimenti e azioni, governate da istituzioni politiche che non sanno riproporre una nuova convivenza e da istituzioni militari capaci solo a reprimere e mai a prevenire.

E malgrado tutto quello che è avvenuto, i Ponzesi continuano a vivere con la cultura di ieri in un mondo che si è venuto trasformando sotto i colpi di vincoli e leggi che assolutamente noi non abbiamo governato anzi abbiamo fatto finta che queste non esistessero.

Ponza. Arcobaleno.Small

[Un’isola da far crescere. (1) – Continua]

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