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La lezione di De Dolomieu. “Memoria sulle isole ponziane”, tradotto da Giuseppe Massari

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recensione di Sandro RussoCopertina De Dolomieu

 

Abbiamo ricevuto come dono prezioso da Giuseppe Massari la traduzione di sua mano di una memoria datata 1788, di Déodat De Dolomieu (1750 – 1801): “Mémoire sur les iles Ponces”, parte di un’opera ben più ampia dell’Autore, uno dei padri della moderna geologia.

Interno. Copertina

Fatica meritoria la riproposizione di un classico, molto citato ma poco conosciuto, di questo francese dalla vita burrascosa e dalla fine prematura, costantemente spinto dalla curiosità all’intelligenza degli eventi, da illuminista che già inclinava al romantico (vedi Nota in calce all’articolo).

“La Memoria sulle Isole Ponziane” è un piccolo libro centrato sull’attività vulcanica delle isole dell’arcipelago, dalla quale è dipesa la loro origine e le successive trasformazioni che si sono verificate in passato e potrebbero verificarsi ancora in futuro.

Di ciascuna delle cinque isole considerate (nell’ordine in cui l’Autore le ha incontrate partendo da Ischia) – Ventotene, S. Stefano, Ponza, Palmarola e Zannone – vengono presi in considerazione gli stessi aspetti:
1) l’inquadramento generale nell’ambito dei vulcani di questa parte del Tirreno;
2) lo studio dettagliato dell’isola stessa con particolare attenzione agli eventi vulcanici originari, modificati successivamente dall’azione del mare su di essi; inoltre informazioni raccolte dagli abitanti e i nomi delle località come loro li pronunciavano;
3) gli aspetti mineralogici specifici dell’isola e il loro rapporto con quelle vicine;
4) un giudizio sulle certezze, le congetture e uno sguardo sul destino futuro.

Interno Copertina Ital

Nella disamina delle caratteristiche distintive delle Ponziane, De Dolomieu le distingue da Ischia e scrive: “I fuochi di Ischia esistono ancora, essi riscaldano le acque minerali, provano la loro presenza tramite vapori ed esalazioni solforose e calde che provengono da diversi luoghi” (…) “Nelle Isole Ponziane il fuoco che le ha prodotte non esiste più da molto tempo…”

Tracé du contour de l'ile Ponce
Tracé du contour de l’île Ponce
(cliccare per ingrandire)


Su Ponza
: …per facilitare la descrizione di quest’isola io mi riferirei alla somiglianza imperfetta della sua forma con una “i” in carattere italico, di cui la piccola isola di Gavi, distante meno di cento passi, formerà il punto. (…). È evidente che molti crateri hanno concorso alla sua formazione… (…) se ne conterebbero più di venti sulle due coste di questa Isola, poiché tutti i suoi bordi, tanto sul versante esterno che in quello interno, sono sminuzzati da sinuosità semi-circolari.

I materiali che formano l’Isola di Ponza sono svariatissimi, si trovano resti dell’attività vulcanica di tutte le specie: lave, vetrificazioni, pietre pomici, scorie, ceneri, tufi, etc.

Il porto dell’Isola di Ponza si trova nella parte inferiore, nell’interno della parte della “i” fatta a gancio… la punta del gancio della “i” si chiama Punta della Madonna; essa è formata da una specie di tufo biancastro traversato da venature di vetro nero, mescolate con pietre pomici (…)

…i diversi edifici (…) sono graziosi e hanno un effetto pittoresco.
Non c’è un centro di abitazioni propriamente detto: la popolazione è sparsa tra diverse località in tutte le parti coltivabili dell’isola; essa è costituita più o meno di novecento persone, oltre ai centocinquanta uomini della guarnigione a ad uno stesso numero di forzati
 

La Montagna della Guardia la più alta di tutta l’Isola, la più grande, quella la cui base è più estesa, occupa il fondo del porto e si trova precisamente nella coda della “i” (…).

Dopo aver descritto nei particolari i vari versanti del Monte Guardia, inclusa la “Scarupata”, i faraglioni “del Cappello” (attualmente del Calzone muto) e “della Guardia” (ai due lati al piede della “Scarupata”), l’Autore segue in barca in profilo della costa e arriva nell’ansa circolare denominata “Cala di Chiar di Luna” (l’attuale Chiaia di Luna): “il luogo che interessa di più i Naturalisti”

Ma giunge alla stessa baia anche con un percorso via terra, “seguendo il fondo del porto e risalendo il piccolo avvallamento che conduce in una galleria sotterranea” che descrive fino a che “l’estremità del sotterraneo si congiunge al mare, in un angolo dell’ansa o della Cala do Chiaia di Luna” e annota: “Tutte le acque della montagna della Guardia, che trascinano molta terra e che riempirebbero il porto se non si dirigessero altrove, sono riunite in un canale che segue il contorno della base e che le portano nella galleria tramite la quale colano in mare”.

Palmarola Mappa

Palmarola. Nell’illustrazione, l’Autore menziona “un canal qui partage l’île”

Su Palmarola. Le cause di degradazione che hanno agito su Ponza, hanno esercitato il loro potere distruttore con una forza maggiore sull’Isola di Palmarola; molto più degradata, essa presenta in una maniera ancora più impressionante l’immagine della caducità e della distruzione.

Niente ricorda più né la forma né lo stato primitivo; vi sono delle rovine appartenute ad un grande edificio, ma delle quali non si trova nulla che indichi precisamente a cosa servissero

(…) Quest’Isola non può più essere considerata che come uno scheletro scarnificato alla cui distruzione le acque lavorano ancora intensamente…

Come si vede De Dolomieu, da geologo, ha un’idea ben diversa da quella che ne abbiamo noi che veniamo freschi freschi dall’ultima puntata ad uso turistico di ‘Linea Blu’; ma nelle righe successive il suo spirito proto-romantico ha il sopravvento e ci sembra che esageri un po’..!

“…d’altronde si suppone che sia popolata dai diavoli; il pregiudizio è così forte che è con la paura che le barche dei pescatori vanno a passare la notte o nel suo porto o al riparo delle sue rocce; essi pretendono che allora si sentano ululati continui e un fracasso spaventoso. Le grida degli uccelli notturni che vivono nelle grotte, le frane che avvengono nelle scarpate, i detriti che cadono con gran rumore nel mare, possono aver contribuito ad alimentare questa superstizione”. 

Ile Zanone

Su Zannone

De Dolomieu identifica una doppia natura dell’isola; vulcanica sì, nella zona prospiciente Ponza – quella detta attualmente del Varo – ma anche calcarea (tutta la parte a Nord fatta di rocce carbonatiche).

***

Alcune considerazioni si impongono dopo aver finito di leggere il libriccino: non sull’opera di Giuseppe Massari – pregevole per impegno filologico e in un certo senso ‘necessaria’ e dovuta – ma su De Dolomieu.
Il suo sguardo è penetrante e molto moderno. Immaginiamo il tempo in cui scrive: le sue osservazioni sono tutte nell’ambito della portata dell’occhio umano, eppure ha un’idea d’insieme della forma dell’isola; identifica i versanti e immediatamente comprende la genialità degli architetti borbonici che avevano ideato “il Canalone” come via di deflusso delle acque che dal versanti di levante del Monte Guardia si sarebbero scaricate su porto, mentre sono state deviate per lo scarico sul versante di Ponente [per altre informazioni sul “Canalone” sul Sito, leggi qui]: una nozione e una cura che ‘noi moderni’ sembriamo aver dimenticato, a giudicare dall’oblio / incuria a cui abbiamo destinato quest’opera così rilevante!
Fa un’attenzione specifica all’estrema labilità del territorio isolano, e all’importanza delle radici delle piante come mezzo idoneo a trattenere il terreno che senza di esse, verrebbe inesorabilmente dilavato a mare. Anche questo un aspetto di cui coloro che disboscarono l’isola per fornite legname da costruzione a Napoli e dintorni non tennero conto.

Un occhio ‘da geologo’ quindi esteso su grandi estensioni di tempo, che gli fa predire un destino di demolizione e assottigliamento delle coste e la sostanziale “sparizione delle isole nel lungo periodo.
È vero: se si considerano le parti scomparse/perdute dell’acquedotto romano che si sono perse da quell’epoca ad oggi – dalla sorgente delle Forna, a Cala dell’Acqua fino a Santa Maria il tracciato seguiva il profilo concavo della costa – l’erosione si percepisce, ma in generale il processo appare di gran lunga più lento di quanto egli prevedesse

Una sorpresa mia personale ricavata dalla lettura è stata che credevo fosse stato Le Dolomieu ad aver parlato per primo della bentonite alle Forna, mentre non ho rilevato alcun accenno ad essa riportato nell’opera.

Ma la questione più eclatante che il libro pone, riguarda il rilievo di una Palmarola divisa in due da un canale “in cui passa una barca”. Ipotesi affascinante ma fantasiosa, tanto da aver suscitato in qualcuno dei lettori più maligni il dubbio che De Dolomieu ci sia davvero stato, a Palmarola.

Alla presentazione pubblica dell’opera  a Ponza il 5 maggio p.v. nella Sala del Museo, alle ore 17 –  certo su questo punto si disquisirà e dibatterà a profusione…

De Dolomieu

Nota
Déodat De Dolomieu ebbe una fine di vita drammatica e prematura. Aveva partecipato alla spedizione in Egitto di Napoleone, ma durante il viaggio di ritorno naufragò in Calabria e rimase imprigionato a Messina per 21 mesi, per oscuri conflitti con l’Ordine di Malta. Ritrovò la libertà solo il 14 giugno 1800, dopo la vittoria dell’esercito francese a Marengo. Molto provato dalla prigionia, morì il 16 novembre 1801, a 51 anni (nota sintetizzata da Wikipedia a cura della Redazione).

Avvertenza
Il libro di Giuseppe Massari è disponibile presso la libreria “Al Brigantino” di Ponza, per quanti volessero approfondire i temi di cui tratta prima dell’incontro pubblico.

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