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Memo 24. Di chi canta e porta la croce

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la Redazione
Processione alla punta del molo. Copia

 

Qualunque paragone con Gennnarino Cialì, titolare del brand “Io canto, io porto la croce”, sarebbe ingeneroso, non solo perché Gennarino aveva un talento innato ma soprattutto perché, ai suoi tempi, ci si esibiva solo alle feste comandate, a capo di una congrega seria, disciplinata e intonata. Oggi la celebrazione dal pulpito di Facebook è perenne; il fan club è quello che è, di conseguenza non solo chi porta la croce deve anche cantare ma è condannato ad auto-applaudirsi, a richiedere il bis, ad applaudirsi di nuovo, a portare e ad azionare incessantemente il turibolo con l’incenso, a rimediare alle catastrofi passate, a seminare zizzania perché finché c’è guerra c’è speranza.

Il tutto, oltre che faticoso, deve essere anche molto noioso infatti lo schema narrativo, usato e riusato, appare ormai logoro, prevedibile, riducibile a fasi, sintetizzabile in un modulo: fase celebrativa o del ‘quanto sono bello’, fase accusativa o del ‘quanto sono o furono brutti’, fase pernacchiativa o del ‘tu non puoi parlare e se parli ti rispondo con un pernacchio’, fase azzuffativa o dello ‘scannatevi tra di voi’, fase intimidativa o del ‘finora sono stato buono ma mò ti faccio vedere io’.
Il fan club si limita a qualche ‘mi-piace’, ‘bene-bravo-bis’ ma il monologo resta monologo, il capo-comico non ha una spalla che gli porga le battute, la recita risulta sempre più piatta e incolore.

Prendiamo la descrizione della mitica “Passeggiata a Cala Dell’Acqua”, tratta dal comunicato sulla “Signora Groviera”… [vedi in calce il file .pdf dell’articolo che gli ha dedicato Latina Oggi, sull’edizione domenicale].
Nel post, lungo una decina di righe, la fase autocelebrativa è presente, ma in forma non esplicita; si suggerisce, si allude, si rimanda all’immaginario collettivo e dunque le prime righe sono perfette: come non pensare all’imperatore Costantino quando vede scritto in cielo il motto “In hoc signo vinces”, oppure ad Adriano mentre progetta il Vallo omonimo, o a Romolo che guida l’aratro a tracciare il sacro solco?
E’ il momento della Visione che anticipa la Fondazione, la strategia che precede la tattica, l’immagine da tramandare all’iconografia futura per un busto, un santino, un atto celebrativo doveroso. Solitario, pensoso y final, al posto della toga ci accontentiamo di un telo mare.
Ma poi l’infradito intruppica nel buco sulla roccia, presumibilmente scavato per piazzarci un ombrellone; la visione strategica e solenne cede il posto alla ricerca del colpevole, cui segue la fase dello ‘sbatti il mostro in prima pagina’, dello sghignazzo, dell’insinuazione; fa niente se non hai prove, fa niente se non sai quando è stato fatto quel buco e quanti ce ne siano in giro, e se invece le prove ce le hai allora non devi limitarti all’insulto ma devi perseguire il colpevole: hai l’obbligo di farlo.
C’è dunque un difetto nello spettacolo, la fase auto-vocativa non si raccorda con quella pernacchiativa, il tono imperiale trasmuta repentinamente in vajasso, la toga vola come uno straccio qualsiasi.

E’ a questo punto che dovrebbe intervenire ‘la spalla’, risolvendo brillantemente la caduta di tono in nome della massima the show must go on, fino all’obbligatorio happy end 
tra gli applausi della folla in delirio; ma di questi tempi ‘spalle’ decenti non se ne trovano… Cialì è morto, Marx è finito in soffitta e lo stesso capocomico, causa superlavoro, non si sente troppo bene.

I buchi sospetti.BN

Articolo da Latina Oggi in file .pdfBuchi sospetti – LT Oggi. 19 aprile 2015

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