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Perché “Il Gabbiano”

di Alessandro Romano
Punta Vardella. Il nido del gabbiano [1]

 

Con Giulio ero su posizioni concettuali distanti, ma ci rispettavamo e ci volevamo veramente bene.
Io protezionista “verde scagnato”, come mi definiva con ironia ed affetto, e lui cacciatore (non sparatore) dei più convinti.
All’inizio degli anni ’70 Giulio, incalzato dalla moglie Rita, aveva la necessità di stabilire un collegamento radio sicuro tra la sua “tana” di Palmarola e Ponza.
In quegli anni, oltre a non esistere la telefonia mobile, c’erano apparecchi radio che superavano di poco il livello del giocattolo.
Sapendo della mia passione per i “baracchini”, allora così erano soprannominati i ricetrasmettitori C.B., mi convocò d’urgenza nel suo “ufficio” delle Banchine Nuove, attuale “Gelatomania”, per espormi il problema e trovare insieme una soluzione.

Oggi fa sorridere, ma allora era una grande impresa riuscire a far passare le onde elettromagnetiche oltre la collina per contattare Palmarola.
Ma a Giulio non interessavano “se e ma” tecnici, per lui ogni ostacolo era solo una prova da superare con ogni mezzo e non un’impossibilità per la realizzazione. Con il suo sorriso sarcastico mi disse: “E allora che te tengo a fa?”.

Montata un’antenna dalle dimensioni esagerate sul tetto del palazzo dei Guarino, stendemmo un filo lunghissimo fino all’ufficio dell’autonoleggio. Per l’installazione a Palmarola fu “una commedia”, come la definì lui stesso.
In quei tempi i “baracchini” non erano previsti dalla normativa, pertanto, anche se non espressamente vietati, era meglio evitare di dare nell’occhio: in qualche modo occorreva camuffare l’antenna. E così avvenne.
Su suggerimento del “Sig. Rossi”, un vecchio ombrellone diventò una formidabile “ground plane” con filo a massa nel mare dalle prestazioni più uniche che rare. E fu così che, nel mese di dicembre, fuori la grotta di Palmarola, un bell’ombrellone “spellecchiato” dal vento faceva il suo lavoro fuori stagione.

L'antenna è tutto [2]
Questa la parte tecnica. Ora iniziava un’altra impresa, quella radio-operativa.
Nelle radiocomunicazioni di quei tempi vi erano della regole non scritte che i pseudo radioamatori cercavano in qualche modo di imporsi. A Giulio tali regole poco piacevano. La prima e, forse la più importante, era il nominativo radio. In pratica, via radio, non ci si doveva chiamare per nome, ma con un nomignolo di fantasia che, in pratica, racchiudeva un immaginario, un desiderio, una speranza, un impegno sociale. In quei tempi, di radio come quella di Giulio e la mia, a Ponza ne esistevano altre due: quella del citato Sig. Rossi, installata a Palmarola, “Bora 1”, e quella del suo corrispondente a Ponza, il famoso “Diavolo di Palmarola”, il cui nominativo era “Tramontana”. Dopo una ricerca attenta ed accurata, Giulio mi comunicò la sua decisione: “Gabbiano”, era il nomignolo prescelto.
A pensarci, quel nome racchiudeva un po’ tutto il suo essere, la sua filosofia di vita, il suo desiderio di spazi e di libertà.
E iniziarono i collegamenti.

È facile immaginare che le vicende di Giulio alle prese con le comunicazioni radio non sono poche e tutte divertenti, spesso legate a quel suo simpatico difetto nella parola.

Ricordo quando Giulio, preoccupatissimo, mi espresse le sue perplessità: aveva sentito via radio un altro “gabbiano”. Dopo una veloce indagine radio, risultò che effettivamente un peschereccio di Terracina utilizzava lo stesso nominativo di Giulio. Che fare? Dopo alcuni comicissimi battibecchi radio tra i due ‘gabbiani’, Giulio mise in opera la sua proverbiale ed innata capacità diplomatica.
E fu così che un bel giorno, il gabbiano di Terracina, dopo aver ancorato la paranza a Palmarola, proprio di fronte alla grotta di Giulio, per trascorrervi in allegria qualche ora, mutò il nome radio in “berta minore” (il gabbiano soprannominato “parlante”).

“Gabbiano, gabbiano da Ponza: rispondi!”.
Giulio, sei in Paradiso… lo sappiamo che hai da fare… ma almeno accendi il baracchino!

Snoopy radioamatore.2 [3]