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Pasqua tra ieri e oggi

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di Rosanna Conte
Pasqua a Ponza con la pioggia

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Questa Pasqua, a Ponza e non solo, l’abbiamo vissuta come se fosse stato Natale, nonostante i variegati colori e profumi dei vastaccietti, della lavanda, delle fresie e degli alberi in fiore che ne hanno segnato la differenza. Il freddo e la pioggia non hanno favorito il piacevole impatto con la primavera che solitamente accompagna le vacanze pasquali, tuttavia la visibilità dei riti religiosi mi ha rimandata a quando, da ragazza, arrivavo il mercoledì santo e ripartivo il martedì successivo.

In questi pochi giorni erano concentrati, accanto alla partecipazione a tutte le cerimonie religiose, gli incontri, le passeggiate e gli scambi di doni mangerecci che costituivano la vacanza. Per i ragazzi che una volta tornavano in massa a Ponza erano veramente preziosi.

Ci accoglieva il profumo dei casatielli e a casa di mia nonna, dove alloggiavo allora, se ne facevano tanti perché la famiglia era numerosa.

Io non prendevo parte alle varie preparazioni culinarie, perché, al di là di una numerosa presenza femminile adulta, c’era l’addetta ufficiale, zia Adele, che se ne faceva carico per tutti.
Zia Adele

Così li trovavo già distribuiti nei vari ruoti e pentolini messi a crescere sotto le coperte e nella giornata di giovedì erano pronti. Invece, la pizza di pasta con la cannella, quella che era la nostra pastiera, e la pizza rustica si preparavano il sabato. Tutto era conservato al piano superiore, nelle camere da letto, perché potevano essere consumati solo dopo la resurrezione pasquale, ma il loro profumo scendeva giù in cucina, mescolandosi con l’odore dei piatti di pesce onnipresenti in una famiglia di pescatori.

La mia golosità ne soffriva, e rimasi positivamente meravigliata quando un giovedì santo alle Forna mi fu offerta la pastiera di grano. Credo che fossimo alla fine degli anni ’60, forse il ’69, e andai con Raffaele Vitiello e qualche altro amico a trovare la sua nonna paterna.

la pastiera di grano

Fu quello uno dei momenti in cui cominciai a pensare che i fornesi fossero più moderni dei ponzesi e che non tutti gli anziani fossero legati a filo doppio alla tradizione. E non per la pastiera che ormai si faceva anche nella mia famiglia (mia madre usava la ricetta procidana, zia Teodora una ricetta simile), ma per la trasgressione aprire il dolce e mangiarlo il giovedì santo.

La Pasqua era anche uno dei momenti in cui si ingignava l’abbigliamento primaverile. Ricordo che un anno ingignai un completo di lana azzurra – gonna e casacca- lavorato ad uncinetto da mia madre durante tutto l’inverno. Mi piaceva molto ed il clima mite di quella Pasqua mi consentì di sfoggiarlo intensamente.

Chissà perché, quest’anno mi è piaciuto pensare che sarebbe stato bello ingignare qualcosa ed ho optato per le scarpe. Il giorno di Pasqua invece degli stivaletti chiusi, ho calzato delle scarpe con decolté. Alle 10, 45 è venuta giù tanta di quella pioggia che ho dovuto riparare a casa di amici per non far trasformare le mie comode e belle scarpe nuove in due barchette allagate.

Certo, tutto passa, tutto cambia, dagli usi e costumi al clima e il ricordo si colora di nostalgia.

Anche la partenza canonica del martedì in albis è stata diversa. Da un po’ di anni non sono più stata costretta a ripartire in questo giorno, e pensavo di averla dimenticata, ma la telefonata alle ore 14 da parte della mia amica che mi stava conservando il posto, mi ha risvegliato immediatamente il ricordo di quelle partenze affollatissime, dove spesso i ragazzi trovavano posto solo sedendosi a terra sui ponti impedendo il passaggio.

il falerno che esce dal porto

Martedì la nave era piena, ma qualche posto fuori si trovava. Certo, a voler fare dei confronti, negli ultimi anni è calata la presenza di turisti e le previsioni metereologiche non hanno aiutato; comunque, facce “straniere” c’erano.

Non ho provato nostalgia per la partenza del martedì in albis che si ripeteva annualmente e sempre con l’angoscia dei compiti.

Prima, quando ripartivo per Procida alle sette di mattina col Falerno, c’erano quelli da portare a scuola e che non avevo mai avuto modo di fare perché, come dicevano le mie zie, avevo fatto la spertaiola. Li avrei svolti tutti a casa nel pomeriggio: sulla nave preferivo parlare con le compagne che rientravano nei collegi napoletani.

Successivamente ci sono stati quelli degli alunni da correggere e che puntualmente venivano corretti sul traghetto. Martedì ho visto mia nipote che ripeteve il rito: è riuscita a correggerne un pacco. Non l’ho invidiata.

i compiti da correggere

Ma questa partenza, pur nel dispiacere di lasciare Ponza, si presentava meno angosciosa di quella del rientro natalizio perché il ritorno ci sarebbe stato a breve: la primavera avrebbe lasciato il posto nel giro di qualche mese alla lunga e calda estate, e allora… Ponza sarebbe stata di nuovo mia!

Ponza lasciando il porto

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