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Cinquant’anni da raccontare (3)

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di Adriano Madonna

il tempo che passa

per le parti 1 e 2 (leggi qui) e (qui)

Carriera scolastica

Dopo aver superato non uno, ma due esami, quello cosiddetto “di quinta elementare” e quello “di ammissione”, feci il mio ingresso alle scuole medie.
Abbandonavo il sussidiario e il libro di lettura per una quantità “paurosa” di libri, uno per ogni materia, che era prassi dei più andare a comperare a Napoli, di seconda mano, per economia. L’antologia era un volume enorme, pieno di brani da leggere e da riassumere.
Il primo giorno di scuola della prima media, la professoressa De Luca ci assegnò il riassunto della novella “Nevina e Fiordaprile”, mentre gli alunni della sezione B si cimentarono con “La strega in bicicletta e l’oste furbo”.

Si tifava, allora, per le squadre di calcio e per gli eroi dell’Iliade.
L'Iliade
I miei idoli erano Omar Sivori della Iuventus e il pelide Achille. La classe era divisa in due fazioni: Greci e Troiani, e quando Diomede lanciava un masso gigantesco contro le file nemiche, oppure Aiace Telamonio ne faceva fuori quattro con una sberla, si sollevavano urla d’entusiasmo dai banchi di quelli che tifavano per i Greci.
Per noi fu una vera goduria quando Achille si tirò dietro Ettore legato al carro per i piedi, e gli fece fare tutto il giro di Troia, ma i fan dei troiani non gradirono l’epilogo della tenzone cantata da Omero e ne venne fuori una baruffa furibonda che la professoressa D’Elia non riuscì a sedare.
Ettore trainato da Achille
Fu necessario l’intervento del preside, Gioacchino Zito, uomo di grande statura, temutissimo, ammirato possessore di una delle automobili più belle di quel tempo: una Consul 315 blu, per cui Gaetano, il bidello, aveva costruito una tettoia di canne contro i raggi del sole.
Ogni tanto, il preside Zito si presentava in classe e, a seconda dei casi, ci faceva un “cazziatone” oppure ci definiva, compiaciuto, scolari modelli, la crema delle scuole medie della provincia di Latina, quel paese in mezzo all’ex palude pontina che non molto tempo prima s’era scrollato frettolosamente di dosso lo scomodo nome di Littoria.

Ricordo che una volta, osservando le pagelle, il preside Zito aveva notato un generale scarso impegno in storia, e allora ci raccontò, con slancio ed evidente “incazzatura”, che quando aveva la nostra età e studiava il Risorgimento, batteva i pugni sul tavolo e s’infiammava alle gesta dei nostri soldati. Il preside Zito era un fervente sostenitore della storia patria e, da casa sua e a modo suo, aveva fatto tutte e tre le guerre d’indipendenza.
i padri della patria

I più bravi nel profitto erano premiati dalla scuola con un viaggio in pullman, che partiva al mattino e ritornava di sera.
Le mete erano sempre le stesse: Roma con San Pietro e Pompei con gli scavi. Più in là non si andava. Ci si doveva portare la colazione al sacco, che a Pompei si consumava sui tavoli di marmo (tristemente somiglianti a quelli dell’obitorio) della Casa del pellegrino, ma noi la chiamavamo la “casa del pezzente”.

La divisa di educazione fisica consisteva in una maglietta di lana blu con laccetto bianco, un paio di pantaloncini corti di tela Massaua (non so perché dovessero essere solo e soltanto di Massaua), calzini bianchi e scarpe da ginnastica Superga blu.
Le lezioni consistevano più che altro in un’esercitazione al futuro servizio militare: attenti, riposo, dietro front, un residuo del fu sabato fascista che ancora faceva capolino dai ricordi dei nostalgici.
Il nostro insegnante di educazione fisica era il professore Aricò, un tipo apparentemente burbero: voce da orco ma animo sostanzialmente buono. Comunque, il professore Aricò portava nel registro un pezzo di tubo di gomma e, quando era il caso, ce lo suonava sul palmo della mano. Con lo stesso tubo di gomma ci “aiutava” nel salto in lungo, elargendoci corroboranti colpi nel sedere per farci atterrare più in là. Avrei ritrovato il professore Aricò al liceo, dove ci avrebbe riservato cinque anni di esercizi con i bastoni di ferro, due volte a settimana.

Confidenzialmente polio…

Terminava l’incubo della poliomielite, conosciuta con il nome terrificante di paralisi infantile, grazie al vaccino di Sabin: tre iniezioni con un certo intervallo di tempo una dall’altra che fecero tirare un sospiro di sollievo a tutte le mamme del mondo.
La poliomielite, “confidenzialmente polio”, non perdonava e, dopo una strana febbre, lasciava senza l’uso delle gambe o sciancati, nella migliore delle ipotesi.
Ne bastava un solo caso segnalato in un qualunque punto d’Italia perché il terrore si propagasse a macchia d’olio da un capo all’altro della nazione intera. Si evitava, allora, di mandare i bambini tra la gente, nei luoghi affollati, per cercare di sfuggire a un eventuale contagio.
campagna vaccinazione contro la poliomelite
E… a proposito di vaccinazioni, la mia è stata una delle ultime generazioni ad essere vaccinata contro il vaiolo: infatti, tutti quelli della mia età hanno, quando ancora ne resta una lieve traccia, le due piccole cicatrici rotonde sul braccio, là dove il “pennino” intaccava la pelle per iniettarvi sotto i batteri indeboliti della malattia.
A me la vaccinazione contro il vaiolo la fece “Raffaele il Moro”, l’infermiere del dottor Cardi, medico sanitario comunale. Oggi il vaiolo è scomparso dalla faccia del pianeta: gli ultimi batteri esistenti, che si conservavano in un laboratorio degli Stati Uniti, sono stati uccisi qualche anno fa, ma una “quantità nascosta” l’hanno conservata i “signori della guerra”, per costruire le armi batteriologiche.

Qualche pollice di felicità

Agli inizi degli anni Sessanta ci fu il boom della televisione, allora in bianco e nero, e gli apparecchi più grandi avevano lo schermo da ventuno pollici.
L’Italia intera si paralizzava il sabato sera, quando andava in onda il “Musichiere”, con Mario Riva, e tutti, alla fine, cantavamo “Domenica è sempre domenica”, accompagnati dall’orchestra del maestro Kramer.
Eroi storici del Musichiere furono Spartaco d’Itri e la signorina Fanfarelli, che indovinavano il titolo di qualunque canzone al solo alito di un accenno di nota, e dalla sedia a dondolo si precipitavano a suonare la campana.
Mario Riva e Spartaco d'Itri al Musichiere

Allora la televisione l’avevano in pochi e di sera c’era una migrazione in massa di gente con le sedie in mano, che si riversava nell’appartamento del fortunato possessore della TV.
Mia nonna aveva la televisione e di pomeriggio era contornata di giovanissimi, perché c’era la “TV dei ragazzi”, mentre di sera si aggiungevano i grandi per i programmi delle 21.
Il “Musichiere” e “Lascia o raddoppia”, con Mike Bongiorno e le sue eclatanti gaffe, sono state le riconosciute pietre miliari della storia della televisione italiana. Quando Mario Riva morì, l’Italia intera restò senza fiato, ammutolita e sgomenta.

Ci si appassionava alle commedie dei De Filippo e di Gilberto Govi e a sceneggiati a puntate, come “L’isola del tesoro”, “La cittadella” e il “Mulino sul Po”.
L’Italia al maschile si incantava davanti alle gambe smisurate delle gemelle Kessler.
Di pomeriggio, invece, il maestro Manzi insegnava a leggere e a scrivere agli analfabeti (ce n’erano ancora tanti), con “Non è mai troppo tardi”, e il professor Vaccaro insegnava la matematica; Padre Mariano intratteneva sui temi religiosi e Mago Zurlì, con mantello e lustrini nei capelli, scopriva i giovani talenti canori in onda allo “Zecchino d’oro”, giunto sino ai nostri giorni.
Padre Mariano

I televisori di una volta erano enormi cassoni di legno lucido, e sotto il carrello c’era lo stabilizzatore di corrente. Ricordo che a un certo punto la Voxson costruì un televisore che era spesso solo poco più di un palmo e la pubblicità lo mostrava di taglio.

La nonna del mio amico d’infanzia Filippo Simeone aveva un televisore Grundig con la scocca rigorosamente in legno lucido e con l’aggiunta, rispetto agli altri apparecchi del tempo, di una custodia in panno, che si calava sul televisore quando non era in funzione: un sistema per conservare nel migliore dei modi l’oggetto più prezioso della casa.

Domenica in fonovaligia

Le discoteche, “roba di città”, erano sconosciute in provincia, e di domenica si ballava in casa: ogni domenica c’era una festa. Ognuno portava i suoi migliori 45 giri ai quali la fonovaligia dava voce.
Era famosa quella della Lesa, una delle migliori, con le velocità di 33, 45 e 78 giri.
Una camera di casa si liberava e là si ballava dalle prime ore del pomeriggio fino a sera, all’ora di cena.
C’era sempre un cretino che di punto in bianco spegneva la luce, ma, di contro, c’era sempre un genitore al di là della porta, pronto ad entrare e a riaccenderla, quando si insospettiva per l’improvviso silenzio profondo.

gli anni sessanta

Dalle mie parti a queste feste della domenica i ragazzi andavano in giacca e cravatta, da provincialotti, mentre in città si seguiva una moda a metà tra l’elegante e il casual: i ragazzi di città erano più spigliati e sportivi, e quando arrivavano d’estate dalle nostre parti con la 600 Abarth e il maggiolino Volkswagen, facevano strage nel giovane pubblico femminile.

Nascevano amori struggenti che duravano il tempo di una canzone ballata insieme.
Tra i cantanti dell’epoca ricordo Joe Sentieri, formidabile interprete di “Ritroviamoci”, che terminava l’esecuzione canora con un saltello, Tony Dallara, con “Ghiaccio bollente”, Arturo Testa, con “Io sono il vento”.
Peppino di Capri lanciò un nuovo stile tra il classico e il melanconico: cantava languidamente “Malatia”, ma poi aprì una geniale parentesi e divenne un artefice della febbre del ballo veloce, con il lancio del Twist.
Wilma De Angelis, frizzante e rotondetta, venne eletta reginetta del juke box.

Ma la rivoluzione canora sarebbe giunta di lì a qualche anno, con Adriano Celentano, che galvanizzava la nazione intera quando riversava “24.000 baci” su folle di giovani urlanti. Il “Supermolleggiato” aveva la capacità di contorcersi a tal punto da ingarbugliarsi con il filo e l’asta del microfono, ma le sue esecuzioni mandavano in visibilio milioni di persone. Poi crebbe, mutò stile, si calmò, e ci donò canzoni di grande poesia e profondi significati, come “Il ragazzo della via Gluck” e “Azzurro”.

gli anni del rock

Diversi anni dopo avremmo assistito al “fenomeno Bobby”: due chilogrammi di brillantina sui capelli, ciuffo a pensilina sugli occhi rotondi e una voce gemente che riproponeva quella del grande Elvis. Questo era Bobby Solo, ma la sua “Lacrima sul viso” fece piangere lacrime d’amore a una generazione intera.
Nello stesso tempo, Little Tony, stesso quantitativo di brillantina e pari granitico ciuffo, si dimenava sui palcoscenici di tutta Italia con abbondanti frange che gli adornavano la giacca.

 

[Cinquant’anni da raccontare (3) – Continua]

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