Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

0019-019 l-08 p-04 cl-01 ss24 Aiptasia mutabilis

Pasqua pensando a mia madre

Condividi questo articolo

di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

ritratto di famiglia

.

Qualche giorno fa Mimma mi chiedeva:
“Da quanto tempo non mangi un casatiello di Ponza?
“Di quelli originali,  fatti con le uova delle galline di casa e cotti nel forno a legna, da quando non c’è più mia madre” le ho risposto. Praticamente da oltre trentacinque anni.

Ovviamente, in tutto questo tempo ho mangiato altri casatielli, comprati al forno D’ Atri o dalla Russiella o fatti dalle zie. Tutti buoni naturalmente come quello di Mimma assaggiato appena qualche giorno fa.
il casatiello di ponza

Ma il casatiello di mia madre era un’altra cosa, un casatiello così con il sapore che l’accompagnava e con cui sono cresciuto non l’ho più mangiato. Come un’ altra cosa era l’odore, grande alleato dei ricordi, che mi sembra palpare ogni qualvolta ci penso.
Così non ho più mangiato nemmeno le pastiere che mia madre faceva assieme ai casatielli, sempre in occasione della Pasqua.
No, non le pastiere di grano, ritenute costose perché ricche di ingredienti ed entrate a far parte delle abitudini  ponzesi  solo intorno agli anni settanta (almeno così è stato a casa nostra),  ma quelle fatte proprio di pasta.
Mia madre utilizzava i cosiddetti risoni, un tipo di pasta che assomiglia tanto al chicco di riso.
La pasta,  preventivamente cotta, veniva  impastata con uova, zucchero ed un pizzico di cannella ed infornata riposta nei classici “ruoti” di alluminio.
Finita si presentava con una bella crosticina dorata molto simile a quella delle pastiere di grano.
Mio padre ne andava “pazzo”; la preferiva perfino al casatiello.

Non avevamo il forno a legna a casa ma c’era quello vicino di zia Gelsomina, grande e quasi sempre acceso, pronto a dare ospitalità a tutto il vicinato.
antico forno a legna
Pastiere, pizze rustiche e casatielli non dovevano essere toccati prima del giorno di Pasqua.
Mia madre – ricordo – portava le une e gli altri in camera da letto e li disponeva, coperti da un velo sottilissimo, sui marmi dei due grossi comò avendo cura, durante il giorno, di ventilare l’ambiente mantenendo appena accostate le ante dei balconi.
“Per tenerle al fresco e per sottrarle al rischio dell’aggressione delle formiche”  mi diceva ma, penso, anche per evitare la tentazione che venissero toccate anzitempo.

A fine preparazione le davo una mano per sistemare il tutto.
Quei dolci non appartenevano solo a noi vigendo a casa nostra, come in quelle dei parenti e dei vicini, l’abitudine di scambiarsi qualche fetta per farsi gli auguri o per confrontarsi sugli ingredienti usati e sul modo di lavorarli.

I marmi dei comò venivano liberati di tutto quello che vi era sopra: lumi, contenitori per  spazzole, distributori di acqua di colonia, cornici con foto di ricorrenze. Tutto veniva risposto in una scatola o distribuito nelle altre stanze, un po’ qua un po’ là.
Di quegli oggetti  uno in particolare mi attraeva, una vecchia cornice che conteneva una foto con mia madre, mio padre e mia sorella.
Più che la foto ad incuriosirmi era stata la risposta che mi aveva dato mia madre quando, nel notarla la prima volta, le avevo  chiesto  “Mammà, ma io pecchè non ci sto’ nella foto?” E lei  “Enzù tu ti eri nascosto, perciò non ti vedi” e, continuando, “ma c’è una foto in cui tu ci stai”.  Ed io, di rimando un po’ infastidito   “E dov’è questa foto?
E lei  per zittirmi  “Poi te la trovo, mo’ intante vamme a piglià in cucina n’atu casatielle” .

Questa storia è andata avanti per un po’ di tempo fin quando, diventato  più grandicello, all’ennesima domanda mia madre mi rispose che non mi si vedeva perché ero nella sua pancia ed a conferma mi faceva notare come la giacca mostrasse tensione all’altezza del bottone di chiusura.

Questa risposta l’ho custodita nella mente come vera  fino a qualche anno fa quando mi è capitata tra le mani, rovistando tra vecchie foto, una copia formato cartolina di quel “ritratto di famiglia in un interno”.

La giro e nel retro trovo scritto, con calligrafia di mia madre:
“Con grande affetto ai miei genitori, Velia, M.Teresa, Antonio – Marsala, 13/11/1946”
Mi salta agli occhi quella data ed è immediato l’accostamento alla mia data di nascita, di un anno e qualche giorno avanti rispetto a quella dello scatto fotografico.

retro foto

Mi sono spesso chiesto cosa avesse spinto  mia madre a darmi  quella risposta e devo dire che  in ogni possibile senso  ho trovato prova di amore materno. Voleva forse non farmi sentire escluso da quel momento così raccolto e curato, o magari dirmi che già ero nella sua testa un anno prima che nascessi o semplicemente rassicurarmi sperando che non facessi altre domande. Se fosse stata presente l’avrei istintivamente abbracciata. Per esaltare il senso di quella bugia che sapeva tanto di protezione.
D’altronde la mia domanda “Mammà, ma pecchè nun ci stò nella foto” nascondeva quel velato senso di preoccupazione proprio dei bambini che temono l’abbandono e non hanno chiara la cognizione del tempo. E probabilmente mia madre utilizzando l’istinto materno non aveva fatto altro che dare la risposta che io volevo.

Due parole sulla foto.

Quella foto fa parte, oggi, dei miei ricordi più cari.
Sistemata su un tavolino del salotto mi ci imbatto ogni mattina mentre entro in cucina a preparare il caffè.
E’ una foto che segna un momento importante della vita di mio padre destinato, per la sua prima esperienza di lavoro da fanalista, in Sicilia al faro di Marsala, un momento importante anche per mia madre che con quella foto-cartolina voleva rassicurare i propri genitori che la famigliola stava bene.

L’immagine vuole proiettare a chi sta lontano e vive in apprensione uno stato di benessere che grazie all’impiego statale cominciava a concretizzarsi.
Lo confermano i vestiti scelti per posare difronte al fotografo: un doppiopetto mio padre con cravatta regimental e scarpe tirate a lucido, un tailleur con camicetta ricamata mia madre e la borsa buona da imbracciare nelle occasioni importanti.
Completa il quadretto mia sorella che indossa un vestitino di lana frutto dei lavori all’uncinetto di mia madre.

La posa dei miei genitori è composta come lo sguardo attento in direzione del fotografo; un po’ smarriti gli occhietti di mia sorella che supera l’imbarazzo di stare sullo scanno tenendosi alla mano di mia madre. Chissà quanta attenzione quel giorno per prepararsi all’incontro con il fotografo!

Foto troppo bella per non farne parte, ma c’ero anch’io… sicuramente lo ero nei progetti di quella famiglia che, lontano miglia da Ponza, muoveva i primi passi importanti verso il futuro.

Come sempre una foto racconta la sua storia, ne traccia delle altre e rende straordinariamente vivo ciò che ritrae.

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.