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Primavera isolana

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di Francesco De Luca
 la primavera di ponza dal monte guardia

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Sono andato a trovare alcuni parenti sopra gli Scotti, e con sorpresa ho trovato intorno al tavolo dei conoscenti. La bottiglia del vino era già stata aperta e il colloquio era animato. Ho pensato che si trattasse di un incontro con una seria finalità e invece gli ospiti d’onore erano due felluni, presi da Veruccio e posti nella tinozza. La discussione li riguardava, non tanto per la prossima fine che li attendeva (quella era certa), quanto per le considerazioni che avevano mosso.

Quante particolarità intessute con questo crostaceo ! Risale dal fondo per compiere il rito della fecondazione nelle basse acque, ora che il sole inizia a intiepidirle.

grancevola

Nel nostro dialetto la grancevola è chiamato rancio fellone ovvero granchio fellone. Perché fellone? Da dove deriva questa aggiunta al nome della specie e, in quanto tale, lo distingue dagli altri granchi ?

Parla Nino u prufessore ”: “Nonostante la difficoltà a vederne l’etimologia io credo che il dialetto abbia operato sulla parola fellone un’operazione riscontrata anche in altre parole. Ha utilizzato la trasposizione di sillabe da funnale a fellune. Granchio dei fondali (in dialetto rancio ‘i funnale) per trasposizione diventa rancio fellune. E’ una mia ipotesi …“

“Va bene… va bene…“- taglia corto Gaetano.

Si continua: “Fra gli scogli a pochi metri d’acqua si incontrano gli individui dei due generi. La femmina è ‘a femmenella perché più piccola, dalle chele più modeste ma dal ventre rigonfio di uova rosse. Il maschio, ‘u masculone, è più grosso. I due si uniscono abbarbicandosi con le zampe e permettendo al liquido seminale maschile di fecondare le uova. Che la femmina disperde nelle acque.

A rito compiuto i granchi riprendono la via verso il fondo.

Negli anni ’60 divenne a Ponza una pesca propria, con attrezzi e tecnica specifici. Gli attrezzi erano: un vetro posto all’estremità di un cubo, detto specchio, con cui si perlustrava il fondale dalla barca. La quale doveva essere mossa a remi perché, una volta avvistato il granchio, occorreva farlo impigliare in una rete che gli si gettava addosso perché legata ad un cerchio di ferro. Di ferro perché doveva tirare la rete in basso. Essa terminava a cono. ‘U cuoppo. Lo dirigeva una corda sulla punta del cono e due altre ai lati opposti del cerchio.

Gaetano fa gesti di insofferenza. Conosce la prosopopea d’ ‘u prufessore e vorrebbe troncarla. Concetta, vista la piega della riunione, mette in tavola le freselle d’ a Russiella. Si combinano bene col vinello perciò si mangia e si tace.

‘U prufessore continua  “ Colui che vedeva il granchio dava ordini all’altro ai remi affinché spostasse la barca in modo da calare ‘u cuoppo proprio su di lui. Una volta impigliato si girava tramite le corde il cerchio in modo che il fondo del cono stesse al di sotto.

I fellune – detto per inciso – nell’acqua corrono come non si immagina una volta posti a terra. Qui sono lenti e impacciati, lì sono agili“ .

Se ne pigliavano trenta-quaranta a barca, negli anni passati. E non erano apprezzati. Non avevano mercato ed erano pasto esclusivo dei pescatori.

La cucna povera è la fucina dei sapori tradizionali. Soltanto dall’indigenza poteva venire l’ardire di mescolare col pane le interiora e tutto quanto si trova nel carapace del granchio, condirlo con olio, aglio e prezzemolo e… farne un piatto (‘a coccia ). La polpa delle zampe ( ‘i ranfe ) può essere o mangiata, liberata dallo scheletro, o, insaporita col sugo, sulle linguine.
la coccia del fellone

A questo punto Veruccio si sincera: “Sono due i fellune: con uno si fa la coccia e con l’altro si fa il sugo. E’ vero Cuncettì ?“

“E’ vero, è vero – annuisce la donna – “Verranno pure i nipoti e litigheranno per la chela più grande. Sempre così…“

Poi venne la pesca intensiva con le reti a circondare il periplo delle isole di Palmarola, Zannone, Gavi, Ponza. ‘I fellune incominciarono ad essere catturati da febbraio. Fatti assaggiare ai turisti sono diventati una pietanza prelibata nei ristoranti. Oggi la pesca tipica, descritta prima, non è praticata perché infruttuosa. C’è da indolenzirsi lo sterno, appoggiato sulla murata della barca… e non vederne nemmeno uno. Perché ? Perché le reti sbarrano ogni strada ai granchi risalenti. Con in più il fatto che, pescati senza tregua, il loro numero è ridotto al minimo.
Concetta, la moglie di Veruccio ricorda una cantilena, imparata da piccola, e la ripete:

Rancio fellone, rancio fellone
sì femmenella o masculone
Volle ‘a pignatta, te sta cucenno
‘a petrusina ‘a stamme cuglienno.
‘A pasta è pronta, ‘u fuoco s’appiccia
chisto è ‘u mumento, mangiammece ‘a coccia.

Nella cucina cala un’atmosfera paesana: quella antica che sa di focolare acceso, di un andare lento delle azioni e delle parole.

Fuori la primavera si fa notare e il cane, pezzerì, abbaia. Veruccio apre la porta per sincerarsi di chi stia arrivando. Sono le rondini che, venute ora col vento, agitano l’aria del cortile e innervosiscono pezzerì. Gaetano, sorseggiando: “Questo però vuol dire che da ora fino a settembre non mangeremo più rutunne. Col mare che si riscalda i rutunne si disperdono“.

Un tuono improvviso fa tacere la compagnia. Il cielo si incupisce in un attimo e la pioggia fra poco scenderà.

il tempo incerto della primavera

Nella cucina ci si fa meravigliare dal tempo. A Ponza ancora succede che ci si ritrovi a guardarsi negli occhi, sospesi.

Rompe la paura.

 

nota della redazione:
Il  granchio fellone (granseola o grancevola)  è stato oggetto di altri scritti su questo sito.
Per gli interessati  inserire il termine “fellone” nel riquadro “CERCA NEL SITO” e si aprirà una schermata di 4 pagine per un totale di 28 articoli.

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1 commento per Primavera isolana

  • Luisa Guarino

    Cosa mi hai fatto tornare alla mente, caro Franco, parlando di felloni. Erano gli anni ’70 e una sera nella piccola ‘corteglia’ della casa alla Dragonara abbiamo organizzato una cena a base di felloni. Veramente quell’evento lo abbiamo pomposamente denominato “Felloniade”. Sai com’è. Avevamo tutti alle spalle studi classici… il resto veniva dagli adattamenti delle grandi opere fatti su Topolino, una vera bibbia insieme a Linus. Tant’è! Non ricordo esattamente chi ci fosse oltre a me: di certo mio fratello Silverio, Sandro Russo, Franco Zecca, mia cugina Rosanna (dovrei dare uno sgauardo alle foto per non dimenticare nessuno, ma chissà dove sono: gli interessati mi scuseranno). Di felloni ce n’erano per tutti, naturalmente, però la loro grandezza era molto variabile. Come rimediare all’impasse? Nonna Fortunata si mette ‘ai comandi’ chiusa in cucina e di volta in volta, lontana dalla vista dei commensali, prende in mano un fellone che profuma lontano un miglio, e come per le carte del Mercante in fiera domanda: “Chi lo vuole questo?”. Naturalmente non ricordo a chi toccò il più grande e a chi il più piccolo, ma erano talmente buoni che tutti furono soddisfatti, felici di aver partecipato anche a un bel gioco oltre che a un’ottima cena.

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