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La scuola. Un lifting mal riuscito

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di Gabriella Nardacci
Scuola amica

 

Qualche tempo fa, ho avuto modo di leggere su questo sito, un pezzo che parlava della scuola sull’isola e delle difficoltà che alcuni insegnanti trovano nell’accettazione di un incarico a Ponza.

Alla soglia del pensionamento, scopro in me una predisposizione a ripercorrere i miei quaranta anni di lavoro e, dentro i ritmi a “perdifiato” delle mie età giovanile e matura, riscopro la novità e la bellezza della scuola di un tempo, contro ciò che si vuol definire “scuola moderna” di oggi.

Non voglio tediare nessuno nel raccontare il percorso di quarant’anni di servizio che mi hanno portato alle conclusioni di cui sopra, ma voglio limitarmi a riprendere il discorso iniziale sperando di essere sintetica e nello stesso tempo, più esaustiva possibile, in un discorso di così vasto raggio qual è, appunto, quello della scuola.

Ho iniziato a lavorare in una scuola di campagna. Prendevo l’autobus degli operai la mattina alle cinque e scendevo a un crocevia da cui m’incamminavo, a piedi, per due – tre chilometri fino a scuola. Una scuola composta di una cucina, due bagnetti per i bambini, e tre stanze comunicanti che erano le nostre aule. La padrona dell’edificio era anche la nostra “bidella” che a noi maestre, faceva usare il bagno di casa sua e che cucinava anche per i bambini, spazzava e puliva le nostre aule. I bambini venivano a scuola a volte senza grembiuli e anche senza colori e le lezioni erano svolte, quando il tempo ce lo permetteva, con l’ausilio della natura.

Molto spesso qualche genitore ci invitava a vedere l’orto o la nascita degli animali. Le stagioni passavano sotto i nostri occhi e i bambini ne conoscevano ogni dettaglio. Capivano quando i campi erano arati e conoscevano le macchine della terra, comprendevano lo scorrere del tempo e ricordavano le storie. Sapevano apprezzare il silenzio e la musica e nei disegni esprimevano i moti del loro animo in maniera creativa e con immagini che parlavano di loro stessi e delle loro radici.

Io ne scrivo e mi commuovo ancora oggi.

L’era della tecnologia che avanza sempre di più, allontana sempre più i bambini da certe fonti di conoscenza dirette e ne fa dei viaggiatori sedentari. Hanno acquisito un linguaggio appropriato, sono capaci di analisi e formulazione di concetti vari, hanno la possibilità di confrontarsi con culture diverse e soprattutto, vivono nel benessere ma… “temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità. Il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti!”, scriveva Albert Einstein.

Se solo si potesse dare loro la possibilità di unire a queste attitudini anche quelle legate ai sensi, allora si potrebbe davvero issare la bandiera della vittoria e il processo educativo, inteso in senso lato, raggiungerebbe tutti gli obiettivi prefissati!

Credo che il ’nuovo’ dovrebbe fissarsi su basi solide e consolidate ogni volta che si intraprende un percorso.

I vari governi hanno messo sempre le mani sulla scuola e hanno aggiunto altre novità che non hanno agevolato il percorso, ma lo hanno appesantito ancor più.

Fra le tante cose, si parla anche di modificare gli spazi-classe per rendere accogliente l’ambiente e gradevole l’apprendimento… Mi sembrano chiacchiere a vuoto. Spesso le aule, a fatica contengono ventidue alunni… figurarsi!
Ora si vuol dare potere ai Dirigenti di scegliere i docenti… Anche qui mi viene da pensare che allora si dovrebbe dare potere anche ai docenti di scegliere gli alunni, ai genitori i figli, agli alunni i maestri. Mah!

E come il solito si dimenticano i bambini, sottovalutandone le potenzialità, non tenendo conto delle loro necessità e desideri, costringendoli ad accettare situazioni già decise dentro le quali a malapena si raccapezzano e che somigliano ai loro zaini stracolmi di quaderni e libri che pesano sulle loro spalle deboli, così come sempre più pesa la scuola.

Ecco allora che il ricordo di quelle unghie sporche di terra e di quei bambini che arrivavano a scuola desiderosi di apprendere, con il sorriso sulle labbra e la voglia di ricevere una carezza dalla loro maestra, mi ripaga di tanti sacrifici per questo splendido lavoro.

Ho sempre pensato che il mare (come la terra) sarebbe stato un altro elemento altrettanto importante per l’esplicazione di un’azione educativo-didattica. Quante cose si potrebbero apprendere con il mare e con il mare intorno a un’isola! Le scoperte, i viaggi, la pesca, il mondo sottomarino, l’orizzonte, il sorgere e il tramontare del sole, le stelle e chi più ne ha più ne metta!

Sarebbe bello leggere una notizia importante: “I docenti vogliono scuole disagiate al mare e in montagna per ricostruire insieme agli alunni, la SCUOLA!”.

Mi spiace tanto andare in pensione e vedere una scuola che non riconosco più a causa di… un lifting mal riuscito.

I giochi dei bambini

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Appendice 
Da “La Repubblica” di oggi, 30 marzo 2015: Il tempo (libero) perduto dei bambini. “Ecco come liberarli dallo smartphone”

 

 

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1 commento per La scuola. Un lifting mal riuscito

  • Sandro Russo

    L’articolo tratta un aspetto particolare della scuola di oggi, nell’esperienza dell’Autrice, ma ne passa sotto silenzio altri, inerenti alla società e al modello di sviluppo e di consumi che vi si è instaurato, quasi senza che ce ne avvedessimo: intendo riferirmi all’enorme diffusione di gadget elettronici tra i bambini.
    Ho ripensato a quanto ha scritto Gabriella Nardacci, leggendo la presentazione di un libro di Peter Gray, psicologo e biologo al Boston College che studia da anni gli indici di creatività dei ragazzini americani, constatandone il progressivo precipitare nella banalità (il suo saggio “Lasciateli giocare”, per Einaudi, sarà in libreria da domani)- [Da “La Repubblica” di oggi, 30 marzo – leggi il file .pdf aggiunto all’articolo base].

    “Una denuncia dura, quella di Gray: “Privare i bambini del diritto al gioco è sbagliato, ed è ora di smetterla”.

    “(…) cancellando dalla pratica infantile ogni abilità ereditata dai cacciatori-raccoglitori, cioè dai nostri antenati, non li si rende solo più tristi, ma anche più depressi, aggressivi e convinti di non riuscire neppure a superare l’ora di educazione fisica a scuola”.

    Proteggerli, privarli dell’altalena o del pallone, difenderli furiosamente da qualunque sostanza possa sporcarli o contaminarli (dai piccioni alle cartacce agli animali domestici, fino ai giornali e al gelato, senza dimenticare il terrore degli insetti) e consegnare loro una tastiera di qualsiasi genere non vuole dire amarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati. Con la vita, e la scuola, percepite come una lunga serie di ostacoli.

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