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Mio padre

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di Adriano Madonna

guardando il mare

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Mio padre nacque nel 1904, con il ventesimo secolo che era appena cominciato. E’ stato uno dei figli di quella generazione specialissima che ha vissuto il mitico Novecento: ha assistito agli esperimenti di Marconi, ha ascoltato la radio, ha guardato la televisione, dove, un giorno, in diretta, tutto il mondo ha visto saltellare gli astronauti sulla crosta della Luna. Infine, si è trovato a vivere un pezzetto dell’era dei computer. Tutto questo in una vita sola!

Un giorno dissi a mio padre che avevo scritto un nuovo libro (mio padre era il lettore più accanito, più attento e più critico dei miei articoli e dei miei libri) e gli mostrai un dischetto del computer.

« E il libro dov’è? » mi chiese.

« Tutto qui dentro » gli risposi.

Mi guardò perplesso, allora gli spiegai che cosa sono i personal computer. Non si convinse, tant’è che quando gli dissi ancora una volta che il libro era nel dischetto, commentò a bassa voce:

« Bah! Sarà! »

A mio padre piaceva raccontare un aneddoto speciale della sua giovinezza, e lo raccontava benissimo, perché quel ricordo gli era rimasto nell’anima:

« Quando ero ragazzo abitavo in una casa di Gaeta vecchia che aveva il pozzo nell’androne, perché su l’acqua non arrivava. A me spettava il compito di riempire due grossi secchi e di portare l’acqua a casa. Un giorno, stavo per iniziare a salire le scale, un signore vestito di bianco mi chiese da bere: io gli porsi il secchio e lui bevve. Mi ringraziò e continuò la sua passeggiata. Poi seppi che quel signore vestito di bianco era Guglielmo Marconi…»

Mio padre, quando raccontava l’aneddoto di Marconi che aveva bevuto al suo secchio, spesso ricordava anche il titolo di testa di un quotidiano di tanti anni prima:

«Fa squillare il campanello di casa senza fili grazie alle onde radio».

Io credo che mio padre, quando raccontava questo aneddoto di Marconi, forse si commuovesse un po’, ma non lo dava certo a vedere, perché mio padre era forte come una roccia. Aveva fatto la guerra d’Africa, era stato preso dai tedeschi e deportato in Germania, dove aveva vissuto l’esperienza tragica dei lager nazisti, ma mio padre era forte come una roccia e alla fine della guerra riuscì a tornare a casa. Dovette affrontare un lungo viaggio, ma non aveva molto da trasportare, perché una quarantina di chili li aveva lasciati nel lager.

lager nazista

Prima di diventare ufficiale dell’esercito aveva navigato, e spesso in Estremo Oriente. Mi raccontava che nelle acque di Malacca, quand’era imbarcato sui mercantili, c’erano i pirati, tant’è che un giorno a settimana tutto l’equipaggio, a poppa, si esercitava nei tiri con il fucile.

Una volta mio padre scrisse una lettera a sua madre, dicendole che il giorno tal dei tali le avrebbe telefonato da Shangai. Allora mia nonna si recò all’ufficio postale per ricevere la telefonata e tutta Gaeta l’accompagnò, perché sino ad allora nessuno aveva mai ricevuto una telefonata dalla Cina. Era davvero possibile telefonare dalla Cina fino a Gaeta?

Mio padre, quando era capitano, non aveva un grosso stipendio, ma a me e mio fratello non mancò mai nulla, perché mia madre era una vera prestigiatrice nel far quadrare il bilancio. La carne costava 1300 lire al chilo: “la carne a millettré”, diceva la gente, ed era davvero tanto rispetto a un piccolo stipendio, ma la fettina per me e mio fratello a tavola c’era tutti i giorni, perché senza carne, spiegava il medico, si cresceva deboli e malaticci. Mi accade spesso di soffermarmi a pensare che se la scienza avesse dimostrato prima il valore alimentare dei fagioli e delle lenticchie, saremmo vissuti tutti molto meglio, con una liretta in più in tasca.

Mio padre era un uomo tranquillo, ma si arrabbiava anche troppo se il profitto a scuola non era più che buono. Io da questo punto di vista gli diedi molti grattacapi. Nonostante non fosse ricco, si svenava pur di fare un regalo importante quando si era promossi o si superava un esame.

Questo era mio padre, ma quella quercia a un tratto decise di invecchiare e invecchiò. Un giorno d’estate andammo a fare un giro in automobile, tutti e due, su per le strade della sua Gaeta. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima. Mi fece vedere la casa dove aveva dato da bere a Guglielmo Marconi e incominciò a ricordare:

«Là c’era un retificio, là un falegname, in quella casa abitava il mio maestro di violino».

Sì, mio padre suonava il violino, aveva imparato da ragazzo, e tante volte mi raccontò che nel lager in Germania, la notte di Natale aveva suonato l’Ave Maria di Schubert nella baracca dei polacchi, che gli donarono dieci sigarette e una patata.

Mio padre ebbe due fratelli e la guerra se li portò via tutti e due a distanza di un mese uno dall’altro. Erano ufficiali di marina, ma gli inglesi avevano il radar…

Il mare non li restituì. I loro nomi sono scritti, con tanti altri, su un monumento in piazza.

Quando arrivammo all’altezza del Castello Angioino, mio padre guardò verso il mare aperto, lontano, e solo lui sapeva ciò che i suoi occhi vedevano. Forse guardava indietro nel tempo, forse qualcosa tra cielo e terra…

verso l'infinito

Il 6 novembre del ’97 mio padre decise di lasciare questo mondo e se ne andò. Lo fece con grande dignità e riservatezza. C’erano troppe persone che lo aspettavano dall’altra parte per farle attendere ancora. Mio padre non morì, ma decise di andarsene, anche se c’è qualcosa che non funziona, perché spesso ho la certezza che sia proprio davanti a me, e allora un giorno, mentre guidavo verso Roma, ho perso la pazienza e gli ho gridato: «Ma insomma, fatti vedere! ».

miraggio

Non lo ha fatto. Lo farà. Sa Lui quando.

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5 commenti per Mio padre

  • Caro professore, con il delicato racconto di suo padre lei ha ricordato un’intera generazione di uomini, quelli che hanno subito l’offesa della guerra, l’umiliazione della fame e della sconfitta, lei ha ricordato anche i nostri padri. Uomini apparentemente forti come querce ma quando decisero di invecchiare vedevi i loro occhi guardare con tenerezza i propri figli, quasi a dir loro: “Figlio tu sei tutto quello che ho fatto di buono su questa terra, tu sei il mio orgoglio e ricordati che tu figlio mio devi vivere la vita con gioia e amarla anche per me perché io sono dentro di te e nessuno potrà mai separarci”.
    Caro professore grazie di avermi fatto commuovere.

  • Mimma Califano

    Grazie professore,
    grazie per questo ritratto di padre che, come ha già scritto Vincenzo, assomiglia a tanti padri del Novecento. Padri forti e sicuri nel mondo, ma teneri con i figli.
    E grazie anche per tutti gli altri bellissimi racconti che con tocco leggero riescono a proiettarci in tanti luoghi del mondo e situazioni.

  • Adriano Madonna

    Grazie, Mimma e Vincenzo, per aver letto e apprezzato il racconto su mio padre. Le vostre parole mi hanno commosso e certamente avranno fatto piacere a mio padre, che vi ringrazia. Di lassù.

  • susy scarpati

    Bellissimo il tuo racconto Adriano… mi sono commossa.

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