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‘U vottafummo

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di Francesco De Luca
Fumo negli occhi e nei baffi

 

Da Silverio ’i Maurino l’animosità nelle parole è evidente: c’è Giuliano, c’è Gaetano, Salvatore, un pescatore fornese, e parlano a voce alta, si passano un foglio, leggono e si gettano nella discussione.

L’officina meccanica di Silverio ha sempre avuto la caratteristica d’essere un luogo di scambio verbale, di incontro.

Maurino, il padre, gli ha lasciato in eredità il piacere, fra un battere il martello e un colpo di tornio, di passare in rassegna i fatti di cronaca isolana. Già Maurino, e così il figlio Silverio, ha un fare pacato, un lasciarti dire, anche sfogare, perché lì, fra chiavi inglesi e trapani, non si litiga, non si inveisce.

Oggi però c’è quel foglio a dare la carica a tutti. Cosa c’è scritto ?

Lo ha portato Giuliano. Ci sono quattro versi tratti da un libro di Ernesto. Eccoli:

’U vottafummo

 

E’ ’nu sbrasone:

abbasce ’a Piazza

fa ’u buffone

c’u sigaro mmocca,

c’a panzetella ’a cummendatore,

c’a faccia

’i chi se crede ’nu signore.

E’ ’nu pover’omme!

Venne ricchezza ca nun tene,

spanne benedizzione

a cazze ’i cane,

tanto pe’ se dà ’n’aria

’i omme ’mportante.

Ma… chi ’u canosce

’u scanze,

e chi ‘n’ha fatto a tiempo…

’u supporta

comme ’na malaciorta.

’U mescheniello

se veste d’autorità

e aizza ’a voce,

se ’ncazza,

se straccia i vestite.

I paisane llà pe’ llà

fanno ’a faccia cuntrita,

ce danno raggione

pe’ n’u mette ’nsoggezzione.

Fanno sì c’a capa…

po’ s’alluntaneno

e ’u lascieno sulo,

e zittu zitto…

’u manneno a’ffanculo.

 

Giuliano ha lanciato l’idea di provare a identificare un soggetto reale secondo il tipo delineato dai versi.

Gaetano racconta di quel tale, ponzese, che andava millantando come in un viaggio nei mari del nord, la nave dove era imbarcato fosse stata circondata da un branco di balene e che lui le accarezzò prima che si dileguassero. Un raccontaballe portentoso !

Salvatore riporta che da giovane si entusiasmò per i vini. Incontrò e conobbe contadini, visitò cantine e ispezionò botti e barili. Ebbe modo così di scambiare opinioni con un tale di sopra gli Scotti. Costui vantava il suo vino in modo esagerato e la sua cantina era un gioiello. Incuriosito la visitò e constatò come quella grotta avesse il palmento e accanto botti, barili, bottiglioni e bottiglie. Ma insieme c’erano rimasugli di mattonelle, una rete da letto, tavole e corde prese dal mare. Un vero magazzino. Il vino? Sapeva di feccia e berlo non si poteva! Un gradasso fuori misura.

La cricca ascolta, commenta, si diverte.

Entra Nino. Il nomignolo è ’u prufessore perché lo stipendio lo guadagna a scuola e anche perché ha un’aria da saputone.

Nino legge i versi e storce il naso. L’ultimo rigo lo trova inopportuno. Troppo volgare. “Però… però, un tipo così circola fra noi” – dice – “Anzi ve n’è più di uno” – ribadisce.
“Quanti ce ne sono che a parole hanno la soluzione per ogni impiccio”.

“Va bene – si intromette Silverio – ma qui abbiamo bisogno di un volto conosciuto, con nome e cognome. Il gioco lo stiamo conducendo così”.

“Ah sì, per voi è un gioco? Ma sapete come è pesante sopportare un tipo del genere? ’U vottafummo che ci tocca digerire è peggio di una disgrazia!” – sentenzia.

“Ti pareva che non andavamo nel tragico” – conclude Silverio – “Sempre così con il professore. Ci ha tolto la risata di bocca”.

Mette in moto la cesoia e il rumore scompagina il dialogo. Le voci troncano le parole, in attesa del silenzio. Gaetano esce, Giuliano va fuori a salutare un conoscente, Nino lascia quel foglio sul bancone fra viti e bulloni.

Si dissipa come il fumo d’u vottafummo la divertente discussione.

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