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u-04 l-10 cl-02 gli-isolotti-del-gallo-la-gallina-il-pollastro la-galite-2009 L'approdo romano presso Cala Inferno

L’8 marzo del 2015

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di Rosanna Conte

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 .

Quattro mesi e mezzo fa, veniva impiccata in Iran, Reyhaneh Jabari Malayeri, una ragazza che stava in carcere dal 2007, per aver ucciso l’uomo che la voleva violentare quando aveva 19 anni.

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In una lettera bellissima che scrive a sua madre, quando si rende conto che sarà giustiziata a breve, dice “Il mondo non ci ama. Non mi voleva” – Allegato (1), in file .pdf, a fondo pagina]

E’ molto amara la conclusione a cui arriva Reyhaneh, e non potrebbe essere altrimenti!

Ma la sua riflessione non può essere limitata solo alle società islamiche in cui è applicata la sharia, e va estesa anche ad altre società, sebbene con caratteristiche e sfumature diversificate.

La pakistana Riffat Hassan, docente presso l’università di Louiseville, in USA, afferma che “Moltissimo di quanto circola sotto il nome di Islam è una interpretazione patriarcale dell’Islam, la cui influenza sulla vita delle donne musulmane è stata incalcolabile”, ponendo sotto accusa una lettura della religione fatta esclusivamente dal punto di vista maschile.

L’uomo, e solo lui, senza la donna, è il metro di misura della realtà e solo la sua parola fa fede.

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Agnodice – Medico e ostetrica (Atene IV-II sec. a. C.)

Questo è accaduto anche nel mondo occidentale dove, in tutti i campi, da quello filosofico a quello scientifico e artistico, alle voci femminili non è stata riconosciuta autorevolezza, così che sono state sempre poste in secondo piano, spesso attribuendo a maschi invenzioni e scoperte fatte da loro.

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Ipazia – Matematica, astronoma e filosofa  (Alessandria d’Egitto IV-V sec. d. C.)

Non bisogna dimenticare che, lungo il percorso compiuto dalle donne per la loro emancipazione ed autonomia, negli ultimi decenni del ‘900 si è posto l’accento sulla riscrittura della storia delle nostre conoscenze proprio per recuperare quelle figure femminili ignorate dalle accademie e dalla cultura ufficiale.

Ildegarda_Von_Bingen 1098-1179. Religiosa. Dottore della Chiesa

Ildegarda Von Bingen – . Religiosa, Dottore della Chiesa , naturalista e artista (Germania 1098-1179)

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Trotula De Ruggero – Medico (Salerno  XI sec.)

Ma, la presa di coscienza, da parte delle donne, della necessità di dover avere la parola per poter affermare il proprio essere al mondo – iniziata negli ultimi decenni dell’800 e diffusa nel corso del ‘900 – continua ancora oggi.

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Artemisia Gentileschi – Pittrice (Roma 1593- Napoli 1652)

Già, perché questo lungo cammino che ha portato al diritto all’autodeterminazione, per cui ogni donna può scegliere liberamente chi e come essere (2), non è comune né è condiviso.

Molte non si pongono nessun problema, perpetuando acriticamente il ruolo che è sempre stato svolto dalle donne nella loro comunità.

Altre, invece, con grinta e determinazione competono con i maschi sui posti di lavoro, a volte riproponendo il modello maschile, a volte rivendicando la specificità di genere.

Alcune si sobbarcano anche del lavoro di gestire la casa, accudire i figli e il marito, pagando personalmente per la propria esigenza di affermazione; altre, avendo trovato un valido compagno, con lui dividono gli impegni della quotidianità; altre ancora non riescono a crearsi una vita a due perché non trovano il compagno adeguato.

Lungo il percorso secolare di lotte femminili molti uomini si sono aperti al dialogo riconoscendo la pari dignità della differenza di genere ed hanno dovuto rivedere da un’altra angolazione il loro stare al mondo. Molti altri no. Sappiamo tutti che la violenza sulle donne nasce tra le pieghe di questo rifiuto, sia l’uomo padre, fratello, amico, amante, marito, amico, sconosciuto o nemico.

Se questo accade nel mondo occidentale, dove si sono sviluppate società libere e democratiche, figuriamoci altrove, dove le donne che si organizzano rivendicando il diritto all’autodeterminazione possono essere considerate colpevoli di sovvertire la società o di essere addirittura immorali e blasfeme.

Quindi, se vogliamo, contro le donne è in atto una vera e propria guerra non dichiarata, dall‘Europa all‘Africa, dal Medio Oriente all’America Latina, che mira a intimidirle sistematicamente come gruppo sociale.

Vittime di cosiddetti “delitti d’onore”, vengono costrette a matrimoni forzati, stuprate, subiscono molestie sessuali, mutilazioni, vengono spinte al suicidio, schiavizzate e trattate come bottino di guerra, anzi i crimini di guerra contro le donne sono aumentati e diventati più violenti.

Pensiamo a cosa sta succedendo con l’ISIS che colpisce tutti i gruppi etnici e le comunità religiose che si oppongono alla loro ideologia, curde, turkmene, assire, armene, arabe, yezide curde, cristiane, sciite, kakai, alevite e molte altre.

E in Ucraina, dove 400 donne sono state deportate come bottino di guerra, stuprate e assassinate.

Nello Shengal nel Kurdistan del sud, oltre 3000 curde yezide sono state deportate e stuprate e vengono vendute nei mercati degli schiavi.

Nel corso di un anno in Nigeria sono state assassinate almeno 350 donne e almeno 300 bambine e ragazze tra i dodici e i sedici anni sono state rapite dal gruppo terroristico Boko Haram.

Insomma, per le donne in questo mondo non esiste sicurezza.

E’ per questo che nel Kurdistan occidentale, il Rojava, le donne si sono organizzate in Unità di Difesa delle Donne YPJ e combattono per la loro sicurezza e quella dell’intera società.

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La loro presenza sul fronte in difesa di Kobane contro gli attacchi delle bande dell’ISIS ha determinato un maggiore coinvolgimento dei curdi nella difesa militare della loro terra, ma anche una più ampia presa di coscienza, a livello sociale, del ruolo pubblico e non solo privato della donna.

Ecco, per loro l’8 marzo non è la sfilata con le mimose o la cena al ristorante o la serata in discoteca, ma è tutti i giorni su quel fronte di guerra dove rischiano la vita in difesa delle donne e della loro comunità.

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E’ per questo che l’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia – leggi qui –  ha organizzato quest’anno, in molte città, da Milano a Roma, Alessandria ecc, una giornata di solidarietà e di incontri dedicata alle donne curde dell’Unità di Difesa delle Donne YPJ  in nome dello spirito di resistenza che deve animare tutte le donne contro la violenza.
La canzone che sarà sulla bocca di tutte è “Jin, Jîyan, Azadî” (Donna, Vita, Libertà) , che la donna viva in libertà. E lottare perché la donna sia libera, significa lottare per la libertà di tutti.

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Ma di resistenza si deve parlare anche contro i rigurgiti patriarcali che – sempre presenti nella nostra società, specie nei periodi di crisi – tendono ad annullare nella prassi quotidiana conquiste come la parità di salario, la tutela della maternità in quanto valore sociale, il diritto al lavoro, il diritto a gestire il proprio corpo…., respingendo le donne nella sfera del privato dove la loro voce non ha valore sociale.

Oggi, 8 marzo, va espressa la nostra solidarietà a tutte le donne che questa crisi sta travolgendo, alle giovani che non trovano lavoro, alle meno giovani che l’hanno perso, dicendo di non demordere, di fare resistenza all’attacco ai propri diritti.

E l’augurio che possiamo farci è che la voce delle donne si faccia sempre sentire con autorevolezza nei luoghi di decisione pubblica per tutelare tutti i cittadini da ogni  discriminazione e offrire a tutti pari opportunità per affermare il diritto all’autodeterminazione della persona.

 

Note

(1) L’ultima lettera: Reyhaneh Jabari Malayeri. Lettera alla madre


(2) Naturalmente stiamo parlando di condizioni di scelta con pari possibilità a quelle dell’uomo, perché nelle nostre società, anche ai maschi capita di non poter essere chi e come vorrebbero, ma per essi è esclusivamente una questione sociale, mentre per le donne è questione culturale (mentalità, immagine femminile manipolata e distorta, assenza di autostima e così via).

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