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Storia di un naufragio

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di Silverio Lamonica
Ship 349

 

Storia di un naufragio (nel 71° anniversario: 23.02.1944 – 23.02.2015)

Circa dieci anni fa Ernesto Prudente mi consegnò la fotocopia di: “My own experience of the wreck” di Irving. B. Gerson, affinché ne curassi la traduzione in italiano. Nella nostra lingua il titolo suona così: “La mia personale esperienza del naufragio” (l’originale fu acquistato dall’amico Giuseppe Tricoli su internet).

In circa trenta pagine l’autore, un ufficiale di marina di Detroit, in servizio sul mezzo da sbarco l’LST 349, racconta nei dettagli l’evolversi di quel drammatico evento nel corso della seconda guerra mondiale, circa un mese dopo lo sbarco degli alleati ad Anzio, avvenuto il 22.01.1944 (cfr. Wikipedia: “Lo sbarco di Anzio”).

La nave proveniva appunto da Anzio ed era diretta a Napoli. Trasportava 54 prigionieri di cui 3 italiani e il resto tedeschi, oltre a 25 autocarri e diversi passeggeri (militari americani e britannici).
Lasciò il porto con una manovra difficile, il 23 febbraio 1944 e affrontò il mare molto mosso a causa dei venti che spiravano dai quadranti orientali. Si approssimava la sera, per cui le pessime condizioni del mare e la presenza di eventuali mine lungo il percorso indussero il comandante, il Tenente di Vascello Robert Emmons, ultraquarantenne di Boston, a rifugiarsi a ridosso della nostra isola nei pressi di Forte Papa, gettando l’ancora a circa un miglio dalla costa alle ore 19, per riprendere il viaggio la mattina successiva.

Il mare sottocosta era calmo, ma alle ore 5,30 del 24 si scatenò l’inferno: i venti cambiarono improvvisamente direzione soffiando dai quadranti occidentali, con maggiore intensità.

La nave, con la carena piatta e priva di chiglia, divenne facile preda dei marosi scatenatisi all’improvviso per cui l’ancora venne meno. L’ufficiale di guardia, Guardiamarina “Mac” MacConnell, ventenne del Nebraska, diede subito l’allarme, purtroppo i macchinisti non ebbero il tempo di avviare i motori e in pochi minuti l’imbarcazione finì sugli scogli ai piedi di una falesia.
Solo un’ora dopo, alle prime luci dell’alba, si resero conto della situazione in cui, loro malgrado, si erano cacciati: “Eravamo contro rocce coralline che si alzavano diritte nell’aria. Non c’era qualcosa di simile a una spiaggia. La poppa cozzava saldamente contro uno spuntone di roccia sporgente… ogni volta che la nave urtava contro le rocce, si fracassava e si scuoteva, tremava e sferragliava”.
Erano molto vicini alla riva, bastava un balzo per conquistare la salvezza e “un salto involontario chiarì a Curry come si dovesse procedere. Egli saltò dal ponte principale che più si avvicinava alle rocce…” (Curry probabilmente era un mozzo – N.d.T.). Subito gli furono lanciati dei canapi che, legati ad alcuni massi, impedirono al relitto di allontanarsi dalla costa.
Immediatamente Irving, autore della relazione, si dispose a poppa – nell’affusto del cannoncino – aiutando i prigionieri, i passeggeri e i membri dell’equipaggio a spiccare, uno alla volta, il salto verso la salvezza. Altri preferirono salire sulle scialuppe e raggiungere gli scogli affioranti; purtroppo un’onda gigantesca portò via per sempre alcuni di loro, come il Tenente di Vascello David A. Dyer, primo ufficiale, trovato tra gli scogli lungo l’altro versante dell’isola (tra Cala Gaetano e Cala Inferno) dopo la tempesta, l’ufficiale medico di bordo, Dr Jean Wolfs e qualche prigioniero tedesco.
Invano l’ufficiale inglese Goddard [cfr. anche Corvisieri: “Zibaldone”, pag. 235] che era di stanza a Ponza, si tuffò per salvarli: sparì assieme a loro e il corpo non fu ritrovato. Altri dagli scogli raggiunsero fortunosamente la riva, qualcuno assai malconcio, come “Mac” MacConnell, l’ufficiale di guardia al momento del disastro, “fu portato a casa di italiani e messo a letto”. Probabilmente lo accolse una famiglia di La Piana (la località più vicina al luogo in cui avvenne il disastro).

Il marinaio Anderson, anch’egli portato via dall’onda mentre era abbarbicato allo scoglio, fu dato per disperso. Per sua fortuna i marosi lo spinsero su uno spuntone di roccia, di fronte ad una grotta. Subito vi si rifugiò e ivi trascorse la notte. La mattina dopo si affacciò all’entrata, il mare era calmo. Vide un pescatore passare con la barca, lo chiamò e così fu portato in paese.

Ultimo a lasciare la nave fu il comandante, preceduto dallo stesso Irving, il quale dovette arrampicarsi assieme ad altri lungo la falesia, trovando rifugio in una cavità naturale della roccia e poi, finalmente, attraverso un sentiero raggiunse coi compagni l’abitato.

Non è esatta, in base a questa testimonianza, la versione di Corvisieri , Op. cit. pag. 234: “Il comandante della nave si sparò un colpo alla tempia dopo aver mormorato ‘morirò con la mia nave’”. Combacia invece la testimonianza dell’esplosione a bordo che provocò di fatto la frattura delle lamiere per cui la nave si spezzò in due tronconi. Il Comandante Emmons subì, in seguito, un procedimento con un richiamo ufficiale da parte dell’Ammiragliato americano.

Dopo una sosta di ristoro a Campo Inglese, i naufraghi furono trasportati a Ponza ed alloggiati nei cameroni degli ex confinati, dove, a parte alcune panche di legno destinate a giaciglio, non c’era altro.
Perciò molti si sguinzagliarono per il paese alla ricerca di un alloggio più confortevole, tra cui lo stesso Irving: “Con Di Santi, Infantino, Howe e un soldato finii in casa della vedova del Comandante del porto di Ponza, all’epoca della precedente guerra, dove restammo con piacere per due notti e un giorno… Ci diedero i letti con materassi a molla, lenzuola pulite e coperte di lana a sufficienza… La casa era abitata da Mamma… dalla giovane figlia Lucia che si teneva a debita distanza specie quando c’era il fidanzato, cioè per la maggior parte del tempo; da tal Giuseppe Pepino, un consanguineo sui trent’anni, un damerino col suo berretto blu, in calzoni alla zuava e baffi e un altro congiunto maschio…”
Il fidanzato di Lucia, come risulta dal racconto, era una guardia di pubblica sicurezza.

In quella casa, Irving notò anche la presenza di una bimba di quattro anni che, assieme alle donne, si divertiva ad impastare la farina, che il cuoco di una nave americana ancorata nel porto aveva regalato ad uno di loro.

Il Comandante del porto di Ponza, all’epoca della precedente guerra (1915 – 18) si chiamava Salvatore Capozzi, come mi ha riferito Domenico Scotti, in base ad alcune ricerche da lui effettuate, per cui la vedova era l’indimenticabile Zi’ Capozzi (Antonietta Conte in Capozzi) pioniera della ristorazione ponzese; ne ho avuto anche conferma (per interposta persona) da Franco Zecca, nipote della nostra concittadina.

Nel corso del breve soggiorno, gli ufficiali e l’equipaggio della nave affondata diedero degna sepoltura al primo ufficiale Dyer. Il Guardiamarina John Enzman contattò il parroco (Don Luigi M. Dies) e alcuni operai del cimitero (Biagino Rispoli e Vincenzo Patricelli). La bara, seguita dai commilitoni, fu portata a spalla dal Comandante e dagli ufficiali di bordo, dalla sala mortuaria al luogo della sepoltura, esterna all’area cimiteriale, dove c’erano una trentina di tombe di militari morti in mare, i cui corpi venivano continuamente recuperati lungo le coste dell’isola.

Scrive Irving: “Dirigeva il funerale un italiano di mezza età, grasso, che parlava l’inglese” (era molto verosimilmente Frank Feola, l’allora proprietario della Società Elettrica, che si prestò – in più occasioni – come interprete).
Il racconto prosegue: “Arrivò il prete… seguito da un gruppo di ragazzini. Uno indossava una tunica e portava l’acqua per la cerimonia… che fu tutta in latino e molto breve. A intervalli l’acqua veniva spruzzata sulla fossa. Quando il prete finì, la bara fu fatta scivolare nella fossa e gli operai iniziarono a coprirla”.

Il giorno successivo fu recuperata anche la salma del medico di bordo Dr. Wolfs e sepolto accanto al 1° Uff. Dyer.

Trascorso un altro giorno, probabilmente il 27 di febbraio (la memoria non riporta date) Irving e compagni lasciarono l’isola alla volta di Napoli, a bordo della nave inglese LCI, dopo aver salutato Mamma Capozzi e figlie.

Ernesto Prudente donò la traduzione completa della memoria con una mia nota finale, al dirigente del “Ponza Diving Center” che l’ha pubblicata sul sito, assieme ad alcune foto del relitto a 25 metri di profondità (guarda qui) e ad un interessante filmato d’epoca, con le impressionanti riprese del naufragio.

Immersione sul relitto

Non riportando le date e non avendo elementi certi, in quella versione azzardai come giorno di arrivo a Ponza dell’LST 349 il 25 febbraio (perché seppi che il disastro accadde nell’ultima settimana del mese).

Silverio Mazzella, in Vivere Ponza anno III n. 1 “Improvvisa un’esplosione …. e fu il panico” (riportato da Corvisieri) fissa l’arrivo della nave a Ponza il 23.

L’amico Sandro Vitiello il 7.5.2013, su questo sito (leggi qui), ha riportato il medesimo avvenimento riferitogli da suo padre. La nave non era inglese, ma americana, dal momento che tutto l’equipaggio proveniva dagli U.S.A e la stessa nave era statunitense, almeno stando al racconto di Irving.
Confrontando le due versioni si deduce che fu proprio il padre di Sandro a recuperare – vivo – il marinaio Anderson.

Altre memorie relative all’episodio sono state fornite da Domenico Musco, con le testimonianze di Ortensia Vitiello (leggi qui) che fu tra i soccorritori, in quella tragica circostanza. In entrambi gli articoli è possibile vedere il drammatico e prezioso video della tragedia “in diretta”

Oggi, purtroppo, altri eventi funesti avvengono alle “porte di casa”, in Libia, per cui ritornano fatalmente di attualità – dopo oltre settant’anni – quei tragici avvenimenti, su cui è opportuno riflettere.

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