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Tra ieri e domani

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di Gabriella Nardacci
Piuma

 

Mi è capitato di ascoltare un discorso di un sacerdote agostiniano. Sono rimasta letteralmente incantata dalla sua cultura e ancor più catturata dal fascino del suo comunicare.
Nonostante esprimesse, a volte, dei concetti complessi sui quali era forse importante fermarsi per riflettere più a lungo, aveva però un modo di parlare che mi ha fatto pensare alla leggerezza e mi ha suscitato il desiderio di ascoltarlo ancora.

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Ha raccontato un po’ della sua storia e del perché avesse scelto l’Ordine di S. Agostino. Ha citato un’opera di S. Agostino: ‘L’istruzione cristiana’.

“Né il futuro né il passato esistono.
Forse sarebbe meglio dire che i tempi sono:
il presente del passato
il presente del presente
il presente del futuro.

Il presente del passato è la memoria
Il presente del presente è l’intuito
Il presente del futuro è l’attesa.”

[S. Agostino – libro XI, 20, 28]

Ora, a questa età, mi trattengo spesso dal pensare al futuro.

È la parola stessa ‘attesa’ – il suo significato – ad essere meravigliosa.
Quando ero bambina, il periodo dell’attesa del Natale era gioioso così come, in seguito, è stata emozionante l’attesa per un appuntamento d’amore… l’attesa di un figlio… l’attesa di un ritorno.

In questo senso dove il presente è attesa del futuro e dove non si ha data di scadenza, il momento può anche apparire infinito e ciò mi regala un’illusione che mi rimane difficile definire tale. Così penso.

Il sacerdote diceva che noi viviamo come se il passato fosse stato il periodo migliore che abbiamo vissuto. Non ho potuto far a meno di assentire…

Chi di noi non ha mai detto: “Ah! Che tempi erano quelli!”?
Mia madre spesso l’ho sentita dire: “Prima nun tenemme gnente ma se steva megli…”.
E a chi non è successo di ascoltare vecchie canzoni e ricordare vecchi amori… o aver conservato lettere d’amore… o semplici oggetti che ricordano paesi ed eventi?
Non è forse perdere il contatto con la realtà e con noi stessi anche il leggere libri e vedere film?

Certamente siamo un po’ tutti degli “accumulatori seriali”, ho pensato, e il sacerdote è venuto a distogliermi da questi pensieri chiudendoli con questa frase: – “Storie di memoria cristallizzate… fantasia che alleggerisce…” – e mi ha fatto ricordare la frase di un amico al quale io chiesi perché “corresse” sempre.
“Corro per non cadere!” – mi rispose. Chiunque abbia insegnato ad un bambino ad andare in bicicletta capisce quel che voleva dire: da ferma o appena in moto la bicicletta si abbatte da un lato o dall’altro; ma quando viene applicata una forza maggiore che spinge/tira in avanti – e appena il bambino prende il coraggio di lasciarla agire – allora non cade più.

***

Qualcuno ringraziò il sacerdote per quel discorso così interessante e gli disse che, anche se conteneva concetti di “di peso”, non si era stancato di ascoltarlo.

Il sacerdote rispose che era necessario impartire gli insegnamenti con “suadente modalità oratoria”, come diceva S. Agostino. Solo così la comunicazione sarebbe stata efficace. La leggerezza del linguaggio contro la sua pesantezza.

Sulla via di casa ho camminato evitando altri pensieri che non fossero quelli sulla “leggerezza”.

Leggere. Leggerezza

Ho pensato a certe storie d’amore che terminano a volte senza un motivo apparente ma che forse, in realtà, finiscono perché siamo noi stessi che uccidiamo l’amore misurandolo, confrontandolo, interrogandolo.
L’amore è libero… arriva quando vuole e imprigionandolo non facciamo altro che farlo diventare stratega nel trovare una via di fuga.

E mi sovviene “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, dove l’amore vuole essere disinteressato e finisce nel momento in cui ciò non avviene.
In Shakespeare quando in Romeo e Giulietta, Marcuzio dice: “Tu sei innamorato… fatti prestare le ali da Cupido e levati più in alto d’un salto!” – e Romeo risponde: “io sprofondo sotto un peso d’amore…”.
In alcuni film, dove gli amanti cercano leggerezza contro le zavorre dell’abitudine.
In alcune poesie di Guido Cavalcanti: “Perch’i’ no spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana, va’ tu, leggera e piana, dritt’ a la donna mia…”; il  Cavalcanti famoso anche per quel salto (cui forse lo stesso Shakespeare fa riferimento) quando, volendo fuggire da quei baldi giovani che volevano introdurlo nelle loro goliardie – “…posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò” [Decameron (VI, 99].

Il salto di Guido Cavalcanti

In poche parole: l’insostenibile leggerezza dell’essere contro l’ineluttabile pesantezza del vivere! E nel mezzo cosa c’è? È tutto bianco o nero? Anche il mio pensare sta diventando pesante…

E mi arriva il ricordo di una “leggerezza della pensosità”: di Italo Calvino nelle sue ‘Lezioni americane’ (1985; Cambridge, Massachusetts) in sei bozze. La prima di cui parla è proprio “La Leggerezza”:

“Esiste la leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza: anzi la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca…”.

“Occorre togliere peso… dare leggerezza… volare” – cita Lucrezio e il “De rerum natura”. Il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi.

Penso al pulviscolo nell’aria che mi appare come una concretezza polverizzata.
Penso al salto che può per un momento farci librare nell’aria come farfalle ma che ci riporta a terra. Penso alla mia tristezza quando si fa malinconia costruttiva.

Tutte queste riflessioni e i grandi uomini menzionati mi hanno fatto “volare” tra le zavorre della vita e gli atterraggi nella stessa vita ma con uno sguardo benevolo all’avanti.

Così ritorno sul pensiero di S. Agostino e mi fermo a pensare a quel “il presente del presente è l’intuito” che non ho molto considerato tra il passato e il futuro o che forse ho lasciato per ultimo proprio perché voglio viverlo tutto.

Sperando di aver reso leggeri questi miei pensieri pesanti e nel considerare ancora l’amore dentro quel salto o nel pulviscolo dentro un raggio di sole, mi torna in mente una piccola lirica che scrissi qualche tempo fa e che lascio come chiusa di questo mio umile pezzo.

Volo via dalla gabbia

Di quell’antico amore

Oggi è un nuovo giorno
annuso la primavera scalpitante
che fa lo sberleffo ad un inverno pavido
che fugge altrove.

Da sotto le coperte un desiderio fervido
m’inumidisce il cuore
di quell’antico amore.

Vivo è il ricordo che mi sveglia
col pensiero di pensarlo.
Il tempo passa
e il mio amato dimentica…

Son nuvola e vino
son ventre e cuscino
ma il mio amato dimentica.

Soffione. Tramonto

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