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Domandatelo al professore (2)

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di Adriano Madonna

il professore bellavista

Per la prima parte, leggi qui

 

Il fiore all’occhiello di casa Saporito era il Professore, un professore “vero”, che insegnava all’università e alloggiava alla pensione da quand’era “guaglione”. Per ogni decisione importante che si dovesse prendere, la parola d’ordine era “Domandatelo al Professore”, perché quello che diceva il Professore scendeva dritto dritto dalla saggezza celeste.

Il Professore, a suo tempo, era stato un ragazzo in gamba con un gran cervello. Senza famiglia e senza parente alcuno, era approdato, un giorno, alla pensione Saporito. Credo che un benefattore, per tutti quegli anni, gli avesse pagato gli studi, la retta della pensione e quant’altro ci fosse da pagare. Poi il Professore s’era laureato brillantemente in fisica, aveva accettato di continuare la carriera universitaria e, dato che non aveva una famiglia, era rimasto nella sua cameretta da studente alla pensione Saporito e la famiglia l’aveva trovata là.

Il Professore era la divinità della casa, il lare del focolare, la persona più giusta a cui rivolgersi “pe’ cunsiglie”.

Quando o’ Professore dice ‘na cosa è cassazione! – sentenziava categorico Don Amerigo con il mento in alto e gli indici dritti in su.

La signora Saporito, invece, ci teneva in maniera particolare a celebrare il buon nome della casa ai nuovi affittuari, iniziando il discorso di presentazione sempre così:

– Lo sapete che qua ci sta un professore? Un professore vero che sta all’università? Sta qua da quand’era guaglione, poi è diventato professore, ma si è trovato così bene che ha voluto restare qua e non si è voluto nemmeno sposare. Quello, il Professore, è n’arca e scienza, quello è comme ‘a vecchia, ca sape o munno quant’è largo e quant’è tunno. Ieri, per esempio, mi faceva male lo stomaco perché Amerigo, mio marito, ha voluto la trippa, e il Professore mi ha dato certe pillole che mi hanno fatto dormire comme a ‘na criatura fino a ‘stammatina. Un giorno, poi, quando esce dalla camera sua ve lo faccio conoscere, ma quello non esce mai. Amerigo, mio marito, ha detto che sta facendo il progetto di un razzo per andare sulla Luna. Quello gliel’hanno ordinato gli americani della Nato. 

personaggio 1

A questo punto, la signora Saporito si rivolgeva a Don Amerigo:

– Amerì, quanno ‘o fernisce, ‘o Professore, ‘o razzo americano? 

E Don Amerigo, appoggiati i secchi sul pavimento, allargava le braccia come Cristo in croce per significare che non lo sapeva.

Nella sua immensa sapienza, il Professore, nonostante fosse un fisico, diagnosticava anche i malanni e prescriveva terapie, ma il motivo vero per cui il Professore non usciva mai dalla sua camera non era il progetto del razzo americano, bensì un altro molto più futile: al Professore piaceva alzare il gomito, gli piaceva il vino. Non certo in maniera esagerata, ma le sue seratine in compagnia della bottiglia lo ammaliavano e quando i fumi dell’alcol gli avevano sciolto cuore e cervello, con molle dolcezza si sollevava dalla poltrona e andava a sprofondarsi nel letto. Ricordo che una volta uscì allegramente dalla sua camera nel tardo pomeriggio di un giorno piovoso. Aveva il viso paonazzo e il sorriso beato di chi si sente in pace con Dio e col mondo. Incrociò Don Amerigo, che arrancava con i secchi d’acqua, uno per mano, e con enfasi lo salutò:

– Don Vespucci, i miei rispetti! 

Al che, Don Amerigo appoggiò i secchi sul pavimento del corridoio, si tolse la coppola per asciugarsi il cranio lucido con il fazzoletto e disse sorpreso tra sé e sé:

– Io mi chiammo Donnamerigo: chi è stu cazzo ’i Vespucci! 

Nei giorni che precedevano il Natale alla pensione Saporito era tradizione che si facesse il presepe.

Sarà stata l’atmosfera speciale, l’idea dell’imminente ritorno a casa, fatto sta che a questa cosa del presepe ci tenevamo tutti.

– Signora, quest’anno come lo facciamo il presepe? 

– Ah! Quest’anno non ve lo so proprio dire, però fate una cosa: domandatelo al Professore! 

Il presepe di casa Saporito era una miscellanea di mille arti, mille iniziative e altrettanti scoppi di genio, dove il sacro e il profano condividevano la stessa zolla di muschio: la pecorella e Minnie Minoprio, il mistico zampognaro con Abbe Lane, le gemelle Kessler sui cammelli dei re magi. Un anno ci furono anche le conigliette di Play Boy insieme con gli angeli sopra la grotta della Natività, ma la signora Saporito non se ne accorse perché ci vedeva come una talpa. Se ne rese conto Don Amerigo, che ci vedeva meglio, ma la cosa gli piacque, e ci dava di gomito nei fianchi quando, con gli occhi e il capo, ammiccava verso i biondi angeli dell’Annunciazione. In fondo, Don Amerigo era uno dei nostri!

mike bongiorno nel presepe napoletano

Gigino Barbagallo, studente di Lagonegro del primo anno di lettere, nutriva la passione dell’archeologia, ma più che di passione si trattava di una vera malattia, una sorta di febbre dello scavo che coinvolgeva la sua famiglia e tutta Lagonegro: ci mostrò una fotografia in cui si vedeva la cittadinanza intera armata di picconi e badili radunata sotto un enorme striscione dove campeggiava la scritta “Associazione Archeologica di Lagonegro”.

Gigino Barbagallo s’infilava sotto i letti con una pila in mano per tenersi in allenamento, e diceva:
– Vedimmo che ce sta accàssotto.
Non c’erano muro vecchio o cumulo di terra davanti ai quali non si fermasse estasiato:
– Si tenesse ‘na pala e ‘nu picco, scavasse fino a dimane ammatina. 

Scavò nella pensione Saporito in occasione della rimozione della tazza del cesso a causa di un’ostruzione. Gigino Barbagallo considerò l’idrosanitario accantonato in un angolo e il profondo buco che aveva lasciato, con il tubo della canna fognaria sotto. Non seppe resistere alla tentazione: afferrò la cazzuola del muratore mentre questi si cimentava fuori il balcone con una mezza pagnotta imbottita di mortadella, e continuò lo scavo, ma il fascino della scoperta gli giocò un brutto scherzo, perché il gomito di Eternit della conduttura si sbriciolò sotto le veementi cazzuolate e ne scaturì un fetore insopportabile.

Il muratore disse candidamente che la riparazione non era facile e che sarebbe passato qualche giorno prima di rimettere tutto a posto. Intanto, si doveva fare qualcosa per arginare la puzza. Venne convocato in tutta fretta il Professore, che inforcò gli occhiali, contemplò la castrofe, batté le nocche sulla tazza del cesso, annuì e infine si espresse:
– Suggerisco di coprire questo scempio con un paio di secchi di pozzolana, in attesa di effettuare l’intervento risanatore.
Così disse il Professore.

– Proprio come fa la Sovrintendenza per attappare gli scavi incompiuti.- fece eco Gigino Barbagallo dalla sua camera, dove si era rifugiato per evitare il linciaggio.
Per la prima volta, Don Amerigo trasportò sabbione invece che acqua.

Il lavoro durò una settimana e fummo costretti a frequentare i gabinetti dell’università, in via Mezzocannone. Di notte, se c’era necessità, ognuno si arrangiava, in gran segreto, sempre in via Mezzocannone…

D’estate la pensione Saporito si vuotava: con gli ultimi esami ognuno se ne tornava a casa. I pochi che restavano, Professore compreso, trascorrevano giornate intere sulla grande terrazza, a cui si accedeva dalla camera da letto di Don Amerigo e signora.

Le giornate erano lunghe e languide, poi il sole si spegneva e si accendevano le luci di Napoli. Passava la sera e arrivava la notte. Passavano anche gli anni e lasciavano una manciata di ricordi in tasca, da conservare e da portarsi dietro per tutto il lungo viaggio della vita.

napoli notturna

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