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paolo-17 v8-7a 109 peche-1973 Il tunnel "romano" di Chiaia di Luna con le pareti ad "opus reticutatum" Una cintura di cistoseria a pelo d'acqua

Domandatelo al professore (1)

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di Adriano Madonna
personaggio

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La pensione Saporito, al Pallonetto di Santa Chiara, la conoscevano tutti. Vi alloggiavano gli studenti dell’università: i più entravano al primo anno e ne uscivano con la laurea, altri si perdevano per strada, ma tutti, per la vita intera, avrebbero ricordato quegli anni speciali presso la pensione Saporito, in vicolo Pallonetto di Santa Chiara, a un passo da via Mezzocannone, dove c’era e c’è tutt’oggi la sede centrale dell’Università di Napoli.

vicolo del pallonetto

Don Amerigo Saporito era il titolare della pensione e marito di un donnone dai modi burberi, dalla grande stazza e dal cuore d’oro, tant’è che un giorno che ci fu sciopero alla mensa dell’università, organizzò una grande spaghettata per tutti i “dottori” della pensione. Don Amerigo, smilzo, sempre sorridente e in canottiera o in maglia di lana a seconda delle stagioni, coppola in testa e mezza Nazionale senza filtro all’angolo della bocca, per oscure ragioni era continuamente impegnato a trasportare secchi d’acqua. Non conobbi mai il motivo di questa sua quotidiana missione, né mai riuscii a intuirlo, perché in casa l’acqua corrente proprio non mancava. Di sera eravamo autorizzati a lasciare le nostre camere e a confluire in massa in cucina per vedere la televisione, specialmente quando c’era il “Rischiatutto”.

rischiatutto e mike bongiorno

La signora Saporito, enorme, mollemente adagiata su una poltrona di dimensioni altrettanto importanti, d’estate con un ventaglio con il Vesuvio fumante dipinto sopra, d’inverno con la borsa dell’acqua calda per i “dolori aeronautici”, dettava la disposizione dei posti: – Il dottore si mette qua, vicino a me, il dottore là, vicino al frigidair… –

Ma l’operazione durava a lungo, perché per la signora Saporito eravamo tutti dottori, anche le perseguitate matricole del primo anno, e allora era difficile capire a chi si rivolgesse. Dopo mezz’ora, comunque, eravamo a posto.
Era vietato fumare: un divieto perentorio che non ammetteva deroghe. Solo a primavera si poteva accendere una sigaretta in camera, perché il clima splendido di Napoli consentiva di tenere la finestra aperta fino a sera, ma all’ora della televisione il veto era assoluto.

Però, ovviamente, a noi la voglia della sigaretta ci veniva proprio in quel momento, e allora le Nazionali passavano sotto le sedie, si accendevano nel bagno e si tenevano nascoste nel palmo della mano.

La signora Saporito per un po’ non si accorgeva di niente, perché Mike Bongiorno l’ammaliava, poi, quando si rendeva conto della nebbia densa che offuscava il video e dell’odore del tabacco che sovrastava quello dei “cavolifiori” che bollivano sul fornello, faceva una sorta di balzo sulla poltrona (una cosa minima, solo quanto la sua mole ingente le consentisse) e lanciava un urlo: – Ueh! E io sento puzza e fummo fumato! –

nuvola di fumo

Era automatico che la sua ira si scagliasse verso Don Amerigo, che di solito si appollaiava come un pappagallo sopra un seggiolone dalle gambe malsicure.
“Da stammatina nun m’appiccio ‘na sigaretta!”  replicava Don Amerigo con il fare del povero disgraziato: cavava fuori dalla tasca dei pantaloni il pacchetto di Nazionali e lo mostrava a tutti con gesto circolare e rassegnato, quasi che avremmo potuto contare le sigarette e concludere che Don Amerigo aveva ragione.

Infine, la tresca veniva scoperta e la signora Saporito si faceva prendere dagli isterismi. La guerra del fumo si concludeva con una sorta di amnistia generale e con dieci gocce di valeriana “pe’ me fa passà e nierve”.

[Domandatelo al professore (1) – continua]

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