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Il dilemma Grecia

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di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

Tsipras

“Non dovremo mai negoziare per paura. Ma non dovremo mai aver paura di negoziare”
John Fitzgerald Kennedy

 

Degli incontri che Tsipras ha avuto girando per l’Europa nei giorni scorsi c’è un’immagine che ricorre frequentemente nella mia mente da quando l’ho vista.
E’ quella dove Juncker, il presidente della Commissione Europea, prende per mano Tsipras nel momento in cui si ritirano dalla conferenza stampa.

Tsipras e Juncker
E’ un’immagine che va in senso contrario alla rigidità che invece Tsipras ed il suo ministro delle finanze Varoufakis hanno incontrato in giro per l’Europa, nella settimana appena trascorsa, nel tentativo di raccogliere un minimo di consensi sulla rinegoziazione del debito greco.

E’ un’immagine che racchiude un gesto probabilmente partito da un senso di condivisione di Juncker nei confronti di questo giovane leader che si è fatto carico di portare la Grecia fuori dal guado.
Un gesto quella presa per mano bello perché certamente spontaneo ma ipocrita perché maschera un pensiero comune, quello dell’austerità ad ogni costo, da cui sembra che nessuno dei leader responsabili, tra Eurogruppo, Commissione europea e governi, abbia la forza ed il coraggio di dissociarsi.

la vittoria di Tsipras

Sappiamo tutti con quale margine di consensi Tsipras abbia vinto le elezioni del 25 gennaio e sappiamo pure quali sono i punti qualificanti del programma (*) di questo leader dalla faccia buona che l’altro giorno, chiudendo il suo discorso difronte al parlamento greco ha così detto, quasi in lacrime:

“La nostra parola d’ordine è democrazia dappertutto. Sono consapevole di responsabilità e difficoltà ma di una cosa sono certo: non svenderemo e non negozieremo la dignità del popolo greco”.

Democrazia e dignità sono parole pesanti che riconducono a principi per la cui difesa molta gente ha sacrificato la vita.
La Grecia, è vero, ha commesso tantissimi errori nel passato, a cominciare dalla falsificazione dei bilanci per guadagnarsi l’accesso in Europa per finire alla mancata realizzazione di alcune importanti riforme che dovevano andare in direzione della ripresa e su cui i governi si erano impegnati.
La Grecia ha pagato a caro prezzo il tentativo imposto dalla troika di risanare i conti al punto di ritrovarsi oggi più povera di cinque anni fa avendo infierito tanto sul tessuto sociale con l’abolizione delle tredicesime, il taglio degli stipendi, il licenziamento massiccio di dipendenti pubblici e inciso poco sulla corruzione e sull’evasione per non aver fatto quasi nulla per contrastarle.

il disagio umano

In questi giorni ci sono tante analisi della situazione greca e si fanno tante ipotesi sul futuro del paese.
Mi sento di condividere quelle che vedono una responsabilità, in tutto quello che sta accadendo, anche  nei comportamenti delle istituzioni europee.

La questione greca è una questione nuova per il paese ma anche per l’Europa.
Tsipras si trova in questo momento a sostenere un difficile test di credibilità di fronte al suo elettorato.
Da una parte vuole mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, dall’altra vuole rimanere dentro il concetto europeo (non dimentichiamo che oltre il 60% dei greci preferisce restare nell’euro) portando un’istanza di cambiamento che cozza con la rigidità dei parametri di risanamento che non possono essere sconfessati.
Tsipras, in questa difficile fase di negoziazione, ha due strade davanti a sé: rimanere in Europa tentando di ottenere attraverso la negoziazione un alleggerimento dei vincoli imposti o pilotare, per tener fede alle promesse elettorali, l’uscita della Grecia dall’euro assumendosene tutta la responsabilità.
Ma la questione greca rappresenta una novità anche per l’Europa.
Per la prima volta l’Europa si trova davanti una politica economica finanziaria, non emanazione di un governo posticcio, ma condivisa e sostenuta da un largo consenso popolare.
La posizione di intransigenza tenuta finora dagli organismi europei  scricchiola difronte ad un’istanza che parte dal popolo, quantunque si tratti di un popolo di piccole dimensioni.
E questo l’Europa l’avverte (vedi la presa per mano di Juncker) perché i dettami di rigidità e di intransigenza sono espressione di vincoli e parametri burocratici ma non espressione della volontà popolare.
Al punto da diventare forse non più legittimi visto che ormai non sono più condivisi dalla maggior parte dei popoli dei paesi europei che sono in difficoltà (vedi Spagna, Portogallo, Italia, ecc.)
E’ questo un importante momento per la Democrazia nel senso più nobile della parola.
I responsabili dei singoli paesi, i responsabili degli enti istituzionali come la BCE, la Commissione Europea, il FMI devono mettere da parte i numeri, i vincoli, i parametri e riempire di democrazia le decisioni che sono chiamati a prendere.

Di questo avviso sono tanti economisti che sostengono il progetto degli Stati Uniti d’Europa.
Ne scelgo uno, Jean Paul Fitoussi, già consigliere presso il Parlamento Europeo, cui qualche giorno fa è stato chiesto “Perchè l’Europa non cresce come gli Stati Uniti?”
E Fitoussi ha così risposto:
“La ragione è che l’Europa è indottrinata, crede più alla contabilità che all’economia. Contabilità significa bilancio in pareggio, che vuol dire che gli Stati devono compiere sforzi enormi anche quando sono in depressione. Questo è concretamente stupido: quando si nota che ci sono delle risorse inutilizzate, come nel caso della disoccupazione mai così alta, come si può rinunciare alla produttività di questa forza lavoro per diminuire di una piccolissima percentuale il disavanzo pubblico? Questo è ridicolo, è la religione dell’austerità. Bisogna stringere la cintura per essere considerati virtuosi, ma la virtù non ha nulla a che vedere con l’economia”.

Domani c’è un’importante riunione dell’ Eurogruppo dove Tsipras e Varoufakis dovranno confrontarsi, questa volta collegialmente, con gli altri partners europei.
Dobbiamo augurarci che prevalga la buona volontà e che siano assunte delle decisioni che vadano in direzione del rispetto della dignità delle persone più che verso l’esigenza di pareggio dei bilanci.

l'altra europa con tsipras

 

(*) in formato pdf    Il programma economico di Tsipras per le votazioni del 25 gennaio 2015

 

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2 commenti per Il dilemma Grecia

  • Enzo Di Fazio

    Silverio Lamonica ha postato un link che rimanda ad una visione alquanto catastrofica di Alan Greenspan sulla Grecia e sull’Euro. Pur rispettando tutte le opinioni, ritengo doveroso fornire delle informazioni di minima sull’economista in questione.

    Alan Greenspan è stato governatore della Federal Reserve dal 1987 al 31 gennaio 2006, per cinque mandati consecutivi.
    Quando venne nominato, nel 1987, il mercato obbligazionario rispose con il massimo peggioramento delle quotazioni del quinquennio (fonte wikipedia).
    Per le politiche monetarie attuate presso la F.R. e per l’inadeguatezza dei sistemi di controllo è considerato in diversi ambienti economici uno dei maggiori responsabili della bolla speculativa dei mutui sub-prime da cui è partita la grande crisi del 2008 culminata nel fallimento della Lehman Brothers con ripercussioni sulla finanza internazionale e conseguenze su tutta l’Europa da cui ancora non ne veniamo fuori.

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