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C’era una volta una barca che si chiamava Camomilla

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di Adriano Madonna

Tanti anni fa, avevo una barca che si chiamava Camomilla. Era una barca seria, perché odorava di legno e vernice all’olio, quindi tutt’altra cosa che queste porcherie moderne puzzolenti di resina e catalizzanti.
Camomilla aveva le costole di quercia e il fasciame di pino, e quando navigava con il motore a pieno regime faceva due bei baffi di schiuma bianca a prua ch’era un piacere solo guardarli.
Con Camomilla era bello navigare e anche parlare, specialmente quando il mare si metteva al brutto e c’era da contare sulla sua prua forte che sfondava le onde, per ritornare in porto.
Io con Camomilla scoprii tutto il mio piccolo mondo, che in realtà non era un gran che: solo il grande contrafforte di un promontorio che si spinge prepotente sul mare, dove il paese si arrampica.
I miei grandi amici erano i pescatori, che del mare mi insegnavano tutto: i segreti e la poesia, i misteri e il rispetto che gli si doveva.
Imparai da loro anche a prevedere il tempo e quello che c’era da aspettarsi quando la Luna moriva e quando c’era Luna nuova.
I pescatori con le fasi della Luna spiegavano tutto, e mescolavano cose scientifiche come i fenomeni delle maree, con storie fantastiche, come quella della Luna piena che tira su le anguille dal fondo del mare, le fa salire a terra e le fa accoppiare con le serpi.
Io ascoltavo tutto questo a bocca aperta, la storia delle maree e quella delle anguille, e poi mi scrivevo tutto dentro un quadernetto, perché forse, già allora, si andava delineando, chissà, il mestiere che avrei fatto in un’altra stagione della mia vita.

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D’estate con Camomilla navigavo verso le spiagge di ponente, dove c’erano grandi dune di sabbia e schiere di fantasmi che le leggende popolari avevano allocato laggiù.
C’erano anche, subito dietro gli arenili, grandi vigneti, e tante volte, con gli amici, arrostimmo le cozze sulla spiaggia e mangiammo, come secondo e frutta, delle dolcissime pigne d’uva.
Poi, prima dell’imbrunire, mettevamo la prua verso il promontorio e Camomilla ci riportava a casa con il suo rumorosissimo motore che faceva sempre un po’ di fumo, ma anche con tanto affetto, perché la mia barca mi voleva proprio bene. Quando doppiavamo Punta Stendardo, di solito eravamo al momento del tramonto: io allora guardavo il sole che annegava nel mare e lo incendiava, e il mio giovane cuore riusciva a trovare la maturità di una commozione: ero un marinaio romantico!

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Anche i gabbiani mi piacevano, specialmente quando le paranze ritornavano in porto ed erano accompagnate da centinaia di uccelli bianchi. Le loro strida erano melanconiche e acute. Mi avevano raccontato che i gabbiani sono le anime dei marinai, e io ci credevo, forse perché era bello crederci e forse perché se un uomo di mare non crede a queste cose, che marinaio è?

Io a sedici anni avevo già i calli nelle mani che s’erano fatti sui remi e sulle cime di cocco, come quelli di Pasquale, ch’era vecchio e aveva visto anche il mare della Cina, ed era ritornato a casa dopo la guerra a cavallo di un siluro!
Pasquale raccontava queste cose di sera, seduto sul muretto vecchio, e aveva sempre una cicca all’angolo della bocca, e camminava scalzo sull’asfalto bollente di mezzogiorno perché i suoi piedi di pescatore, diceva, avevano le suole.
Pasquale mi insegnò a prevedere il tempo, e lo fece con le poesie facili e le filastrocche come queste: “Quando il mare canta a riva, al largo, o marinar, la barca va giuliva”, oppure “Rosso di sera bel tempo si spera” e ancora “Cielo a pecorelle e donna imbellettata, signor mio durano una sola giornata”.
Pasquale, la notte in cui morì, disse che lo avrebbero portato al camposanto, il giorno dopo, con la pioggia, e così fu.

Io del mare a sedici anni sapevo tante cose, e del mondo subacqueo scoprivo i segreti giorno dopo giorno. Del mare profondo ero anche una specie di cantastorie, perché, quando tornavo a terra, mi piaceva raccontare che avevo visto questo e quest’altro. Qualche cosa anche mi inventavo per rendere le mie storie più colorite, ma i marinai e i pescatori sono fatti tutti così: ne avete mai conosciuto uno che non propini anche frottole appassionate a chi lo ascolta?

I “cittadini”, quelli che arrivavano al mio paese d’estate, negli alberghi e nelle case in affitto, e che del mare non capivano niente, credevano a tutte queste cose, e spesso volevano venire in barca con me. Io allora mi divertivo a portarli sulla scia delle paranze che la sera ritornavano in porto, per farli ballare sulle onde e vederli starnazzare impauriti come le galline nel pollaio quando arriva la faina. Erano divertenti quelli di città, con la pelle candida e i brufoletti rossi sulle braccia e sulla schiena, perché per un anno intero non avevano preso neppure un raggio di sole.

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Quando andavo sott’acqua e avevo ospiti a bordo, portavo loro sempre qualche sciocchezza, come un rametto di gorgonia che loro credevano fosse corallo, oppure una conchiglia vuota, e quelli di città mi chiedevano se qualche volta ci avessi trovato dentro delle perle. E quelle conchiglie e quei rametti di gorgonia se li conservavano come dei tesori, se li portavano in città e li esponevano in salotto, tra gli ammennicoli di porcellana e d’argento.

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2 commenti per C’era una volta una barca che si chiamava Camomilla

  • lauracolombo

    Eh la Camomilla… me la ricordo, caro Adriano! Il tuo articolo molto carino e un po’ nostalgico mi ha riportato indietro nel tempo ai ricordi di Ponza meravigliosa fine anni ’60 – inizio ’70. Pero’ eri rosso e lentigginoso anche tu, anche se a forza di vivere al sole non ti scottavi più come noi. E sappi che noi innocenti cittadini… i tuoi bonari trucchetti li avevamo capiti… il mare non aveva grandi segreti per noi.
    Ti riconoscevamo tuttavia l’assoluta indiscutibile superiorità culturale delle sue profondità, e chissa’ ora quanto potresti insegnarci! Continua a scrivere e W la bella Ponza!! Forever… Anche se quella di una volta era migliore e più’ vera…

  • giovanni hausmann

    vedere la mia bella barca insieme ad un così bel racconto è una stata una piacevole e malinconica sensazione. nostalgia di ponza e del suo mare e nostalgia della barca
    grazie

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