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2009-07-21_18-51-35 e-01 sn isi-03 ss-22 Spugne, briozoi e astroides

Pupo, il cane corriere

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di Vincenzo Di Fazio (Enzo)
cane e barbone

 

Ogni qualvolta mi imbatto in un cane che si accompagna ad un barbone, mi colpisce il legame che li tiene insieme. Che non è tanto la fedeltà o l’obbedienza tipiche dei cani quanto la solidarietà, sentimento non sempre presente tra le creature umane.
Nel rapporto tra un barbone ed un cane si percepisce la condivisione della solitudine, della tristezza, dell’emarginazione, della libertà d’essere poveri e perfino della gioia…  quando capita.
Spesso mi chiedo da chi parte la scelta, pur consapevole che il più delle volte è la casualità a far nascere quelle convivenze.

La cosa straordinaria è che il cane non bada mai alla condizione sociale del suo padrone e gli rimane fedele anche se l’aspetta una vita di stenti e dormirà sotto i ponti o i cartoni. Il barbone e il suo cane si divideranno il poco che hanno e il tempo infinito delle giornate…
Bell’insegnamento per l’essere umano.
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Tutto ciò per dire che il cane è un animale speciale. E di cani speciali ne abbiamo conosciuti su queste pagine da quando si è aperta una falla nel sito, come ha detto Tano Pirrone, nel presentarci il libro di Stefano Malatesta “Il cane che andava per mare”.

E così via via ci è capitato di conoscere cani come Jack, il cane “marinaio” e vagabondo del libro di Malatesta, che, ammalato e stanco, sceglie il mare per morire come se il mare l’avesse avuto impresso nell’anima fin dalla nascita (leggi qui)

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o Titi, il cane “antifascista” amico dei confinati che Sandro Pertini portò con sé in occasione del trasferimento della colonia da Lipari a Ponza (leggi qui)

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o Bam, la cagnetta compagna inseparabile di Tano che pare commuoversi nell’ascoltare, raccontata dal suo padrone, la storia struggente di Titi
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o il bastardino di Domenico che a Le Forna, in una piazzetta quasi deserta sembra l’unico essere interessato al comizio dell’on.le Silverio Corvisieri (leggi qui).

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La falla è sempre lì, c’è quindi spazio per farvi passare un’altra storia vera di cani e di sentimenti.

Protagonista ne è il cane di mio nonno Silverio, un cane che ha fatto parte per molti anni della mia infanzia.
Si chiamava Pupo ed era un bracco italiano, almeno così dicevano.

io e pupo

Un bracco di grossa taglia, bianco con qualche chiazza nera, una in particolare faceva da cornice all’occhio sinistro a guisa di benda, l’unica cosa che gli disegnava sul volto un po’ di cattiveria. Un cane che ricordo enorme, almeno fin quando non sono un po’ cresciuto.
Era un cane da caccia, ma non solo.
Accompagnava mio nonno nei campi e lo seguiva quando, per servizio, andava al faro della Guardia. Partecipava alle vendemmie pulendo i filari di viti dagli acini d’uva che cadevano a terra, nel senso che li mangiava; giocava con le palle di pezze che gli tiravano i bambini, ma… era soprattutto un cane-corriere.

Mio nonno abitava in una delle ultime case degli Scotti, una casa grande con due cucine, una grotta per gli animali, una bella “curteglia” e perfino un comodo gabinetto in uno stanzino spazioso poco lontano dall’abitazione.
Aveva avuto nove figli (sette femmine e due maschi), di cui quattro col passare degli anni erano emigrati in America e in Canada. A Ponza erano rimasti gli altri cinque tutti sistemati tra la contrada degli Scotti e la Dragonara, praticamente in un raggio di poche centinaia di metri.
Mia madre era quella più vicina, sempre sugli Scotti, ad una distanza  poco più di duecento metri.
Era anche la figlia più anziana, la consigliera delle sorelle minori e, quando occorreva, l’infermiera di casa per aver imparato dalla comare Marietta, moglie del dottor Aldo Coppa, nostri vicini, i rudimenti essenziali per fare una puntura, per medicare una ferita, per preparare uno sciroppo o dosare una medicina.
Capitava, così, che quando la nonna, sofferente di diabete e di ipertensione, si sentiva male mia madre dovesse subito correre a darle assistenza.
A quei tempi non c’erano i telefoni e mio nonno aveva escogitato un sistema per avvisarla.
Ricorreva al buono e servizievole Pupo. Gli faceva indossare nella circostanza un collare (cosa molto rara allora per i cani di Ponza) al quale legava un fazzoletto con dentro sistemato un bigliettino su cui aveva scritto: “Velia, vieni subito che mammete nun sta bbone”.
Quindi partiva l’ordine per Pupo: “Curre, va addu Velia”.
E Pupo in pochi minuti arrivava a casa e si annunciava bussando alla porta con la zampa.
Mia madre gli dava una carezza e lo ricompensava sempre con un pezzetto di pane o qualche rimasuglio di cibo; poi insieme si incamminavano per andare da nonna.

E questo, Pupo l’ha fatto tante volte, anche di notte quando è stato necessario.

Ma Pupo non faceva solo il postino. Nonno ogni tanto se lo portava con lui anche giù al porto a fare la spesa. Il che accadeva di norma quando doveva far arrivare a casa qualcosa molto prima del suo ritorno, come la carne da fare in brodo. Proprio così, la carne per il brodo!
Nonno gliela sistemava in una sorta di federa di cuscino e  ne faceva un pacchetto lasciando penzolare un lembo più spesso tipo maniglia che Pupo afferrava con la bocca.
E qui il comando: “Va, portala a Olimpia e nun te fermà p’a vie”. E Pupo, ubbidiente, senza fermarsi mai si faceva tutta la salita degli Scotti secondo le istruzioni ricevute.

Era d’altronde un cane da riporto e per lui quel pacchetto era simile alle tante beccacce e quaglie che gli capitava di recuperare e portare al suo padrone che le aveva cacciate. Pur se attratto dall’intenso odore della carne macellata non si sarebbe mai sognato di curiosare. Lo faceva per istinto, per educazione ma, probabilmente, anche per rispetto.
Ho sentito raccontare da testimoni che ormai non sono più tra noi che Pupo veramente faceva quella strada tutta d’un fiato e non si fermava nemmeno se qualcuno cercava di distoglierlo per saggiarne la fedeltà.

Pupo è stato un cane longevo. Nel corso degli anni aveva perso quel suo andamento dinoccolato un po’ da eterno cucciolo ma era rimasto gioioso, affidabile ed affettuoso come sempre. E’ vissuto, se non ricordo male, fino a 14/15 anni continuando a fare il corriere tra la casa di nonna e la nostra quasi fino agli ultimi giorni di vita.
Non solo per portare richieste di soccorso, ma anche messaggi belli come: “Ho appena colto un po’ di fichi freschi, mandami Enze cu’ ‘nu caniste” oppure “Mammete a fatte ‘u ppane e t’ha mise ‘a parte doie pagnotte”.

Negli ultimi anni aveva smesso ormai di andare a caccia, anche perché non vi andava nemmeno nonno.
Passava gran parte delle giornate accucciato vicino ai suoi piedi, altrimenti se ne stava buono buono in cucina raggomitolato sul suo giaciglio, uno spesso sacco di iuta da cui si alzava  all’alba solo per dare la sveglia.
Una mattina nonno non lo vide arrivare… Ebbe subito un brutto presentimento.
Andò in cucina e, infatti, lo trovò lì, sul sacco di iuta, ancora caldo, accartocciato come la sera prima, con gli occhi semichiusi. Stava per incamminarsi con dignità, come gli imponeva il carattere della razza cui apparteneva, verso la strada che definitivamente l’avrebbe portato altrove…

cane solitario

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1 commento per Pupo, il cane corriere

  • Sandro Russo

    Chissà chi ricorda, circa due anni e mezzo fa, la sintesi che avevo proposto di un racconto di fantascienza di Clifford Simak – un nume tutelare della Fs – evidentemente molto amante dei cani che hanno un ruolo importante anche nel suo romanzo più famoso City (in italiano “Anni senza fine”) del 1952.
    Il racconto si intitola Desertion (“I rimbalzanti di Giove”), del 1942 (leggi qui) e riporta un “colloquio” telepatico tra il cane, Towser e il suo padrone umano, in una circostanza particolare.
    Ne trascrivo qualche riga:

    D’improvviso ebbe coscienza di Towser, un’intensa coscienza dell’amicizia goffa e ardente del vecchio animale che lo aveva seguito dalla terra su molti pianeti.
    Come se la realtà di Towser si fosse espansa e per un momento fosse dentro il suo cervello.
    E dall’impacciato saluto di benvenuto che sentiva, si formarono le parole: – Ciao amico
    Non vere parole, ma meglio delle parole. I pensieri del suo cervello, comunicati con simboli che possedevano sfumature di significato che le parole non avrebbero mai avuto.
    – Come va? – chiese.
    – Mi sento bene – rispose Towser – come quando ero cucciolo; ultimamente mi sentivo piuttosto malconcio, con le gambe irrigidite e i denti ridotti quasi a niente. Difficile mordere un osso, con denti simili. E poi le pulci mi facevano impazzire, mentre una volta non ci facevo caso. Quand’ero giovane un paio di pulci in più o in meno non significava molto…
    – Ma… ma… – i pensieri rimbalzavano disordinatamente – …stai parlando..!
    – Certo – rispose Towser – Ti ho sempre parlato, ma non mi sentivi; cercavo di dirti delle cose, però non riuscivo a farmi capire.
    – Certe volte ti capivo
    – disse lui.
    – Non molto bene. Capivi quando volevo mangiare o bere e quando volevo uscire, ma questo era più o meno tutto quello che riuscivi a comprendere.
    – Mi spiace
    – disse lui.
    – Non importa… Adesso ti porto di corsa su quella scogliera.
    Lui la notò solo allora, a molti chilometri di distanza, di una strana bellezza cristallina che brillava nell’ombra delle nuvole variopinte.
    Esitò – Sembra molto lontana…
    Oh, avanti – disse Towser, e mentre stava ancora dicendolo partì verso la scogliera.

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