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Politica locale e sogno del buon governo

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di Silverio Tomeo
Democrazia partecipativa [2]

 

Nei tempi della crisi della democrazia e della politica, in quelli della “solitudine del cittadino globale”, esiste ancora lo spazio pubblico per la politica locale? Ed ha ancora senso, oggi, il sogno del buon governo?
Dico subito che ha ancora senso, prima ancora di tematizzarne la problematica, considerando che esistono nel Paese reti di comuni virtuosi, vedi: http://www.comunivirtuosi.org/ [3], reti di comuni partecipativi, vedi: http://www.nuovomunicipio.net/documenti/statuto.html [4].
Ed esistono buone pratiche amministrative, soprattutto in piccoli centri dove le specificità, che sempre esistono, non vengono viste come eccezioni, ed il “globale” non viene rimosso. La domande di fondo preliminare da farsi è: esiste oggi uno spazio politico locale? esiste uno spazio territoriale, democratico, comunitario, nei tempi travolgenti della globalizzazione e dell’uniformazione?
Dalla risposta a queste domande deriva la stessa possibilità di immaginare politiche locali, di avanzare nuovi modelli di democrazia partecipata e di cittadinanza attiva, di costruire un’agenda politica locale.
Per ovviare a queste difficoltà del lessico politico oggi si parla spesso di “glocal”, cioè di quell’intersezione tra globale e locale che definisce una nuova territorialità situata tra locale e globale.

L’altra questione odierna è che le politiche di austerità, con i vincoli di bilancio che ne derivano, riducono di molto le funzioni classiche del governo locale, riducono i trasferimenti centrali, spingono all’aumento della tassazione comunale per i servizi. Con la crisi economico-finanziaria che perdura, che incrementa le diseguaglianze sociali, escludendo e precarizzando soprattutto i giovani.

Le leggi 142/1990 e 81/1993 hanno riformato poteri e modalità di elezione dei sindaci e delle amministrazioni comunali, con a seguire la legge 120/199.
Si tratta principalmente dell’elezione diretta del sindaco, che passa da primus inter pares al ruolo di primus solus, e che ha portato di conseguenza a una personalizzazione di questo ruolo. Con il sistema maggioritario, variamente coniugato in base al numero dei votanti, queste riforme istituzionali hanno stabilizzato maggioranze e minoranze, distinguendone meglio i rispettivi ruoli. Dove non si incrostino blocchi di potere, storici o più recenti, questo nuovo sistema ha comunque favorito la dialettica dell’alternanza verso una moderna democrazia competitiva tra due o più schieramenti.

La figura centrale in democrazia è il cittadino, ma il cittadino è in primo luogo il cittadino socializzato. L’egoista e il familista restano sullo sfondo se il processo democratico comporta la socializzazione, l’apprendimento, l’informazione, la pluralità e la cittadinanza attiva.
“Il cittadino è l’individuo socializzato a e nella sfera pubblica”, afferma Carlo Donolo, secondo cui “il buon governo è l’insieme di processi che cooperano alla riproduzione allargata dei beni comuni”. Il buon governo come processo politico legittimo dei processi sociali, prima ancora che come istituzione e amministrazione.
Ed è più facile capire cosa sia il malgoverno che capire come si possa affermare e consolidare il buon governo.

La società civile, le reti civiche, le associazioni, possono aiutare in modo determinante a riformare la politica dal basso. Sono decisive per connotare il microclima democratico che si respira in loco, diventano costitutive della stessa sfera pubblica. Le reti sociali ci ricordano che il processo democratico deve avere un contenuto sociale.
Il ruolo dei legittimi interessi organizzati è parte della dialettica democratica, ma è l’esatto contrario dell’ irruzione di potentati economici in corto circuito con la politica. Una nuova alleanza sociale e politica può legittimamente aspirare ad esprimere un’amministrazione locale, su programmi, progetti, idee, per l’interesse generale della comunità democratica.

Nell’agire politico vanno distinti lo scopo, il fine e il senso, scriveva Hannah Arendt, e lo stesso principio dell’agire. La crisi dei partiti ha spesso portato al loro evaporare, a ridurli a comitati elettorali, a sterilizzarne il radicamento sociale, a frammentarli in cordate e fazioni. Ciò nonostante le alleanze civiche di liste locali, non sempre definibili politicamente, vanno a formare a tutti gli effetti, anche giuridici, veri e propri “partiti locali”. Se la dialettica locale è giocata solo su bisogni corporativi, clientele, invadenza di lobby economiche, si arriva a un gioco distruttivo e incomprensibile di fazioni civiche che esprimerà amministrazioni con la barra dritta verso il malgoverno, quando non verso il commissariamento prefettizio nei casi più estremi ed eclatanti.

Un governo locale senza adeguata rappresentanza equilibrata di genere dovrebbe insospettire; ad esempio un’amministrazione che non dà spazio al volontariato e che non sa interloquire con la società civile organizzata, con i sindacati, con i comitati di scopo, non esprime buon governo.
Una società locale che non esprime cittadinanza attiva e nel caso combattiva e che è invece soggiogata dal clientelismo e dalla demagogia, che si affida al populismo dall’alto per confusi progetti miracolistici di sviluppo in tempi di crisi economica, tende a chiudersi nel gretto particulare e non è in grado di difendere i beni comuni e la loro riproduzione per il futuro.

Va da sé che movimenti collettivi, società civile organizzata, comitati civici, il mondo dell’associazionismo, le reti civiche e sociali, sono il polmone della crescita culturale e del legame sociale, hanno la loro autonomia culturale, hanno tempi e progetti indipendenti al di là delle scadenze elettorali e dello stesso orizzonte politico-amministrativo.

 

Note. Bibliografia essenziale

Donatella Della Porta – “La politica locale” (Il Mulino, 2006)

Carlo Donolo – “Il sogno del buon governo. Apologia del regime democratico” (Et al Edizioni, 2011)

Zygmunt Bauman – “La solitudine del cittadino globale” (Feltrinelli, 2008)

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