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Refolo. Isola per amare

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di Francesco De Luca
Amore e disamore

 

Il tempo inclemente induce al ricordo…

Una sera, una di quelle che non scendono mai perché la luce dell’ estate non quieta né la volontà né l’animo, il vicolo s’era adagiato sui suoni che la fine del giorno impone. I villeggianti erano rientrati. Le pietre vive del selciato avevano smesso di infastidire per i passi rumorosi. Da una finestra la voce gioiosa di una bambina, da un’altra una donna stendeva gli asciugamani.

Il vicolo non ha la spaziosità del quartiere, non l’ampio respiro. Si esprime per sussurri, rumori attutiti, parole e frasi mozze.

Così infatti era cominciato un battibecco fra un uomo e una donna. Una coppia. Stavano in un appartamentino a pianoterra. Sulla strada s’aprivano la porta di ingresso e la finestra della camera da letto. All’interno, verso la parete della montagna, priva di luce, dovevano esserci sia il bagno sia la cucina.

Da lì partirono le voci agitate e concitate, ma quel che fuoriusciva sul vicolo erano frasi contratte, con una ira repressa. Ma pur sempre un’ira, perché la donna inveiva contro il compagno con frasi forti.

Non si capiva tutto il motivo del confronto, ma da alcune parole espresse appieno si capiva che era un bisticcio pesante.

In verità io conoscevo la coppia perché in quel vicolo sono di casa. Conoscevo più lui, un giovane alto, distinto, un architetto credo. Aveva affittato quell’appartamento perché evidentemente ci si trovava a suo agio. Erano due o tre anni che lo prendeva, accompagnato sempre da splendide ragazze. Aurelio si chiamava, ricordo ancora il nome. E lo ricordo bene perché la ragazza nello sfogo, ogni volta lo profferiva insieme ad un dileggio. Lui rispondeva a mezza voce, forse dal bagno. Cercava di scusarsi, di arginare la violenza di lei, che lo accusava di infedeltà.

Li avevo visti il giorno prima entrare in casa, dopo essere sbarcati dalla nave di Anzio. Venivano da Roma. Lui sicuro di sé, della sua conoscenza dell’isola e pratico delle incombenze ordinarie quando si va in vacanza per il fine settimana. Lei indecisa, ma consapevole della forza della sua bellezza bionda. Splendida ragazza. Alta, dai lineamenti fini, una piacevolissima compagnia.

Io quello ho potuto vedere e di quello dò conto. Ma il dissidio era forte. Lei aveva avuto certezza che lui aveva trascorso la giornata con un’altra.

Come era potuto succedere se erano usciti insieme al mattino e rientrati insieme ?
Ah, dimenticavo, lui aveva in affitto anche una barca. Gliela teneva in ordine Silverio Bebé, giù alla banchina.

Il diverbio poteva essere nato dal fatto che avevano portato insieme altri amici romani. Aurelio aveva forse fatto la corte ad un’altra e la bionda non l’aveva tollerato. Anzi, da quell’episodio aveva tratto una decisione definitiva perché poco dopo uscì col suo bagaglio.

Povero Aurelio, gli si presentava una conclusione imprevista. Ponza aveva funzionato troppo!

L’isola era la sua arma di seduzione più consumata e sicura. Il richiamo di due giorni a Ponza, spensierati e immersi totalmente nel godimento, non aveva mai fallito. Ponza era la sua isola per l’amore. E io posso confermare le sue diverse e formose compagnie femminili. Ma quella volta s’era fatto prendere la mano dai voluttuosi richiami che il sole e il mare e l’atmosfera di Ponza gli avevano lanciato.

La sera era scesa e le scalinate avevano evidenziato l’allontanamento della ragazza.

Il vicolo ritrovò la sua serenità.

Mi avvicinai alla finestra e fui costretto ad impastoiarmi con questo motivo che fuoriusciva da un mangiadischi (di Ivano Fossati – Di tanto amore). Lo feci circolare per lo stretto di quel vicolo, di solito carico di amore ma ora… di risentimento.

Il vicolo quella sera fu pervasa dal sentimento che il brano musicale rende evidente. Così fu per me, e così sono sicuro avverrà anche per i lettori.

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Ascolta  e guarda qui il video da YouTube

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Dall’album di Ivano Fossati: La mia banda suona il rock del 1979
Le immagini mostrate nel video sono tratte dal film Innamorarsi (Falling in Love), (1984), diretto da Ulu Grosbard con Meryl Streep e Robert De Niro.

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Di tanto amore

E magari morirò
di tanto amore
magari no
chi lo può dire?

Un anno e più non è uno scherzo
può renderti diverso
un anno è la fotografia
di te stesso che vai via.

E lei è lei, non può cambiare
dolcissima e immortale.
presto, dov’è la mia faccia più dura
che non veda che ho paura.

E mentre andrò dovrò pensare
tu non sei uomo da piegare
quante ne ho avute, quante ne ho volute
e poi dimenticate.

C’è chi mi odia per gli amori da un’ora
e chi mi cerca ancora
e non sa che avrei bisogno stasera
più che d’altro d’una preghiera.

Perché so
perché lo so.

Di tanto amore morirò
di questo amore morirò
avrò la faccia più dura

ma una parola e morirò
ha i suoi motivi la paura
dovrei saperlo già da un po’.

Ehi come stai sapore amaro
di appuntamenti a cui mancavo
di pensieri sempre i più buoni
cancellati dalle intenzioni.

Estate di corsa temporali d’agosto
e poi cambiare ad ogni costo
ehi come stai, sapore amaro
di una fine sicura.

perché so
perché lo so.

Di tanto amore morirò
di questo amore morirò
avrò la faccia più dura

ma una parola e morirò
ha i suoi motivi la paura
dovrei saperlo già da un po’.

 

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