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Il panettone di “Fracassa” e quello di “Panzatuosto”

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di Sandro Vitiello

 

Enzo mi ha fatto ricordare con il suo scritto un mio fatto milanese
S. V.

 

Milano nel ’72: i primi mesi dopo il mio arrivo non furono molto belli.
Per cercare di alleviare un po’ questa situazione passavo del tempo a frequentare persone che avevano a che fare con Ponza.
Di qualsiasi tipo: compaesani (pochi) o frequentatori dell’isola con cui ci si raccontava fatti e aneddoti.

Tra i tanti ho avuto modo di conoscere un famoso commerciante che in quel periodo aveva un negozio di abbigliamento molto alla moda.
Con lui si parlava del mare, dei fondali (era appassionato di pesca subacquea) e del suo amico “Fracassa”, grande pescatore con la cianciola.
“Fracassa” è stato uno di quelli bravi che negli anni sessanta-settanta ha scritto pagine importanti nella storia della nostra marineria.
Praticava soprattutto la Toscana e le sue isole ma Ponza era casa sua.
Abitava sopra allo Schiavone.

Sta di fatto che con l’approssimarsi del Natale e sapendo il mio interlocutore che sarei tornato a Ponza, lui mi chiese se potevo portare al suo amico un panettone.
Al momento mi sembrò una cosa fattibile e gli dissi di sì.

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Premessa: parliamo del ’72 quando si viaggiava soprattutto in treno e nei periodi come quello natalizio questi erano regolarmente strapieni.
In più era quasi inesistente l’abitudine a prenotare i posti a sedere.
Sta di fatto che il giorno della partenza, prima di andare in stazione, accompagnato da un amico che avrebbe fatto il viaggio con me, passammo da questo signore.
Ad aspettarci non c’era solo lui con il dolce tipico milanese ma a fargli compagnia c’era uno scatolone alto più di un metro in cui probabilmente ci stava una mezza pasticceria.
Non solo: visto che c’eravamo, aveva pensato di aggiungere un’altra confezione un po’ più umana destinata all’altro suo grande amico ponzese Salvatore Sandolo, il meccanico.
Non ebbi il coraggio di voltare le spalle a quel signore e ai suoi scatoloni e, malgrado l’incazzatura del mio amico, ci trascinammo fino in stazione quel popò di roba, con i nostri bagagli.

All’ora della partenza scoprimmo che il posto su quei treni andava conquistato al volo, con il rischio concreto di finirci sotto.
In sostanza quando stava per arrivare sul binario veniva preso d’assalto e quelli che riuscivano a salirvi sopra prima degli altri si accaparravano i posti a sedere e gli spazi nei corridoi.

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Noi e i nostri scatoloni non riuscimmo neanche a salirvi sopra.
Tantomeno di trovare posti a sedere.
Mentre mi pigliavo un sacco di maleparole dal mio compagno di viaggio l’altoparlante comunicò che alla stazione di Porta Garibaldi era stato apprestato un treno straordinario che avrebbe fatto le stesso percorso, partendo un’ora dopo.
Ci mettemmo in movimento con tutti i nostri bagagli e raggiungemmo l’altra stazione.
Anche questo treno era molto pieno ma riuscimmo a salire e trovare pure il posto a sedere.

Il viaggio iniziò tranquillamente con la velocità dell’epoca che aveva poco a che vedere con i veloci treni che in quattro ore oggi portano da Milano a Napoli.
Si partiva la sera intorno alle dieci e mezza e, se tutto andava bene, per le otto di mattina si arrivava a Formia.
Fino a metà viaggio non successe nulla di particolare: gente che provava a dormire, bambini che piangevano e chiacchiere allegre di chi già pregustava il piacere del ritorno ai luoghi d’origine.
Verso la mattinata, quando il nostro treno aveva accumulato qualche ora di ritardo, il tempo si girò al peggio e temporali molto forti con lampi e tuoni presero il sopravvento sulle chiacchiere svegliando i pochi che dormivano.
La cosa si fece seria e il nostro treno incominciò ad accumulare un ritardo sempre maggiore.

Si arrivò a Roma e la sosta divenne lunghissima ma dopo un bel po’ di tempo si partì.
Non facemmo tanta strada quando il treno si fermò del tutto, in aperta campagna.
Dopo parecchio tempo un controllore ci fece sapere che un pezzo della nostra ferrovia era franato e forse saremmo arrivati a destinazione con un percorso alternativo, passando lungo una linea più interna.
Eravamo ormai da quattordici, quindici ore su quel treno: la fame e la sete si facevano sentire.
I bambini ormai non li teneva più nessuno e nel nostro scompartimento ci si divideva quel poco che si aveva a disposizione.
Noi partecipammo volentieri a consumare la roba degli altri ma ad un certo punto questa finì.

Le ore continuavano a passare e non c’era speranza di vedere quel treno rimettersi in movimento.

Aveva smesso di piovere; la campagna circostante, alla luce del giorno, sembrava un campo di battaglia.
Resistemmo ancora un po’ ma poi alla fine dovemmo mettere anche noi a disposizione un po’ del nostro cibo.
Non ci volle molto e dopo qualche istante il panettone destinato a “Panzatuosto” venne tirato fuori dalla scatola e diviso con i nostri compagni di sventura.

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Scomparve in pochi istanti e nel giro di cinque minuti ne rimase una scatola vuota.
Manco una briciola venne lasciata cadere a terra.
La fame fa strani scherzi.

Alla fine, nel tardo pomeriggio, quel treno arrivò a Formia e, siccome avevamo perso la nave che all’epoca partiva alle tre e un quarto, avemmo a disposizione la mattina successiva per comperare un panettone simile a quello scomparso lungo il viaggio.

Il destinatario ringraziò e non seppe nulla di quel cambio.
Oggi, dopo quarantadue anni, posso confessare che il panettone che lui ricevette non era quello che il suo amico milanese gli aveva spedito.

 

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