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Ragionamenti intorno ad una piccola cosa

di Sandro Vitiello


Quando passano – il venerdì mattina sotto casa mia – gli uomini della nettezza urbana ogni tanto ritirano uno scatolone di carta e di giornali perfettamente legati con dello spago rosso.
Sicuramente non si sono mai domandati da dove arriva quello strano spago e perché è lì a legare quelle scatole di carta che va al macero.
Eppure quel pezzo di spago ha una storia lunga e per certi aspetti avventurosa che finirà in una stradina di una cittadina alle porte di Milano, in Brianza.

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Originariamente quel filo sintetico abbastanza robusto è stato prodotto in qualche periferia del mondo.
Fabbriche che fino ad una quarantina di anni fa li si trovava anche dalle nostre parti.
Varedo e Cesano Maderno hanno ospitato enormi stabilimenti della Snia che davano lavora a migliaia di persone.
Producevano materie plastiche, fili sintetici buoni per fare corde o addirittura tessuti.
Chi ha qualche anno ricorda le camicie di Terital; quelle che non avevano bisogno di essere stirate.
Poi si è scoperto che quelle fabbriche producevano anche fumi e liquami a volte cancerogeni e quando questo è diventato palese, i “padroni del vapore” hanno portato macchinari e tecnologia dove non c’erano diritti, in fondo alle steppe dell’Asia o in qualche parte nel sud del mondo.

Snia [2]

Torniamo al nostro filo sintetico.
È arrivato in qualche fabbrica del sud America e lì si è trasformato in una rete enorme.
Manodopera a basso prezzo e macchinari moderni hanno fatto diventare quel filo un reticolo infinito buono per prendere anche grandi pesci.
Dal Sud America quella rete – non ancora ben definita – è arrivata in Italia e poi è arrivata a Ponza.
Mani esperte in anni felici l’hanno fatta diventare una rete adatta a prendere pesci spada, tonni e altri pesci di superficie.

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Era una rete che aveva più galleggianti che piombo e quindi, una volta stesa in mare, rimaneva in superficie e veniva spinta dalla corrente per ore, facendo anche tante miglia di viaggio.
A volte veniva spaccata dalle navi in transito che la tranciavano di netto verticalmente trascinandosi dietro decine di metri, ingarbugliati tra le eliche.
A volte vi finiva dentro qualche capodoglio che, nel tentativo di liberarsene, imbrogliava dei pezzi lunghissimi intorno alla sua coda.

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Il capodoglio spesso ci lasciava le penne e i pescatori portavano a terra una montagna di reti inservibili.
Stessa situazione quando ci sbattevano dentro le mante: i “diavoli neri”.
Reti perse, giornate di lavoro perse.

Altre volte, tante volte quelle reti hanno regalato soddisfazioni incredibili.
Tornare a terra con la poppa della barca piena di pesce, oltre a dare soldi, dava l’orgoglio di essere capaci di fare qualcosa.
I nostri pesci si vendevano bene, erano considerati.
I nostri pescatori erano considerati.
È venuto poi il tempo che quelle reti derivanti – le spadare – sono diventate strumenti di distruzione del mare e quindi andavano messe al bando.
Qualcuno ha cercato di difendere la possibilità di continuare ad usarle, casomai ridimensionando le caratteristiche e riducendo il numero delle barche ma non c’è stato niente da fare.
Quella categoria di pescatori è stata messa in un angolo.
Gran parte di loro hanno gettato la spugna: se ne sono andati in pensione.
I loro figli hanno fatto la valigia come i loro nonni e si sono imbarcati.
Altri ci provano ancora; si inventano soluzioni al limite della sopravvivenza.
Si continua a pescare il pesce spada con i palamiti ma i conti non tornano.
La pesca al merluzzo praticata nella stagione invernale – una sfida contro il mare in tempesta – parte con il grosso handicap che questo buonissimo pesce ha un valore molto basso.
Uno dei problemi per chi fa il pescatore a Ponza è quello di non veder riconosciuto il giusto valore al pescato.

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I pesci di Ponza arrivano sui mercati con ventiquattro ore di ritardo.
Comunemente le barche della costa tornano a terra la sera e in nottata i loro pesci sono a destinazione.
I nostri arrivano in porto la sera ma partono con la nave la mattina successiva (se la nave parte) e rimangono in giro fino alla notte che verrà. È un deprezzamento di un prodotto la cui freschezza è buona parte del valore.
Qualche barca con il suo equipaggio si sono stabiliti sulla costa per ovviare a questo limite, altri ci provano comunque ma vedono scappare tra le dita una parte importante del loro profitto.
Ed è un peccato: questa isola e il suo mare possono ancora dare tanto a chi vuole continuare il mestiere del mare.
Bisogna ripensare tante cose e trovare modi nuovi per andare avanti…

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E quello spago rosso?

Negli ultimi anni della sua vita mio padre che aveva consumato i suoi occhi nel realizzare o rammendare reti, quasi a compiere un percorso a ritroso, passava intere giornate a sciogliere i nodi che componevano le reti ormai abbandonate dei pesci spada.
Ne faceva dei piccoli gomitoli che sarebbero serviti comunque.

Spago rosso [7]
Credo che per parecchio tempo gli “operatori ecologici” delle mie parti raccoglieranno comodamente la carta che metto fuori e, forse, tra qualche tempo si chiederanno pure da dove arriva quello spago un po’ strano.

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