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Il re di Roma

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di Silverio Tomeo
Poker [2]

 

Il Re del «Mondo di mezzo»

Non era sconosciuto alle cronache criminali e giudiziarie Massimo Carminati, anche se l’ex sindaco di Roma oggi afferma di averlo creduto già scomparso o comunque in pensione da anni.
Carminati era il “nero” di Romanzo Criminale, il romanzo di Giancarlo De Cataldo (2002) e poi via via del film (regista Michele Placido, 2005) e della serie TV (stefano Sollima, 2008-2010). Era “Il Samurai” del romanzo Suburra, sempre di De Cataldo scritto insieme a Carlo Bonini di Repubblica, uscito l’anno scorso. Uno dei “quattro re di Roma”, secondo l’articolo dell’Espresso del 2012 di Lirio Abbate.

Suburra. Romanzo [3]
Oggi Abbate ricorda che le sue fonti coperte avevano paura persino di pronunciarlo, quel nome, e lo fecero poi a voce bassa, mimando il suo gesticolare e come fosse cieco di un occhio.
Se si va su Wikipedia si trova, in coda alla voce, una nutrita bibliografia sul personaggio, nel contesto dello “spontaneismo armato” dei neofascisti, romani e non solo, che slittarono nelle rapine, negli omicidi, nell’uso del terrore. Oltre che nell’intreccio di depistaggi, coperture, intrecci, che quel mondo ebbe con la banda della Magliana, i servizi segreti più o meno deviati, e la loggia della P2 a cui molti rappresentanti istituzionali erano allora iscritti.
Nell’edizione del 2014 del libro di Mario Caprara e Gianluca Semprini Destra estrema e criminale (Newton Compton) si dedicano 27 pagine al “nero”, ed altre a diversi suoi amici e sodali di quel tempo degli anni ’70.

Destra estrema e criminale [4]

Carminati non è un personaggio da operetta, e agiva come il capo di una vasta rete criminale, secondo l’inchiesta del giudice Pignatone, con capacità di esercizio della violenza e dell’intimidazione e con la capacità di tenere accordi stabili con le filiali di cosche calabresi e siciliane, il clan dei Casamonica, ed anche un clan napoletano inurbato.
Ma soprattutto come Re del «Mondo di mezzo», un terreno vischioso dove il «Mondo di sopra» degli appalti pubblici, della politica, del business, interagiva con il sodalizio a carattere criminale, secondo modalità propriamente mafiose.
Carminati era ed è tuttora un mito per tanta gioventù neofascista, come altri noti criminali di quel mondo e di quel tempo. Con l’aura di impunità e invincibilità, di Samurai ascetico. Il suo tesoro non lo hanno ancora trovato, forse a Londra, forse altrove nelle “isole del tesoro” dei paradisi fiscali e dei conti correnti off shore (che alla lettera significa: al largo, in alto mare).

Carminati negli anni è sospettato, e spesse volte anche indagato, per andare poi assolto, per omicidi come quelli del giornalista piduista Mino Pecorelli, di un tabaccaio, di un allibratore, dei due giovani del centro sociale Leoncavallo a Milano, Fausto e Iaio. Non solo. Tra il 1980 e il 1981, come altri neofascisti italiani, Carminati è in Libano come volontario nelle milizie cristiano-maronite della Falange a ‘cecchinare’ i palestinesi, secondo intercettazioni sue e informative dei ROS dei Carabinieri.
Carminati aveva accesso al deposito d’armi della banda della Magliana, ai tempi, situato nientedimeno che nel sottoscala del Ministero della Sanità. Esperto di esplosivi, venne accusato di depistaggio per la strage di Bologna in combutta con i Servizi segreti di obbedienza piduista.
Fu condannato solo per tre rapine, delle varie di cui si vanta, oltre ai possibili sequestri di persona, ed usufruisce poi di sconti di pena e condoni vari.
In altre parole difficilmente senza le opportune coperture sarebbe stato tanti decenni in libertà. Probabilmente quelle coperture erano già saltate e il “Samurai” non lo aveva ancora compreso. La meticolosa inchiesta del giudice Giuseppe Pignatone, durata due anni, ha scoperchiato il vaso, e non ne è uscito un buon odore.

Tutta l’attenzione pubblica è su quel «Mondo di sopra», quello dei colletti bianchi, degli imprenditori, degli affaristi, dei collusi nelle istituzioni. Poi su quell’infra-mondo, “dove tutto si mischia”, il «Mondo di mezzo». Si tralascia quasi di ricordare quel «Mondo di sotto», quello dei morti, probabilmente ammazzati, su cui si è costituito negli anni il milieu fascio-mafioso romano.

Le mire di Carminati su una grossa speculazione edilizia su Ponza, a parte il tentativo di acquisire un bar del porto tramite l’usura, sono desunte da un’intercettazione ambientale del dicembre 2012 in cui l’imprenditore Mario Zurlo vanta di avere “un membro dell’amministrazione”, “un funzionario del Comune”, praticamente al suo servizio, e non si capisce bene se si tratta di due persone distinte o se della medesima, da quanto riportato dalla stampa.
L’inchiesta “Mondo di mezzo” avrà sicuramente altri sviluppi, e la vicenda legata al nome di Ponza non sarà certo quella centrale che esce dalle circa 4.000 pagine di istruttoria. E però ecco che la direttrice del carcere di Sulmona, in passato di Frosinone, nominata come intima dell’ex NAR Ciavardini, proprio in quelle intercettazioni ambientali, dove se ne parla goliardicamente a latere dell’affaire di Ponza, è già stata rimossa dal suo ruolo, forse a titolo cautelativo.

Se il complesso edilizio oggetto di mire speculative e la società che lo gestiva sono stati già riconosciuti e individuati, vuol dire che la cosa ha in sé ha un fondamento realistico. Quindi rimane da appurare se si tratta solo di millanterie per aggraziarsi il capo, quelle da parte dell’ imprenditore d’affari Zurlo, o se esistono uno o più referenti e complici dell’operazione tentata, tutto qui.
L’allarme democratico appare più che giustificato, e non vanno sottovalutati i tentacoli neri che si sono protesi sull’isola.

 

Immagine del frontespizio e in alto nell’articolo: tratta dalla copertina dell’Espresso del 12 dicembre 2012, con l’ormai ‘storico’ servizio di Lirio Abbate (cit.)

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