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L’isola ‘dentro’ di Ulisse, di Cesare Pavese

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proposto dalla RedazioneArnold Böcklin. Ulisse e Calipso

 

Il brano è tratto da Dialoghi con Leucò, pubblicato nel 1947.

A proposito della genesi di questo libro, lo stesso Pavese scrive:

Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c’è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quand’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po’ straccamente e ci sbadigliano un sorriso.
E ne sono nati questi Dialoghi”.

 

L’isola

Tutti sanno che Odisseo naufrago, sulla via del ritorno, restò nove anni sull’isola Ogigia, dove non c’era che Calipso, antica dea.

 

Calipso – Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola.
Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare ? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
Odisseo – Una vita immortale.

C. – Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto
O. – Io credevo immortale chi non teme la morte.

C. – Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto? Perché i discorsi che vai facendo tra gli scogli?
O. – Se domani io partissi tu saresti felice?

C. – Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
O– Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?

C. – Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dei che il mondo ignora? Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni. E chi son io, chi è Calipso?
O– Ti ho chiesto se sei felice

C. – Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi di uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse?
O– Dunque anche tu parli agli scogli?

C. – È un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dei quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più muovere. Qualcuna di noi resiste’ ai nuovi dei; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
O– Ma non eri immortale?

C. – E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
– Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.

C. – È un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso.
O– Non ti basta che sono con te quest’oggi?

C. – Non sei con me, Odisseo. Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola. E non sfuggi al rimpianto.
O– Quel che rimpiango è la parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano? Hai sentito ch’eri sola e che eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quello che sei l’hai voluto.

C. – Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. È un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.
O– Sei tu, la signora, che parli?

C. – Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te.
O– Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.

C. – Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case ?
O– Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.

C. – Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra scogli e un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.
O– Saprò almeno che devo fermarmi.

C. – Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo…
O– Non sono immortale.

C. – Lo sarai se mi ascolti. Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
O– Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.

C. – Dimmi.
O– Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

 

Immagine di copertina: Ulisse e Calipso (1883) di Arnold Böcklin, Basilea, Kunstmuseum

 

L’Odissea narrata da Omero inizia con l’inequivocabile decisione di Giove di far tornare Ulisse ad Itaca, dopo che la guerra di Troia l’aveva tenuto impegnato per 10 anni. Ma al ritorno, l’eroe viene sorpreso da una tempesta e la nave fa naufragio nei pressi dell’isola di Ogigia, abitata dalla bellissima Calipso figlia di Atlante.
Invaghitasi di Ulisse, la dea lo trattenne nella sua dimora per nove anni, offrendogli in cambio l’immortalità.
Nel dipinto, Böcklin ritrae un nostalgico Ulisse in piedi su uno scoglio che meditando in silenzio il mare, si rifugia nei ricordi del passato, della sua cara terra, della sua amata Penelope.
La sagoma dell’uomo pare fondersi con la roccia, come a simboleggiare l’inermità di Ulisse di fronte alle ostilità degli eventi naturali che paiono “infrangersi” spietati durante il suo cammino. Seduta su di una roccia, Calipso lo osserva, cercando di distrarlo dai suoi radicati pensieri.

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