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Una foto, una storia! Strategie di forme e colori

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di Adriano Madonna

polpo mimetizzato 1

 

Parlando di mimetismo, di solito ci si limita a esaminare solo una parte di questa grande strategia tesa all’autodifesa e all’aggressione. Il mimetismo è una materia ben più ampia. Scendiamo sott’acqua per… vederci chiaro.

In natura, anche gli animali più forti e invincibili tendono a nascondersi. Non ci si nasconde, infatti, solo per non essere aggrediti, ma anche per aggredire. Lo squalo bianco, una delle più grandi espressioni di forza che si possano trovare nel pianeta mare, non a caso ha il ventre chiaro e il dorso scuro: osservato dall’alto, infatti, si confonde con il blu del profondo, guardato dal basso, invece, si mimetizza nella luce della superficie.

lo squalo bianco
Grazie a queste caratteristiche, lo squalo bianco riesce ad avvicinarsi alla preda senza essere visto e ad attaccare quando, per questa, è ormai troppo tardi per tentare la fuga. Quasi tutti i pesci pelagici presentano la caratteristica del ventre chiaro e del dorso scuro: lo squalo se ne serve per aggredire, l’acciuga per evitare di essere mangiata.

acciughe

Che cosa significa mimetismo

Siamo portati a usare il verbo mimetizzarsi solo come sinonimo di nascondersi, nel senso di confondersi con l’ambiente assumendone colori e forme: il polpo si mimetizza tra le alghe imitandone colori e fattezze; la sogliola si confonde con la sabbia riproducendone il colore e la granulometria. In realtà, mimetismo ha un significato più ampio: derivando, infatti, da “mimare”, che significa imitare, giungiamo alla conclusione che i modi per mimetizzarsi sono diversi oltre quello del solo confondersi con i colori e con le forme dell’ambiente. In natura, ad esempio, ci sono animali innocui che somigliano ad altri animali aggressivi e che, quindi, hanno meno probabilità di essere aggrediti, ma il termine mimetismo, in senso lato, implica una nutrita serie di situazioni con i fini comuni di non diventare cibo per altre specie e di aggredire con più facilità.

sogliola

Per quanto riguarda l’autodifesa, il mimetismo implica anche una strategia basata su una trasmissione di stimoli tra due o più specie in grado di ingannare il potenziale aggressore. Uno dei tanti esempi ci viene da quei pesci che presentano sulla coda una macchia che ha tutto l’aspetto di un occhio. Gli “occhi veri”, invece, sono ben nascosti e si trovano sul lato opposto, dove effettivamente c’è la testa del pesce. A questo punto, l’aggressore confonde la coda della preda con la testa e la attacca, certo di trovarsela di fronte e, magari, ingurgitarla in un solo boccone. In realtà, la sta attaccando “di coda”, consentendole una facile fuga dalla parte opposta.

Non solo i pesci adottano questo sistema difensivo, ma anche alcuni crostacei: fate una passeggiata al mercato ittico e soffermatevi davanti al banco del pescivendolo per osservare le cannocchie (Squilla mantis): esse presentano sul ventaglio caudale due macchie rosso scuro somiglianti a due occhi.

cannocchia

Gli “occhi veri”, invece, sono minuscoli e ben confusi nell’articolatissima testa del crostaceo, ovviamente sul lato opposto a quello della coda. Il pesce o il polpo che tentano di aggredire la cannocchia di coda, le offrono maggiori probabilità di tentare una fuga dalla parte opposta e, magari, di insabbiarsi e nascondersi.

Il mimetismo batesiano

Il biologo inglese Henry Bates studiò con particolare attenzione e successo quelle specie, cosiddette innocue, che hanno sviluppato un sistema di autodifesa basato sulla somiglianza con altre specie aggressive o non appetibili. Questo tipo di mimetismo, quindi, in onore di Bates, è stato denominato “mimetismo batesiano”. Sulla terraferma, gli esempi di mimetismo batesiano sono forse più numerosi rispetto all’ambiente marino, ma anche qui è certo che non mancano. Me ne sovviene uno relativamente “a portata di mano”, che tutti possiamo andare a osservare, se avremo l’accortezza di spingerci su un fondale sabbioso, magari d’estate, quando i pesci bentonici specifici di questo habitat sono discretamente numerosi nel sottocosta. Uno dei pesci di sabbia più noti è la tracina (Trachinus sp.) in tutte le sue specie. Osserviamola sotto la sabbia e memorizziamo il suo atteggiamento: la piccola porzione del capo recante l’occhio che spunta dal sedimento, la bocca scoperta…

tracina mimetizzata 1

Adesso cerchiamo un pesce lucertola (Synodus saurus). Una volta che lo abbiamo trovato, anch’esso insabbiato, dovremo convenire che solo un occhio allenato che conosce perfettamente i pesci di sabbia e i loro atteggiamenti è in grado di distinguere un pesce lucertola da una tracina quando entrambi sono insabbiati.

pesce lucertola 1

Ciò che cosa comporta? E’ presto detto: un predatore che passa accanto al pesce lucertola può confonderlo con una tracina e, ben consapevole delle potenti armi di questo pesce, costituite dalla letale ittiotossina inoculabile con le spine del dorso e degli opercoli, gira al largo e decide di cercare un’altra preda più consona alle sue possibilità e… meno pericolosa.

Il mimetismo mulleriano

Un tipo di mimetismo basato su messaggi cromatici è stato studiato dallo zoologo tedesco Fritz Muller, che si è reso conto come molti animali intimidiscano i potenziali aggressori mettendoli al corrente del carattere tossico delle proprie carni e, quindi, della fine che farebbero se avessero l’infelice idea di mangiarli. Dato che in natura, nel novantanove per cento dei casi, un animale aggredisce un altro animale per farne il proprio nutrimento, salvo lotte di supremazia o di difesa del proprio territorio, i segnali cromatici che queste specie variopinte lanciano hanno sempre successo. Chi, infatti, mangerebbe i nudibranchi? Eppure, questi piccoli molluschi sono là, immobili o quasi, morbidi come polpette, appetitosi come praline di cioccolata, ma nessuno mangia i nudibranchi, perché… sono colorati e… che colori! Quei colori, anche combinati in un certo modo, denunciano la tossicità delle loro carni. I segnali sono chiari, potremo interpretarli così: “Guarda come sono bello e rosso, con i pallini gialli e le corna blu. Sappi che se mi mangerai saranno fatti tuoi!”.

nudibranco nudibranco 2 (2)

I nudibranchi, dunque, come altri animali, acquatici e non, hanno elaborato il loro sistema di difesa su una colorazione aposematica, cioè in grado di comunicare all’aggressore i propri sistemi difensivi attraverso un vero e proprio codice cromatico. Giungiamo, dunque, alla conclusione, senza la pretesa di stilare una regola generale, che gli organismi più innocui e, magari, anche più piccoli, o sono visibilissimi come i nostri succitati nudibranchi oppure sono abilmente nascosti: ad esempio, il granchio corridore (Pachigrapsus marmoratus), un abitante tipico del mesolitorale, che riproduce il colore della roccia dove vive;

granchio corridore 1

oppure alcuni piccoli gamberi, come il gamberetto esca (Palaemon serratus), che affidano la loro salvezza al fatto di essere addirittura trasparenti e, quindi, invisibili, o almeno difficilmente individuabili.

gamberetto esca

Il gioco dei colori

Abbiamo già avuto modo di parlare dell’evoluzione dei molluschi in funzione delle mutazioni dell’ambiente, con particolare attenzione al polpo, che ci sembra essere il più rappresentativo dei molluschi cefalopodi. Per quanto riguarda i cefalopodi, comunque, e anche molti pesci, è doveroso aggiungere alle varie strategie difensive anche la facilità di mutare colori in funzione dell’ambiente, con una velocità di azione misurabile in decimi di secondo. Avete mai visto, ad esempio, una seppia che scivola sopra un sasso metà scuro e metà chiaro?

seppia mimetizzata

Io ho avuto questa esperienza e non la dimenticherò, poiché ho visto la seppia che, con continuità, lasciava il suo colore chiaro per diventare scura mano a mano che lasciava la superficie chiara e progrediva nell’altra. Come fanno, dunque, in special modo i molluschi cefalopodi, a fare questo giochetto con tanta facilità? Tutti abbiamo sentito parlare dei cosiddetti cromatofori (o cromatociti), organi minuscoli di cui la pelle dei cefalopodi e di alcuni pesci (in particolare pesci piatti, come la passera, la sogliola, il rombo, la suacia, la linguattola ecc.) è dotata.

passera

rombo 2

suacia

Proprio grazie all’azione dei cromatofori, la pelle può cambiare colore in un attimo e assumere mille sfumature. Come avviene tutto ciò?

I cromatofori: come sono fatti e come funzionano

Precisiamo che i cromatofori sono una “dotazione di serie” non solo di animali acquatici, ma anche e abbondantemente di animali dell’ambiente asciutto, come alcune farfalle, rettili, anfibi, insetti e uccelli in particolare (il piccolo di un allocco che ancora non abbia imparato a volare è praticamente invisibile quando è immobile davanti al suo nido). Ma cambiare i colori significa anche rendersi più belli ed essere scelti da una compagna per accoppiarsi oppure per stabilire una priorità in una scala gerarchica.

I colori sono dovuti alla presenza di pigmenti oppure alla rifrazione o alla dispersione di luce di particolari cristalli. Pigmenti e cristalli a volte coniugano le loro proprietà in alcuni organi specifici: i cosiddetti cromatofori o cromatociti. Prima di spiegare come funziona un cromatoforo, diciamo, a grandi linee e sinteticamente, che questi organi speciali riescono a “giocare” con i colori come un prestigiatore. In ogni caso, per giocare con i colori i cromatofori devono essere innanzitutto forniti di sostanze coloranti. Nei cromatofori ne sono presenti cinque classi: le melanine, i carotenidi, le purine, gli ommocromi e le pteridine. Senza scendere nei particolari di queste sostanze, altrimenti il discorso diventerebbe troppo complesso, diciamo che i cromatofori fanno cambiare colore alla pelle dell’animale grazie al fatto che riescono a contrarsi e a distendersi e, quindi, a mutare forma e a modificare l’aspetto dei pigmenti.

polpo rugoso

Ma spieghiamo questo concetto in maniera più articolata. In pratica, ecco quanto avviene: il cromatoforo è circondato da una corona di piccolissimi muscoli che vengono sollecitati da impulsi nervosi, praticamente dal cervello dell’animale, che, in un dato momento, ha necessità di mimetizzarsi e, quindi, di rendere i suoi colori uguali a quelli dell’ambiente. I muscoli si contraggono e stirano il cromatoforo, il pigmento si distribuisce su una superficie più ampia e la scurisce, ma poiché i cromatofori, che contengono differenti pigmenti, sono sollecitati e controllati da diverse terminazioni nervose, si giunge a una sorta di controllato mix dei colori con le dovute variazioni. Diciamo, dunque, che la “macchina del colore” è un meccanismo neuromuscolare decisamente sofisticato, in grado di gestire in maniera perfetta le “vernici” a disposizione e riesce a fare tutto ciò con estrema velocità.

Per quanto riguarda il polpo e altri cefalopodi, la mimetizzazione con i caratteri ambientali non si ferma al solo adeguamento cromatico, ma si amplia con la riproduzione di appendici e rugosità, dovuta a muscoli epiteliali in grado di produrre questi effetti.

polpo invertebrato dai grandi poteri

Una foto, una storia!  

A proposito di velocità di mimetizzazione, termino con un aneddoto della mia giovinezza, premettendo che nel mio archivio fotografico c’è l’immagine di un polpo straordinariamente mimetizzato, che di tanto in tanto mi piace mostrare, ponendo sempre la stessa domanda: “Dov’è il polpo?”.

Ecco, dunque, la storia di questa fotografia: me ne andavo girellando in bassofondo con la macchina fotografica, perché ero sceso profondo e avevo azoto da smaltire, quando vidi un polpo appiccicato a uno scoglio come uno strofinaccio. Mi avvicinai, lo inquadrai, ma nel momento in cui stavo per scattare, egli decise di mimetizzarsi in maniera impeccabile e lo fece nella frazione di un attimo, diventando tutt’uno con lo scoglio, ma io avevo già il dito sullo scatto e lo fotografai così, al massimo livello delle sue performance di prestigiatore. Una foto, una storia!

mimetismo foto di adriano Madonna

Dov’è il polpo? (foto di Adriano Madonna)

 

Dott. Adriano Madonna, Biologo Marino, EClab Laboratorio di Endocrinologia Comparata, Dipartimento di Biologia, Università di Napoli “Federico II”

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