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Pregiudizi e giudizi. Zia Nina

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di Francesco De Luca
Panni stesi. Vento

 

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Fra cronaca e narrativa

 

In questa serie, iniziata da Franco con “Io sono refolo”, chi narra è il vento, ovvero ‘a refola, che si insinua tra le case dell’isola e ne va a cogliere i riposti segreti…
Buona lettura.
l. R. 

 

 

I vecchi parlano perché attraverso le parole, in quell’aereo emettere suoni, attestano la loro presenza. Parlano anche non ascoltati. C’è chi mostra indifferenza e chi si disinteressa, ma a me non è dato distrarmi perché ogni alito in me si amplifica, ogni fonema viene raccolto. Mi trovo così, mio malgrado, a diventare la cassa in cui si depositano le parole, e i fatti in esse intessuti e le risonanze emotive agitate.

Al vento solo il silenzio nega ogni accesso. Anche il minimo fiato dice di sé e del suo mondo implicito.

Nina, ma la chiamavano tutti zia Ninetta, per via che era piccola di statura e minuta, aveva un fare da matriarca: paciosa ma determinata. Con una voce bassa che strideva con la sua natura femminile.
Tre figli, il più bello, Vincenzo, un giovanottone che aveva preso dalla famiglia del marito, zio Tore. Alto e robusto, zio Tore, capitano di velieri, con la pipa sempre in bocca. Vincenzo, dicevo, aveva fatto qualche sporadico imbarco, ma quella vita nomade non lo affascinava. Stava maturando una decisione importante, la teneva stretta, se la coccolava, e presto l’avrebbe palesata.

C’era poi il più grande, Scerucchiello lo chiamavano, era bassetto come la madre. Attratto dal mare, anche lui marinaio sui brigantini per la Sardegna.

Il terzo, Mimì. Più piccolo d’età, aveva statura alta, portamento delicato. Ad andare per mare ci aveva provato ma avrebbe preferito un lavoro a terra. Che fare allora? Nessuno studio, nessuna apprendistato se non l’aver provato la pesca, poi l’imbarco su un motoveliero. Senza entusiasmo. E senza volontà di riprovarci.

La guerra era finita e l’Italia andava cercando una sua strada di sviluppo economico.
I Ponzesi tentavano le occasioni che si prospettavano. La pesca per il Mediterraneo, in Sardegna, in Toscana, era stata interrotta dalla guerra. Nell’immediato praticavano quella che utilizzava la scorciatoia dell’esplosivo. Per essere fruttifera doveva pericolosamente fare uso di quella pratica, più a portata di mano. Bombe e proiettili erano a disposizione. L’ardire era stato appreso sotto le armi. La vigilanza delle forze dell’ordine seguiva altre priorità. Era una pesca provvisoria, arrischiata, ma dava da mangiare.

C’era poi il traffico con la Sardegna. Sull’esempio degli anni precedenti alla guerra, occorreva ricongiungere i fili rotti dei commerci, degli approdi, riscoprire le fonti di acquisto e quelle di smercio. Insomma c’era da riprendere tutta la rete delle relazioni commerciali. Di qualche bastimento si poteva disporre anche se ammaccato, e poi potente bussava la fame. Il bisogno di provvedere all’esistenza muoveva volontà, astuzia, intraprendenza.

Zio Tore s’era ritirato dal mare. Del suo passato s’era portato a casa il binocolo. Aveva casa sulla collina degli Scotti, con la loggia che sbalzava fuori. Tutta la conca del porto s’apriva. La pipa in bocca ad impuzzolire l’aria, per ore guardava l’orizzonte e talora col binocolo si accaniva per leggere il nome della barca in avvicinamento.
“Dio bono” – era l’espressione usuale per rimarcare il suo interessamento.
I figli stavano per prendere la loro strada, avevano l’età giusta. Lui la sua l’aveva percorsa.

Scerucchiello, le idee erano chiare. In Sardegna stava sondando qualcosa di interessante e per lunghi periodi vi soggiornava. Mimì era un dilemma. Non trovava pace. Spesso partiva ma poi ritornava senza nessun riscontro pratico. A Ponza non voleva starci, la sentiva opprimente, limitata, era a disagio. Qualcosa lo disturbava tanto profondamente da non frequentare nessuna compagnia. Di animo gioviale, allegro, nel vicolo era benvoluto da tutti.

Una sera d’estate avvertii una tensione. In casa c’era tutta la famiglia. A quel tempo, negli anni ’50, l’isola era un borgo di gente di mare. Non night, non musica dalle case né per le vie. Nel porto il Lanternino a far luce, nelle strade qualche chiarore, e poi i lumicini delle case. Nelle aie, nelle logge il parlottìo dei paesani a godersi la frescura. Il rumore non superava l’ambito dei poggi, e si disperdeva.

Soffio leggero, io, sentii in casa nel dialogo fra i fratelli un’ acredine viva. Scerucchiello inveiva più degli altri. Lo dicevano tutti che aveva preso dalla madre. Piccolo e tignoso. Come zia Ninetta: minuta e “carabiniera”.
Vincenzo stava a disagio. Avrebbe voluto non esserci ma l’argomento era scabroso. Zio Tore, “dio bono”, scomparve, letteralmente, non lo si vide più. Zia Ninetta ascoltava senza parlare, e il figlio grande, quello per età s’intende, inveiva contro Mimì. Cosa gli dicesse di preciso non lo capii perché il loro muoversi agitava anche me. Aperte la porta e le finestre per combattere la calura, la corrente prodotta mi sbatteva da una parte all’altra.

Mimì si alzò sconvolto e si diresse di corsa al muro che delimitava la loggia. Al di sotto c’era un salto di sette-otto metri. Era il muraglione che sosteneva la loggia, la contornava e la rendeva aerea. Arrivò al parapetto alto un metro circa e lo scavalcò. Vincenzo gli fu dietro come un lampo e riuscì a prendergli i piedi. Mimì stava con la testa in giù, piangeva e gridava. La madre urlò e si aggrappò ai pantaloni del figlio, trattenendolo. Vincenzo pure gridava, invocando il fratello a non dimenarsi altrimenti lo avrebbe perso dalle mani.

Dalle case accanto uscì gente. Non appena ci si rese conto di quanto accadeva accorse. Mimì venne agguantato da altre mani. Lo tirarono su. Le donne si accalcarono vicino a zia Ninetta e la diressero a casa. Scerucchiello, da una parte, da solo, era torvo e si tratteneva, chiaramente per la presenza degli estranei.

Nel tramestìo che si andava sedando cercavo di carpire qualcosa fra quanto dicevano le donne. Ma queste minimizzavano, adducendo la causa a dissidi fra i fratelli. Il gruppo degli uomini intorno al giovane cercava di tranquillizzarlo con parole di circostanze. Lui, Mimì, piangeva senza profferire parole e Vincenzo, palesemente agitato, faceva quel che poteva.

Meno male che la sera era quieta. Almeno lei sentiva l’influsso sereno della luna. Grande e bianca troneggiante in cielo. Lumeggiava i caseggiati e li merlava con la chioma del gelso, lì in alto, e sfrangiava il tutto con le foglie tremule delle canne. Anche il mare era ipnotizzato dalla maestosità della luna.

Io l’ho vista Ponza così, io l’ho vista quando il porto non brulicava di gente e la conca del mare non era intasato di natanti. Tutto sgombro. Mare e terra tutt’ uno. Il paese viveva di sé. Nessun elemento esterno lo turbava. E se un moto contrastava, proveniva dalla fisarmonica che Giulio il pescatore suonava su una barca a remi in compagnia di Ciccillo ’i maistà, di Salvatore Sandolo (Tatore ’u cecato ), mandando serenate alle ragazze.

Scerucchiello partì. Dalla Sardegna ritornò l’anno dopo con la moglie Carmelina. La portò a far conoscere i suoi. Ma già Vincenzo era approdato, come clandestino, negli Stati Uniti. Senza nessun “atto di richiamo” cercò un futuro oltre oceano. Mimì, stette ancora qualche anno con i suoi.

Da quella sera ho cercato con insistenza, lo ammetto, di conoscere qualcosa di più di lui. Gli giravo intorno, l’ho spiato in camera. Sempre gioviale, pulito, affabile.

Non trovò, né cercò lavoro a Ponza. Andò via, un giorno, e non so niente altro.

Rovistando di sfuggita fra analisi sociologiche e indagini psicologiche, ho tratto la convinzione che la quiete sociale e la serenità familiare dei tempi passati comprimevano pregiudizi feroci, illibertà non condivisibili.

L’omosessualità non è una scelta, è una condizione naturale e come tale ogni cultura deve favorirne l’espressione. Natura e cultura sono innervate insieme. E dunque che la natura dia conto di sé e sulle sue espressioni si strutturi la vita degli uomini. Banditi siano il dolore e la bruttezza !

Zio Tore di questa vicenda non parla, anzi, non ne ha mai parlato. A differenza degli altri anziani rifugge i crocchi, se ne sta sull’aia a guardare col binocolo le navi che entrano nella baia in appoggio. Alza le sopracciglia talvolta e a mezza voce bofonchia: “dio bono”, e io ne catturo subito lo spirito, ne interpreto il rammarico.

Lo faccio un po’ perché sono aria e un po’ perché sto mutando le mie caratteristiche fisiche per compenetrarmi di umanità

Vento sul mare. Foto di Gianluigia

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