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Paesaggi fornesi. Gavi, l’isola del caolino

di Giuseppe Mazzella
Gavi reduc.size [1]

 

Ci fu un tempo in cui Gavi era un’isola a sé, ed era composta da un’unica particella catastale. Aveva i terreni terrazzati e coltivati dai contadini di Le Forna che la raggiungevano in barca, anche per raccogliere legna.
Lo “scoglio” ospitava anche alcune mucche, che davano latte, ed erano ricoverate nella stalle che erano al piano terraneo dell’attuale fabbricato. In più, una foltissima colonia di conigli da anni aveva preso possesso dell’isolotto e costituiva una preziosa riserva di carne per gli accaniti cacciatori e proprietari. Gavi, infatti, prima della cessione ad una famiglia di Roma, apparteneva ad una unica famiglia Vitiello.

Queste ed altre cose mi racconta Salvatore Sandolo, noto come “l’orefice”, per la sua antica professione, che ricorda sul filo della nostalgia i suoi anni d’infanzia sulla piccola isola in compagnia del padre.
“In una sola giornata papà sparò ben 13 conigli. Che festa!” – ricorda e ancora gli ridono gli occhi. Precisa, poi, che i conigli “grigi” erano stati portati da Marsiglia dallo zio Francesco ed erano il doppio dei nostri e si moltiplicavano a vista d’occhio. La caccia si estendeva anche alle centinaia di uccelletti che venivano catturati con le tagliole e i “lacciuoli”.
Fino a che si arrivò all’estrazione di caolino.
Negli scavi, per fortuna non eccessivamente devastanti, data anche la modeste quantità di materiale, si susseguirono alcune società come la “Soc. An. Caolino di Ponza”, o la “Chiurazzi”, storica fonderia oggi rilevata e salvata da una società dell’Arizona. Fu proprio questa società a regalare come dono di nozze alla mamma del nostro Salvatore un orologio di porcellana di “Capodimonte” che è ancora oggi conservato gelosamente in casa.

Salvatore Sandolo [2]
Gli operai che lavoravano nella cava erano per lo più di Calacaparra, che si trattenevano anche per più giorni sull’isolotto. Il caolino era poi caricato su bastimenti di legno e trasportato alle fonderie di Napoli.
Alcuni fornesi avevano l’abitudine di prenderne piccole parti per usarlo, mescolato a grasso animale, come ruvido detersivo per i panni.

A metà degli anni trenta l’isolotto fu affittato all’ingegner Savelli per conto della S.A.M.I.P., la società che già estraeva bentonite a Le Forna. Fu un rapporto burrascoso, finito in tribunale, con la condanna dei proprietari a ben diecimila lire di danni e spese.
L’aver sottratto Gavi dai guasti degli scavi non bastò a salvare l’isola. Un rovescio economico nei primi anni cinquanta del Novecento costrinse la famiglia Vitiello a vendere per circa sedici milioni l’intera isola.
Così va il mondo, anche dalle parti di Ponza!

Capodimonte [3]