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L’isola di Iò

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di Adriano Madonna

l'isola che non c'è

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Adriano Madonna, finora, l’abbiamo conosciuto ed apprezzato, come biologo marino, studioso e ricercatore, autore dei tanti interessanti articoli, pubblicati su questo sito,  sul mondo e sui misteri della vita degli abissi.
Ma c’è anche un Adriano Madonna scrittore di storie e di racconti legati al mare,  venuti fuori dai tanti viaggi fatti per il mondo nella sua ultra trentennale attività di giornalista- redattore della rivista “Il subacqueo”.
Volentieri proponiamo questo primo racconto breve che, muovendosi tra fantasia e realtà,  parla di mare, di gente di mare e di un’isola che non c’è …
l. R.

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In piazza ballavano tutti, anche il comandante con la signora Carmìna, che aveva chiuso i battenti della botteguccia, perché ogni sera, da tempo ormai immemorabile, nella piazza scendeva la musica e tutti ballavano, anche quelli che tanti anni prima erano nemici, e i soldati, che durante la guerra s’erano sparati, nascosti nelle trincee e dietro i muri alti del mattatoio. Ma poi, neppure gli animali avevano più ucciso, e il paese era pieno di mucche e maiali, capre e galline, e neppure si pescava, perché a nessuno piaceva vedere i pesci dibattersi nelle reti o appesi all’amo.

Nell’isola non si mangiava più, ma nessuno aveva fame: quella musica che ogni sera scivolava giù da chissà dove era nutrimento per lo spirito e per il corpo. E neppure si moriva e neanche c’erano nascite: l’isola s’era fermata alla popolazione che c’era nel momento in cui “la cosa” era scesa sulla piazza piccola, accanto alla chiesa, e tutti l’avevano guardata incantati per giorni e giorni prima che si dissolvesse, come accade alla neve quando si rafforza e prende vita il sole di primavera. Era stato in quel momento che la musica aveva cominciato a farsi sentire ogni giorno, dopo il tramonto, e tutti ormai l’aspettavano, perché tutti s’erano abituati a essere felici.

avvolti dalla musica

Iò giunse in un mattino d’inverno, una di quelle giornate in cui pioggia e tempeste danno tregua al mondo e il sole trionfa. Iò aveva trascorso i suoi diciassette anni di vita su un veliero e di lui si sapeva poco, praticamente nulla: era venuto fuori dalla ruota di un convento di suore prima e da un orfanatrofio poi, e il Bucaniere era stata la sua sola casa, una casa che girava per le acque del mondo con le sue vele sudicie, le stive piene di pesce salato e i gemiti delle cime strette sui legni, che da mattina a sera scandivano il ritmo di quella vita fra cielo e mare, tutte le ore di tutti i giorni. Con la sua mezza pagnotta in mano e la scodella di brodo di pesce, nelle sere d’estate Iò s’accucciava sulla delfiniera, sotto il bompresso, tirava fuori un sogno da sotto il cappellaccio di tela e un po’ mangiava, un po’ s’addormentava, nella magia di qualche sua immagine irreale che gli teneva compagnia come un angelo custode.

Anche Iò aveva il suo angelo, tutti lo avevano. Glielo aveva spiegato Alvarez, il cuciniere zoppo, e Iò a volte si metteva a immaginare per ore come dovesse essere il suo. Non se lo figurava con la veste bianca e i capelli lunghi e biondi, com’era disegnato l’angelo di Natale sul sussidiario di scuola che gli aveva regalato il maestro all’orfanatrofio, no, Iò pensava a un “angelo di mare”, con la pelle cotta e le braccia forti, come un pescatore di merluzzi, un “angelo di mare” con le dita piene di cisti di ami conficcati sotto la pelle e le rughe sul collo stampate dalla bretella del camisaccio di tela da vela.

Alvarez era il grande amico di Iò, il cuciniere zoppo che conosceva a memoria “La ballata del vecchio marinaio” di Coleridge e di sera recitava sul ponte il “Cyrano de Bergerac”, con un gran naso di pelle d’ippoglosso appiccicato in faccia. Quelli del Bucaniere, dal mozzo al comandante, guardavano il cuoco sciancato che recitava e saltabeccava sul cassero, usando la stampella come una spada, e ridevano di gusto. Iò, invece, lo guardava incantato e gli sembrava di stare al teatro, un teatro di grande città, con uomini in sparato e tight e donne profumate col vestito lungo.

pensando al Bucaniere

Iò aveva passato un lungo pezzo della sua vita sul veliero, poi aveva deciso di continuarla sulla terraferma, e a Valencia aveva comprato un paio di scarpe che non aveva mai messo, perché gli sembravano una cosa bellissima, e spesso le lucidava con la manica del camisaccio.

Iò sbarcò sull’isola con le sue scarpe al collo legate per i lacci e si guardò intorno: gli alberi, i fiori e l’erba dei fossi gli sembrarono cose straordinarie e impiegò tutto il giorno a esplorare la costa. Poi si spinse nei campi e verso le casupole più lontane del villaggio. Ebbe fame e s’ingegnò ad afferrare uno dei tanti animali che gli giravano intorno. Stava per ghermire una gallina smilza e bianca, quando si sentì due occhi addosso. Si voltò e si accorse che gli occhi appartenevano a un omone con una gran barba fluente che lo guardava tra il sorpreso e il contrariato.

il vecchio saggio

Iò trovò parole molto semplici per giustificare il suo intento:
«Ho fame» – disse. Al che, l’uomo con la barba gli rispose:
«Hai fame? Perché, non hai ballato ieri sera?»

Iò non capì, ma di lì a poco si sorprese nel vedere la gente del villaggio uscire tutta insieme dalle case piccole e basse, in gran silenzio, come un esercito di insetti. La gente prese la via della piazzetta: una via in salita, un viottolo sterrato fiancheggiato da un sottile ruscello. Di lì a poco scese dall’alto una musica bellissima: si formarono le coppie nella piccola piazza e tutti cominciarono a ballare. Ballava anche Iò, trascinato da quella singolare magia che lo aveva ghermito, come tutti gli altri. Ballava a piedi scalzi, da solo, con le sue scarpe appese al collo, e passò la sera e passò la notte. La piazzetta divenne deserta e Iò si ritrovò a ballare senza musica, con la propria ombra, che il sole che spuntava da dietro i monti allungava sul basolato grezzo. Poi si fermò e si guardò intorno: adesso non c’era proprio nessuno e il villaggio dormiva. Restavano solo gli animali a vagare tra le case e nelle strade: una quantità straordinaria di animali di ogni specie. A Iò sembrò di vivere la scena dell’arca di Noè alla fine del diluvio universale, così come gliela aveva raccontata Alvarez.

il villaggio

«Forse è così il mondo» pensò Iò, un mondo certo diverso da quello di Valencia, dove aveva comprato le sue scarpe, diverso anche da come lo aveva sempre immaginato durante la sua vita sul Bucaniere, mentre sbucciava le patate, innescava i palamiti e sbuzzava i pesci che Alvarez avrebbe conservato sotto sale.

«Sì, così deve essere la vita» concluse Iò, e s’incamminò a piedi scalzi verso la grande montagna che chiudeva la pianura da quella parte.

Di là c’era il mare, un mare azzurro come solo alle Isole Vergini Iò aveva visto, e le onde d’argento fuso che si rincorrevano verso riva sembravano cantare quella strana felicità che Iò si sentiva nascere dentro.

Alvarez gli aveva raccontato che quando gli uomini s’innamorano di una donna sentono nel cuore una felicità straripante, però Alvarez non sapeva se anche le donne sentono la stessa cosa, perché Alvarez non aveva mai conosciuto una donna innamorata, né sapeva se Consuelo, che l’aspettava ogni anno a Valencia, provasse per lui un sentimento di tal fatta oppure attendesse quel momento solo per il piacere di distendere sulla tavola la tovaglia della festa e mettere nel letto lenzuola candide che sapevano di erbe profumate.

Iò aveva davanti il sole, il mare, il cielo e tutte le altre cose del mondo e sapeva che nella sera che sarebbe giunta avrebbe ballato ancora nella piazzetta con tutti quelli del villaggio, poi si sarebbe trovato ancora una volta solo e avrebbe camminato verso la montagna e il mare. A questo pensiero sorrise e gli venne spontaneo osservare:

«Forse ci si può innamorare anche della vita, non solo di una donna». E concluse che dovesse essere proprio così.

l'isola di io il tramonto

L’uomo con la barba aprì i battenti sgangherati del suo stambugio, tirò fuori tele e pennelli e cominciò a dipingere. Quando vide Iò, gli fece un gesto brusco e l’invitò a sedersi sullo sgabello. Iò obbedì e guardò a lungo l’uomo che dipingeva. Poi si alzò e andò a dare una sbirciata alla tela: il pittore l’aveva ricoperta completamente d’azzurro. Iò guardò dentro lo stambugio e vide tanti quadri appesi ai chiodi infissi nelle pareti, ma si accorse che erano tutti uguali e tutti azzurri.

«Che cosè?» chiese Iò.
«Non lo vedi? È il cielo» gli rispose con malgarbo l’uomo con la barba.

Iò guardò nello stambugio:
«Sono il cielo anche quelli?» chiese con fare curioso e innocente.
«Che significa?», sbottò l’uomo con la barba, «Questo è il cielo di oggi, quello è il cielo di ieri, quello è il cielo di ieri l’altro, quello è il cielo di un anno fa…».
«Ma sono tutti uguali»
osservò Iò a voce bassa.
«Il cielo non è mai tutto uguale, perché la vita non è mai tutta uguale. Neppure gli uomini sono tutti uguali, ma tutti si chiamano uomini, e neppure il tempo è tutto uguale perché oggi è oggi e domani e domani».

Iò sembrò convinto e si azzardò a chiedere all’uomo con la barba:
«E se io voglio vivere oggi provando le stesse cose belle che ho provato ieri, come devo fare se oggi non è uguale a ieri?».

L’uomo con la barba non indugiò a rispondere:
«Devi credere di fare le stesse cose che hai fatto ieri, anche se sono diverse. Questa sera vai in piazza e balla ancora, proprio come ieri».

Iò ebbe un’altra serata in cui provò quella cosa strana che aveva definito amore per la vita, poi scese verso il mare e s’addormentò. Al mattino, come il giorno prima, s’incamminò verso la montagna, ma questa volta non si fermò e continuò a camminare sulla riva di quella spiaggia che sembrava non avere fine.

Iò camminò e camminò, ma sentiva quella musica dentro e non provava né fame né sete. Sentì il sole sulla fronte e poi il freddo nelle braccia e nelle gambe; sentì il vento nella schiena e la pioggia che gli inzuppava la camicia e gli penetrava nelle ossa, ma non si fermò. La spiaggia era infinita e a volte formava pozze d’acqua e grandi dune. Neppure il sole tramontava mai.

tramonto

Dopo un tempo infinito, Iò sentì le gambe deboli e una stanchezza dolce che lo invadeva dentro e fuori. Si chinò su una pozza che il riflusso di marea aveva dimenticato sulla sabbia, per lavarsi il viso.

La sua immagine riflessa nell’acqua gli mostrò un volto segnato dalle rughe e i capelli bianchi e lunghi.

Iò si sedette e guardò la spiaggia: adesso il sole stava tramontando e Iò decise che poteva anche distendersi e riposarsi. Con gesti lenti e faticosi si tolse le scarpe dal collo e le mise ai piedi. La sabbia calda lo accolse e il suo ultimo sguardo fu per il mare, dove il sole andava a morire.

sognando la libertà

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