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Le nasse e l’arte di costruirle. Incontro con Benedetto Sandolo (2)

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di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

Benedetto Sandolo e l'immancabile sigaro

Per la prima parte, leggi qui

 

Incontro Benedetto mentre si sta dedicando all’imbottigliamento dei pomodori, “i suoi pomodori”, ci tiene a precisare, attività comune in questo periodo dell’anno a molti isolani.

Benedetto alle prese con i pomodori

Tra un pezzo di pomodoro infilato in bottiglia ed una foglia di basilico aggiunta per aromatizzarlo comincio con il chiedergli come è nata questa passione e da chi ha imparato.
Mi dice Benedetto che l’arte l’ha appresa tardi, intorno ai trent’anni, “andando a scuola” da suo padre Raffaele, grande uomo di mare e noto capitano di velieri e da un famoso pescatore ponzese di aragoste e corallo, Anielle “i tirapalle” (Aniello Romano) oggi ultraottantenne.
Il lavoro di motorista cominciato da giovane l’aveva tenuto lontano da casa e solo quando ha trovato imbarco su unità che si muovevano tra i porti di Napoli, Ponza, Formia e Terracina come l’Ave Maria e la Maddalena, ha avuto più tempo libero per dedicarsi a questa passione che covava dentro.

“La materia principale è il giunco” mi dice. Ed è importante sapere come va trattato per evitare che si rovini.
I migliori sono quelli che vengono dalla Sardegna perché più robusti ed integri.
Il periodo più adatto per cavarli è appena dopo S. Silverio. Vengono su facilmente perché ancora teneri. Vanno stesi al sole per essere asciugati e coperti con cura la sera per evitare che prendano umidità.
A settembre/ottobre sono pronti, belli vibranti, elastici e resistenti.

Poi ci sono le canne tagliate a listelli sottili in modo che diventino flessibili.

“Ci ho messo due mesi per imparare a tagliarle come si deve” mi dice Benedetto.
Una volta pulita e levigata per bene si comincia dalla parte più sottile, prima dividendola a metà e poi via via a ricavarne strisce lunghe anche due metri e spesse poco più di mezzo centimetro.

Infine i rametti di mirto, scelti tra quelli meno nodosi, più lunghi possibile ma sottili in modo da essere facilmente piegati.

“Qual è l’inizio di una nassa?” chiedo.
Benedetto, incalzato dalla mia curiosità, lascia il tavolo con le bottiglie di pomodoro e si sposta nel “laboratorio”, una stanza attigua che utilizza per custodire i giunchi, le nasse che sta lavorando ed altre già finite.
Prende un rametto di mirto e lo piega ricavandone un cerchio.

il ramo di mirto

come si modella il ramo di mirto

“Da qui si comincia” mi dice “questa è l’imboccatura della nassa, dal diametro del cerchio stabilisci quanto grande deve essere.
L’inizio è la parte più difficile, se sbagli lì,  l’errore te lo porti avanti… per imparare i primi tempi era mio padre a predisporlo ed io, poi, continuavo.
Ne fai uno due giri e, poi, fai proseguire la spirale con il primo listello di canna, tenendoli insieme con il filo di nylon, quello che si usa per riparare le reti da pesca.”

Capisco che il dopo avviene seguendo quasi “un protocollo”. All’imboccatura si legano, sempre con il filo di nylon, i giunchi in gruppi di due o di tre che scendendo prendono strade diverse in modo da dar forma alla tramatura della gabbia.

la trama della nassa

l'inizio della nassa

Si continua con i listelli di canne che, uno dopo l’altro, danno forma e forza alla “campana”.
La chiusura spetta ancora al tenace ramo di mirtillo, più robusto e più lungo di quello utilizzato all’inizio.
La struttura della nassa, la forma, le sue dimensioni seguendo l’incrocio di giunchi e di strisce di canne nasce secondo un disegno che Benedetto ha già in testa ancor prima di cominciare.
Senza forzare, le mani trattano con delicatezza quel nobile materiale che la giusta stagionatura ha reso flessibile e ubbidiente.

La nassa si compone di due pezzi: la campana di cui si è detto e la gabbia che in dialetto Benedetto chiama “‘a capa

'a capa dove entrano i pesci

E’ la parte attraverso la quale passano i pesci. Nasce con la base circolare che ha un diametro solo di uno/due centimetri inferiore a quello della parte finale della “campana”  a cui va fissata una volta inserita.
La tecnica per costruirla è la stessa.
Incrociando giunchi e canne ne esce una sorta di imbuto dove la parte più sottile, rappresentata da un ciuffo di giunchi, è anche la più ingegnosa in quanto permette ai pesci, attratti dalle esche poste all’interno delle nasse, di entrare ma non di uscire.

la parte ove entrano i pesci

Benedetto – mi accorgo – è orgoglioso di essere padrone di questa antica arte cui oggi si dedica per farne oggetti che molti gli chiedono per trasformarli in articoli di arredamento.

“Una volta – mi dice – tutti i pescatori erano in grado di costruirle, erano obbligati ad imparare sapendo che pescando con le nasse potevano anche sfamarsi… era faticoso quel tipo di pesca, perchè per trovare il pesce, quello buono…  per trovare le aragoste dovevi farle scendere a 60/70 fino a 100 braccia che significa tradotte in metri fino a 100/150/200 metri di profondità… e tirarle da quei fondali non era uno scherzo…”

Mi guardo intorno e m’accorgo che Benedetto non fa solo nasse ma anche cesti di varia foggia.
Sono attratto da uno in particolare che mi ricorda tanto i panciuti cesti metallici per conservare le uova.
Glielo indico  e gli chiedo cos’è. Lo prende e, sorridendo, mi dice:

'u nassielle p'i cazze 'i rre

“Chiste è speciale, è ‘nu nassielle pe’ piglià i cazzi ‘irre” e continuando “lo utilizzano moltissimo i francesi, soprattutto a Marsiglia perché con le donzelle che prendono ci fanno un brodino speciale molto richiesto, il “bujabesse” (o bouillabaisse)”.
All’imboccatura di questo cesto viene posta una mattonella tenuta ferma da una specie di cappio, una corda che è parte del cesto stesso.

dove si mette la mattonella

La mattonella grazie al suo peso fa capovolgere il cesto quando viene calato in acqua e lo fa adagiare sui fondali consentendo alla parte contrapposta, l’imboccatura a forma d’imbuto, di stare ferma rivolta verso l’alto sempre pronta a pescare.

La costruzione di questa particolare nassa (nassiello come viene chiamato in dialetto) presenta più difficoltà rispetto a quella tradizionale, sia perchè la bombatura che la caratterizza richiede maggiore attenzione nella manipolazione del giunco e della canna sia perché la trappola ad imbuto attraverso la quale passano i pesci è un tutt’uno con il corpo del cesto.

'u nassielle un unico pezzo

Sicuramente bella ed affascinante quest’arte!

Chiedo a Benedetto se ha mai tentato di trasferire a dei giovani tutte queste sue conoscenze. “Sull’isola – mi dice – non c’è molto interesse, ne passano di giovani qui sotto casa e mi vedono “ngiarmare” con i giunchi ma nessuno è mai salito a chiedermi cosa sto facendo. Forse bisognerebbe stimolarli.”

“Quando ero imbarcato sulla Maddalena – continua – mentre eravamo fermi nel porto di Ventotene ed io a poppa a fare una nassa, mi è capitato di essere avvicinato da un ristoratore che mi ha chiesto di preparargliene un paio da mettere, come arredi, nel suo ristorante. Qualche mese dopo sono stato contattato dal sindaco che voleva organizzare un corso sull’isola per coinvolgere ed interessare i giovani

“E come è andata?”  gli ho subito chiesto.

“No –  mi risponde –  non ho accettato, era troppo complicato per me fare avanti e indietro con Ventotene”.

Ma lo faresti a Ponza?” gli chiedo, di rimando. “Anche gratis – mi risponde –   l’importante è che ci mettano i soldi per comprare i giunchi. Quelli costano e bisogna farli venire dalla Sardegna.”

Dico a Benedetto che questa cosa la renderò pubblica attraverso Ponzaracconta.

Benedetto con le canne, i giunchi ed i rametti di mirto crea tanti oggetti, belli anche come souvenir; le nasse per donzelle con le quali i francesi amano fare il tanto prelibato bujabesse possono anche essere esportate…
Non si sa mai. Chissà che non si smuova qualcosa per recuperare questa bella forma di artigianato…
Saluto Benedetto e, nel ringraziarlo per il tempo che mi ha dedicato, lo lascio continuare ad imbottigliare i pomodori.

A Ponza l’inverno è lungo, penso. Ce ne sarebbe di tempo… per imparare!

 

Guarda qui un video, della durata di due min circa, da YouTube

 

[Le nasse e l’arte per costruirle. Incontro con Benedetto Sandolo. (2) – Fine]

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3 commenti per Le nasse e l’arte di costruirle. Incontro con Benedetto Sandolo (2)

  • La Redazione

    E’ stato aggiunto, alla fine dell’articolo, un video esplicativo – sempre con Benedetto Sandolo – della durata di circa due minuti; da YouTube

  • Sandro Vitiello

    Ha ragione Benedetto quando dice che i migliori giunchi arrivavano dalla Sardegna.
    I pescatori ponzesi che frequentavano quelle terre ne raccoglievano in abbondanza lasciando comunque in Sardegna il grosso di quanto raccolto.
    Sarebbe servito l’anno dopo per fare le nasse per le aragoste.
    Una parte dei giunchi raccolti veniva portata comunque a Ponza e usata durante l’inverno.
    Un aneddoto: mio zio Francesco mentre costruiva la sua casa la utilizzava anche per ripararsi dal vento mentre faceva le nasse.
    Un giorno calcolò male le dimensioni della nassa a rutunne che stava facendo e alla fine scoprì che non sarebbe potuta uscire dalla porta.
    La tirarono fuori grazie al fatto che quella casa non aveva ancora il tetto.

  • Giacomo Recco

    Caro Enzo, con molto piacere ed interesse ho letto il tuo racconto sulle “nasse”. Ho sempre visto in tempi passati questi arnesi sulla barche in ormeggio maneggiati dai pescatori, ma è la prima volta che ho compreso appieno la loro funzione e le difficoltà della loro costruzione.

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