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Io sono Refolo

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di Francesco De Luca
Banchine notte

Fra cronaca e narrativa

Angolo salita Chiesa

 

Io sono Refolo

Nacqui nei vicoli, fra le strette viuzze che si impennano in gradinate, o svoltano in angoli acuti di caseggiati spigolosi, riottosi alle rotondità, con finestrelle arrampicate su muri a picco.
Lì, come refolo, striscio, sibilo fra le zanzariere, mi insinuo negli spiragli dei finestrini. Vedo quello che una tendina tenta di nascondere, un panno copre alla meglio; spio dietro le porte, fra le lenzuola. Sono pettegolo, irriverente perché nei vicoli è difficile celare, e i vetri riflettono, e le porte aperte fanno trapelare. Impudico perciò e sfrontato. Il mio piacere è nello spazio angusto dove ho l’agio di osservare, indisturbato, di soffermarmi interessato. Di ripararmi, sì, anche, ed addossarmi ad una spessa parete, aspettando che i venti possenti si dimenino, si azzuffino. E passino, lasciandomi nel mio anfratto.

Conosco le vicende, e soltanto l’apatia può negarmi lo sfizio dei dettagli. Se mi annoio allora divento uno dei tanti spifferi mulinanti in ozio fra i ristretti angoli. Se no, mi spando e scruto. Di quello che non vedo, intuisco. Quel che mi sfugge me lo suggerisce il cigolìo di una porta, il battere dello sportello socchiuso.

Sono lo “spiritello” delle strettoie, l’antipatico ventolino delle scalinate, l’inaspettato soffio dei cortili.

L’isola è la mia tana, il mio aerale, la manna perché permette di muovermi a piacimento nei corridoi delle case, fra giardini e muri a secco, pergolati e dirupi. Mi sostiene, aperta com’è a tutti i venti. Essa tenta di trattenerli fra le maglie dei cortili, di irretirli, al fine di prendere voce. Solenne quella voce, quando il ponente troneggia e abbatte gli ostacoli, o leggera, nel libeccio acquiginoso.

Col vento divenuto dolce, lascio i ricettacoli semioscuri e mi slargo per il porto. Lì sono attratto dal parlottìo dei pescatori. Incomprensibili talvolta per il loro dialetto stretto e il fraseggio asciutto.

Oggi ho sentito uno confidare all’altro come il mare intorno all’isola pulluli di pisce a galla. Mi sono attardato intorno a loro scivolando fra il sartiame e i pinnacoli dei segnali delle reti. Diceva di aver visto alle Formiche, come nello specchio d’acqua fra Capo Bianco e il Fieno, o fuori Forte Papa, la sommità del mare frizzare per un tramestìo di sagome argentee. Forse so’ castaurielle o forse… so’  rutunne.

Dai loro discorsi risultava ‘normale’ che il mare ritornasse ad essere per i pesci l’elemento dove pasteggiare tranquilli, e riproporre le sequenze della riproduzione.
“I  castaurielle  po’  – diceva uno  – l’ aggie viste… ma nun teneve ’a rezza bbona. Non ho potuto fare niente”.
“Sono anni che non li mangiavo – ha fatto eco sul molo una donna coi capelli bianchi  –  stamattina li ho comprati da Gioia”.

Ho sentito, a quelle parole, il brivido del tempo marciare a ritroso: la donna tornata ragazza, Maria ’i Sciammereca, ’u vuzzo ’i Alesio Califano.
Ho avuto paura del turbine del ricordo. Nel suo vortice  echeggiano richiami di madri, sorrisi di amici ormai scomparsi, e la serenità del bambino, pieno di meraviglia!

Sono tornato nella frescura autunnale e ho capito, da quanto ascoltato, che queste temperature sollecitano i pesci a riprendere i fondali dell’isola, bassi e ricchi di pastura, anche per l’apporto delle piogge.

Nei giorni scorsi infatti ha piovuto e qualche contadino ha mugugnato. Domani, con il levante a sospingermi, aleggerò sul Fieno. Lì si cantano le lodi del vino e io ne amplificherò le voci, specie se impastoiate di ubriacatura.

Spiaggia della Linguana

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