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u-13 e-14 k1-20a k2-29 ss19 Un rimorchiatore rimesso a nuovo

L’Isola delle Sirene, di Rita Bosso

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di Tina Mazzella
Imp. Cop. L’Isola delle sirene

 

Il romanzo di Rita Bosso “l’Isola delle Sirene” ha il potere di catturare il lettore sin dalle prime pagine trasportandolo nella Ponza del confino fascista, in un paese solitario e pieno di contraddizioni, dove le bellezze naturalistiche mal si conciliano con l’esistenza povera e grigia dei suoi abitanti.

La terra mitica ed assetata dei nostri padri ci colpisce con la malia delle sue rocce e con l’incanto del suo mare e nel contempo ci lascia stupefatti con il suo carico di sofferenze.
E’ una landa avara, afflitta da grave arretratezza e dall’atavica miseria che costringe chi può a fuggire altrove in cerca di fortuna, un luogo di pena per coloro che, giudicati sovversivi o fuorilegge, sono obbligati a scontarvi la loro condanna.

La Ponza del confino fascista e degli anni della guerra appare così a Luisa quando, partendo dal Veneto, vi si trasferisce per seguitare ad ammannire, quale cuoca fedele, manicaretti al duca presso cui presta servizio ed ivi confinato per non aver tributato il dovuto ossequio al regime.

Sulle prime la donna non riesce a comprendere e ad accettare la realtà che la circonda, una realtà dura e molto diversa da quella in cui è vissuta sino ad allora.
Si tratta di un ambiente popolato da persone indigenti ed anche un po’ selvagge, di  un’isola povera culturalmente e scarsamente stimolante, di esistenze faticose soggette alle imposizioni, ai divieti ed alle regole assurde calate dall’alto che determinano i rapporti tra la popolazione locale ed i confinati relegando questi ultimi in un mondo a parte, vista la proibizione di comunicare con gli isolani.
Luisa viene a contatto con pescatori ai quali è impedito dal regime di praticare liberamente il loro mestiere; s’imbatte in uomini denutriti ed affamati che si trascinano stancamente per le stradine e per le erte salite; incontra contadini distrutti da un lavoro duro e poco redditizio mentre, ad aggravare ancor più il disagio, la guerra incombe inesorabile.

E’ una guerra spietata che semina morte infestando il mare di mine pronte ad esplodere e attaccando con i siluri inermi piroscafi di linea, come è accaduto il 24 luglio del 43 al Santa Lucia affondato con un centinaio di passeggeri presso l’isola di Ventotene.

“ Ann’ accis’a mamma mia!”  Il grido angoscioso di un bambino che ha perduto la nonna e la madre su quel piroscafo squarcia il silenzio che regna nelle strade e penetra nell’anima di Luisa dilatandosi e scotendone la coscienza. Le apre gli occhi mostrandole l’orrore e spalancandole innanzi tutto il suo passato di persona compiacente con il fascismo responsabile delle persecuzioni, dei massacri, della guerra e delle sofferenze di milioni di innocenti. Quell’urlo desolato le si fissa nella memoria riversandole addosso la sua colpa, una consapevolezza amara ma tardiva che la induce a considerare in un modo nuovo tutto ciò che le sta intorno. Nel suo muto dolore Luisa scende al mare per udire la sua condanna scandita anche dalle onde che tutto sanno da tempi immemorabili.

Umanissima e particolarmente interessante mi è parsa la figura del Duca, un uomo colto, raffinato, generoso, incapace di compromessi ma soprattutto libero. E’ uno di quegli uomini indipendenti che non si lasciano piegare facilmente e che perciò risultano invisi ai tiranni. Proprio dal confino, da una terra isolata e per certi versi inospitale, lancia la propria sfida al regime con la sua operosità costruttiva.

Trasforma l’appezzamento sferzato dal vento e mangiato dalla salsedine che gli è stato assegnato in un giardino rigoglioso zappando, piantando alberi e costruendo colonne protese verso il cielo per testimoniare al mondo che ovunque, anche nelle situazioni più avverse, si può pensare liberamente, poiché nessun confino e nessuna barriera sono in grado d’imprigionare la mente di chi crede nei valori positivi della vita.

Nel libro traspare l’amore quasi filiale che la scrittrice nutre per la sua terra, un’isola bella e crudele al pari di un’antica divinità mitologica.

“L’Isola delle Sirene” una storia intensa, graffiante e corale narrata da Luisa con un linguaggio incisivo e colloquiale ravvivato da espressioni tipiche del lessico locale. Una storia che appartiene a tuttti i ponzesi nella quale forse i nostri padri non esiterebbero a riconoscersi ed a trovare qualcosa del loro vissuto.

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