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L’elogio della lentezza

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di Enzo Di Giovanni

lumaca

 

“In tanti diversi contesti etnici la lumaca è simbolo di equilibrio. Perché la lumaca possiede il giusto, solamente il giusto. Ha lo spazio esatto in cui abitare, il suo esoscheletro: se deve crescere di due millimetri il suo esoscheletro cresce di due millimetri, non di più” (“Un’idea di felicità” L. Sepulveda – C. Petrini).

un'idea di felicità

La copertina del libro di Luis Sepùlveda e Carlo Pertini. Ed. Guanda; 2014

La lentezza, come ho letto in un blog, non è pigrizia, è attenzione e presenza.

(Aggiungo, non è star fermi, come ipotizzato in un articolo di qualche giorno fa – “Ponza è rimasta ferma e per questo è di moda”leggi qui): nell’universo lo star fermi non esiste;  esiste l’equilibrio tra le cose.)

Un microcosmo come Ponza, vive solo in ragione della sua capacità di suscitare emozioni. E le emozioni si possono cogliere solo nelle piccole cose, solo nella lentezza a cui ci si deve rapportare per riuscire a comprendere un territorio limitato perché isola, essenziale appunto come il guscio di una chiocciola, che esprime nel rispetto del suo equilibrio spazio-temporale la propria essenza, e nel rispetto delle forme la propria bellezza.*

Non la Grande Bellezza di un mondo in decomposizione, ma quella vera, autentica, che regala sprazzi di felicità a chi ne sa cogliere la natura più intima e vera.

L’approccio frenetico del tutto e subito, del facile consumo, è assolutamente deleterio in un luogo come Ponza. E’ un corto circuito tra visitatore e abitante, che si instaura quando si crede di poter importare-esportare un modello del tutto fuori contesto.

Avete mai letto le recensioni dei viaggiatori su Ponza nei vari portali turistici?

A volte capita di scorgere affermazioni tipo: “Ponza è bella, ma bastano due giorni per vederla tutta”.

Viene da sorridere: a chi ha questa fretta di consumare il proprio tempo, verrebbe voglia di dire che basta molto meno: basta non venire affatto!

Di contro, per fortuna, sono ancora possibili ben altri approcci: una famiglia ospitata a casa mi ha confessato, pochi giorni fa, di aver provato le emozioni più forti di una vacanza durata due settimane proprio verso la fine del soggiorno, quando sono andati, lento pede, sulla via del Fieno; emozioni provocate dallo scoprire inaspettati, e perciò preziosi, segnali di armonia intima tra l’uomo e la natura.

Ponza-dalla-Guardia

le vie del vino di Ponza

Come riparare questo corto circuito?

Una volta c’era la civiltà contadina, che non voleva solo dire vivere dei raccolti, ma vivere del territorio. C’era un’etica, un’organizzazione sociale in grado di unire, da nord a sud, un’Italia fatta altrimenti di divisioni ataviche in un paesaggio frammentato, costituito da quella sorta di città-stato che erano le comunità medioevali: poi c’è stato il boom economico e con esso la fine di un mondo, contestualmente al miraggio delle “fabbrichette”, di quell’opulenza piccolo-industriale di cui, dopo la crisi economica e la delocalizzazione, restano solo rovine, strutturali e sociali.

E il disagio si avverte ancor di più in una località con pretese turistiche come Ponza.

Perché, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, un turismo sano vuol dire scoperta di un ecosistema, ambientale ed umano, che appaghi il desiderio di conoscere da parte del fruitore.

Ma conoscere cosa, se noi per primi non conosciamo più le basi su cui, bene o male, poggiava la nostra comunità?

Un autentico ossimoro.

Questa ri-scoperta, di cui cominciamo con colpevole ritardo a riconoscere l’urgenza, è un processo lento, difficile, ma inevitabilmente necessario.

Necessario per educare alla lentezza, e cioè alla scoperta della bellezza, gli ospiti che ci onorano di una visita, affinché le loro aspettative non vadano deluse.

Necessario altresì per educare le nuove generazioni (e noi stessi) a ritrovare quel senso di appartenenza ad un territorio per poterlo poi trasmettere all’esterno.

Espresso in simboli, va ricreato quell’equilibrio tra corpo ed esoscheletro che abbiamo forgiato in secoli di storia.

Una rivoluzione, affinché uscendo dalla perversa logica del “fare”, si possa passare al “cosa fare”.

“Io difendo il ritmo umano: il tempo preciso, né più né meno, che serve per fare le cose per bene. Per pensare, per riflettere, per non dimenticare chi siamo” (Luis Sepulveda).

schizzo nautilus

*Per i greci la proporzione perfetta (chiamata divina proporzione o sezione aurea) era quella in cui aggiungendo ad un rettangolo un quadrato costruito sul lato minore si ottiene una figura proporzionalmente perfetta e replicabile all’infinito. Inscrivendo poi un quarto di cerchio nei vari quadrati si ottiene una spirale, ovviamente anch’essa replicabile all’infinito.

sezione nautilus

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