Voci di Ieri

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Buongiorno, come mi devo chiamare? (3)

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di Gaetano Migliaccio Jr.

 

Per le puntate precedenti cercare nel sito attraverso l’indice per Autori: Migliaccio Gaetano Jr.

 

La visita delle ombre
La giornata era stata lunga per Luigi. Il peggio è che non riusciva a togliersi di mente la notte che ne era seguita.
Bisogna chiarire: il giorno non era tanto diverso da altri riguardo al lavoro. Infatti, se lo dovesse valutare rispetto ad altri giorni, avrebbe detto che era stato molto produttivo con pochi intoppi e poco lavoro duro, e lo stipendio arrivava lo stesso, quindi non si poteva lamentare.
Per Luigi questa giornata era stata come quella di una cicala che, dopo il suo lunghissimo riposo rintanata sotto terra e dopo la stagione trionfale in cui ha dato la vita a un’intera nuova generazione di cicale, si accorge di non poter più prendere il volo, e non credendoci, batte le ali inutilmente sbattendosi contro i muri, rotolando e girando a terra per poi schiantarsi contro un muro, sempre più debole.

Aveva ricevuto un telegramma da casa. La vecchia zia era malata, e non si sapeva se si sarebbe ripresa.

Luigi voleva parlare con qualcuno dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri, della sua nostalgia. Ma per qualche ragione, fosse per vergogna, per paura, o per orgoglio non si sa, aveva taciuto. Era tardi e Barbara si era già addormentata. Luigi era andato a coricarsi anche lui, sperando che nell’indomani sarebbe stato in grado di reagire a quella brutta notizia.

Quella notte, Luigi fece un sogno. Almeno così credette benché trascorresse quella notte a girarsi violentemente nel letto, fissato sulla memoria della zia. Il sonno era leggero, benché fosse stanco, e le ore passarono mentre Luigi vacillava tra il dormiveglia e il pianto.

Ricordi in una notte insonne

Era estate, erano al panificio e sua zia gli aveva appena dato un sculacciata sul sedere perché aveva preso un pezzo di pane; lei diceva che era da vendere, non da mangiare. Mentre Gigì si sfregava dove era stato colpito per addolcire il dolore, la zia lo guardava con una malinconia che strappava il cuore, ma subito distoglieva lo sguardo dal nipote per guardare altrove.
Sapeva che quel pane non era da mangiare per la famiglia, ma sapeva anche che per Gigì che aveva nove anni ed era molto basso e un po’ macilento, era importante. Il suo unico punto di riferimento erano i ragazzi dei vicini che per loro fortuna avevano alcuni membri della famiglia che erano andati in America e due volte al mese mandavano un pacchetto con cibo abbondante e vestiti nuovi stipati dentro. Trattenendo le lacrime a stento, la zia lo mandava a casa perché aiutasse la madre che lavorava nel giardino e nel pollaio.
Ogni volta, però, la zia lo prendeva in braccio dopo una parca cena per raccontargli le cose che aveva vissuto nella sua vita. Parlava della sua infanzia in quel paese remoto, dove aiutava la nonna nel panificio a infornare e sfornare il pane. Diceva che il lavoro era duro e la speranza che la situazione migliorasse, poca. Lavoravano come asini, diceva, ma c’era sempre la famiglia che faceva da buona compagnia, e il tempo passava.

Poi c’era stata la guerra, e le difficoltà erano aumentate. Non si sprecava niente! La zia ricordava un giorno in cui con uno schiaffo che le aveva reso il viso rosso per la giornata intera venne rimproverata per aver cominciato a buttar via la farina andata a male, in cui si erano fatti dei vermi. Sua madre poi l’aveva messa a setacciare quei sacchi di farina. La zia voleva che Gigì capisse la storia e la sofferenza della sua famiglia affinché potesse comprendere anche le cose che aveva vissuto lei.
La guerra le aveva mostrato le cose indispensabili della vita, anche se da essa non furono molti di quel paese a picco sul mare a essere toccati, rispetto ad altri paesini più dimenticati.

La zia nel paese era conosciuta come ‘la zitella’, anche se non lo era in realtà. Lo zio di Gigino era stato chiamato a combattere, lasciando la moglie speranzosa a casa con i lieti pensieri della loro felice riunione dopo che avrebbe dato alla luce il loro figlio, ancora in grembo. Questa speranza era l’unica cosa su cui contava la zia per addolcire il dolore che sentiva nel saper che il marito doveva allontanarsi così tanto. Un giorno di sole, arrivò la notizia che cambiò qualcosa, o nell’aria o nell’acqua forse, perché non si capì mai perché quel bambino aspettato così tanto avesse dovuto lasciare sua madre sola sola.

Da quel giorno la zia si affezionò più che mai al suo Gigì, perché la speranza si trasferì all’ultimo uomo che era rimasto in famiglia. La famiglia era essenziale per lei, e si opponeva con tutte le sue forze al suo disfacimento.

Quanto forte poteva essere allora il dolore che dovette sopprimere e trattenere per dire al suo carissimo Gigì, con il cuore in gola, un giorno qualunque, che era giunta l’ora che se ne doveva andare da quel paese.
Neanche dopo la guerra cessarono le sofferenze. Gigì non doveva più essere Gigì né Gigino, il ragazzo di famiglia di paese trascurato. Doveva essere Luigi, quello che avrebbe saputo affrontare i problemi e trovare un suo posto nel mondo.

Gigì doveva scordarsi di quel posto, perché viver di ricordi lasciava la testa e la pancia vuote. Ogni volta che la zia finiva questi discorsi, seguiva un silenzio vuoto in cui guardava intorno a sé. In questi momenti, la realtà sembrava una cosa viva, ma aveva una sembianza non dissimile da quella di un animale che sapeva di morire. Tutti i sensi diventavano più intensi, senza capire il perché. Si sentiva il calore del sole sulla pelle abbronzata e i profumi forti della terra che faceva fatica a produrre abbastanza da mangiare, ed anche il profumo svolazzante di quella menta unica di quella terra. Si sentiva la salsedine del mare così azzurro e limpido che sembrava capace di sciacquare via ogni pensiero al mondo.  Il sole tramontava in quei momenti, e si capiva che sarebbe tornato il giorno dopo, e tutto sarebbe stato uguale. Le cose non cambiavano mai, con la sola eccezione delle persone che invecchiavano. Poi, la zia cantava una canzone del paese finché Gigì non si addormentava.
Ma la vita non era questa.

Un mattino presto, Gigì, ormai grande, prese il mezzo per voltar le spalle al suo passato e alla terra che aveva raccontato fino ad allora la sua storia, per prendere la sua vita tra le mani, per fare qualcosa di importante: le cose che sapeva di essere capace di fare.
Con l’arrivo di quel triste telegramma, Luigi si rammentò chi era stato prima e le cose che aveva lasciato. Si accorse, anche, che la mente e la pancia le aveva piene, ma il suo cuore era sviscerato.
Abbracciandosi per ricordare la presa protettrice della zia, prese il cuscino e pianse.

Il giorno dopo, arrivò un altro telegramma con la notizia che la zia non avrebbe sofferto più.


L’immagine senza la comprensione.
Talvolta i sogni riescono a produrre dei grossi cambiamenti nella vita della gente. Luigi voleva che questo sogno fosse uno di quelli. Voleva ravvivare il suo passato e tramandarlo al giovane Peppe. Perciò cominciò a raccontargli le storie della sua infanzia passata in quella terra in mezzo al mare. Gli voleva insegnare gli stessi valori che aveva imparato dalla zia in modo che conoscesse la storia della sua famiglia e chi era stato lui in passato. Luigi, in parte si sentiva traditore, per essersi quasi completamente scostato dalla sua famiglia, elemento così importante del suo essere. Si era dimenticato anche, forse nella foga del lavoro e della nuova vita, di sentirne la mancanza; ma la delusione non la voleva né causare né sentire.
Da quella notte insonne in poi, Luigi non voleva più allontanarsi dal suo passato: se solo riprendere il passato non fosse come acchiappare con le mani l’acqua che esce dal rubinetto. Più ci provava, più si sentiva frustrato, disperato.

Luigi voleva ora tornare a vedere i suoi cari; a quel punto aveva già lavorato tanto nella sua vita e si poteva permettere qualche giorno libero per vedere la famiglia recentemente privata della zia.

Barbara non poteva venire. Anche a lei faceva piacere sentire i racconti di suo marito, ma andare nel suo paese sarebbe stato strano per lei. Durante i suoi studi all’università avevano fatto qualche accenno a quel posto in mezzo al mare, e benché trovasse la sua storia interessante, non le pareva così affascinante da andarci di persona.
In ogni caso, capì che questo viaggio di Luigi con il figlio era di grande importanza e necessario, e perciò con molta cura e attenzione li aiutò a prepararsi.

 

Staz. centr. di Milano

Il sole tramontava sulla città meneghina, e Luigi si trovava di nuovo davanti a quella grande struttura littoria che lo aveva accolto tanto tempo prima. C’era già tornato qualche volta, ma sempre per andare in altri posti, come il Piemonte, la Svizzera, l’Austria, e la Francia. Era l’unica cosa che non gli piaceva di questi viaggi: rivedere il posto dove era arrivato tanti anni prima dal suo paese senza poterci tornare. Era come vedere una porta di un armadio vecchio, avere un’idea di quello che c’era dietro, e posticipare sempre di più il giorno della sua apertura per l’incertezza.

Finalmente le porte della stazione gli parvero come dei magnifici portali di tele-trasporto che aveva visto in tivù qualche volta insieme a Peppe.
Li avrebbero portati più vicino a casa sua, pensava, con il cuore che gli saltava in petto.

Peppe ormai aveva quattordici anni, era un bel ragazzo come il padre, e gli assomigliava tanto. Studiava molto, e accoglieva i racconti di suo padre con entusiasmo, ma non quello che sprona i grandi pensatori a scrivere e a far ricerche.

 

Era molto faticoso raggiungere quella terra del padre, e non era avvezzo né al vento, né al calore, né all’aria salata che incontrava. Questi stessi elementi accesero nel padre una nostalgia e un’eccitazione così forte che stentava a trattenere il pianto. Luigi e Gigino si trovavano per la prima volta dopo tanti anni in conflitto. Luigi riconosceva il suo dovere alla famiglia bisognosa, mentre il cuore di Gigino pativa con la consapevolezza del prezzo della partenza.

Il posto era bellissimo – uno scoglio in mezzo al mare del Sud, selvatico e tranquillo, pacifico anche se disturbato da un passato difficile e dalla partenza di tanti suoi figli.

Vecchie case di Ponza
Subito Luigi e suo figlio andarono a trovare i loro cari, ossia ‘la cara’.
Ormai c’era rimasta solo la madre di Luigi, perché anche i più giovani avevano lasciato quel posto poco dopo che Luigi se ne era andato. La riunione fu caratterizzata da una strana felicità. La madre anziana non sapeva contenere la sua gioia nel poter vedere e toccare nuovamente il suo caro figliuolo con il giovane nipote.
Tuttavia una sconvolgente tristezza tormentava la mente di Luigi… il suono antico e lontano della lingua del suo paese d’origine alle sue orecchie pareva strano; riusciva a capirlo, ma non a riprodurlo; Peppe invece non sapeva nemmeno distinguer le parole le une dalle altre. Luigi seppe che le persone che cercava – quelle del sogno che lo aveva riempito di gioia e di amarezza – avevano tutti lasciato quella terra, e se erano rimasti, c’erano ancora solo i loro figli, che non conosceva nemmeno.

Alla fine di quel soggiorno di dolce dolore, ripartirono alla volta della casa di Milano.
Grato e riconoscente era Peppe di aver potuto sfiorare un mondo di cui prima aveva solo sentito parlare e che sapeva gli apparteneva in qualche modo oscuro e distante; lo apprezzò però soprattutto per l’occasione che gli aveva offerto di capire meglio la vaga situazione da cui proveniva suo padre.

Luigi capì che il luogo del suo sogno era una fotografia conservata nella sua memoria – un’immagine da guardare di tanto in tanto per trovare un po’ di rassicurazione anche se associata alla malinconia.
Prima di tornare a Milano, in quel posto lasciò Gigino e Gigì.

 

[Buongiorno, come mi devo chiamare? (3) – Continua]

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