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Buongiorno, come mi devo chiamare? (2)

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di Gaetano Migliaccio Jr.
Piazza Duomo. Vecchia Milano

 

Per la puntata precedente (presentazione e prefazione) cercare nel sito attraverso l’indice per Autori: Migliaccio Gaetano Jr.

 

Lo strappo della partenza
Le porte si aprirono con uno sbuffo lento in mezzo al chiassoso sferragliare delle ruote sulle rotaie. Si sentiva scippato. Della sua storia, della sua famiglia, del suo mare.
Pure qui c’era l’acqua, ma cadeva da chilometri in alto in un posto dove si aggregavano tutte le lacrime abbandonate dal cielo in pozzanghere sporche.
Il suo mare, invece, aveva l’acqua limpida, luminosa, luccicante, leggiadra sugli scogli contro cui si schiantava, illesa.

Il tempo della città meneghina, quel giorno, lo riempiva di una malinconia così forte che anche lui si sentiva tentato di imitare il cielo, ma le acque si sarebbero mischiate male. Nessuno sarebbe riuscito a capire quali fossero le loro provenienze. Non gli avrebbero fatto lo stesso effetto di quelle di casa sua, e poi era venuto apposta per voltar le spalle alla terra natia, perché lì, si scoprì, le acque non producevano vita.

Scese e uscì, vedendo la grande struttura littoria di marmo in mezzo a delle macerie si poteva dire quasi ancora fumanti. Quella costruzione, nata poco tempo prima, aveva trascorso i suoi primi anni guardando le sofferenze di tante persone, essendo quello anche il posto dove tanti compaesani sarebbero partiti per non tornare mai più.

Staz. centr. di Milano

La paura lo prese alla gola e si sentiva soffocare. Che cosa gli era saltato in mente di venire qua, si domandò.
Si chiamava Luigi, ma i suoi più cari solevano chiamarlo Gigino, o Gigì se era il caso; qui però, credeva fosse più saggio e meno vergognoso farsi chiamare Luigi.

Le ferite del tempo di guerra in questa città erano ancora aperte di tal maniera che voleva scappare. Chi avrebbe accettato il suo aiuto in questa città grande e lontana a cui apparteneva meno degli intrusi della guerra? Non importava; c’erano i suoi cari laggiù, e la loro unica compagnia era la fame, e quando, quasi una settimana prima, decise di allontanarsi da loro con l’intenzione di fare svanire i loro problemi immediatamente, quella stessa fame gli era già stata addosso a singhiozzare e pregare da quattro giorni. Tornare avrebbe significato portar loro la morte, mentre essi contavano su di lui.
Dopo aver pensato a lungo, Gigino raccolse tutte le sue forze per tacitare le voci agrodolci del suo passato, e s’incamminò verso il centro.

Giunto che fu alla magnifica casa del Signore che assisté alla strage, il ricordo di quello che aveva lasciato si sciolse, e nella sua mente, Luigi vide la possibilità di crescere e di partecipare alla guarigione della ferita; la stessa che prima non gli faceva far altro che rammentare il suo dolore.
La guerra aveva fatto dei grossi danni a tutti, persino alle persone più remote e ignare. Vide la speranza e perseveranza di un popolo messo a così dura prova, e il viaggio che aveva fatto finalmente gli parve dono della ragione.

Vecchia Milano

 

La vita continua
I giorni passarono. Tre giorni diventarono tre settimane, tre mesi, tre anni. Questa città in cui Luigi si era imbattuto gli si dimostrò come un grande tesoro in mezzo alla distruzione e la sofferenza della guerra. Era riuscito a trovare subito un lavoro, aiutando a ricostruire questo posto ormai divenuto casa sua. Apprese la lingua dei poeti e ci trovò la soddisfazione di potersi esprimere con l’eloquenza del dolce parlar. Trovava difficile, però, comunicar con i suoi cari che ogni tanto, entusiasti e tristi per la mancanza del loro Gigino, gli mandavano delle lettere scritte con quella misera istruzione che erano riusciti ad avere.

Luigi era felice di leggere le loro lettere, ma temeva che troppo tempo dovesse passare prima di poterli vedere. Il lavoro era tanto, e le vacanze poche. Ricordava con dolce dolore la sua casetta con i suoi cari dentro, la sua terra, il suo mare, ma ogni volta che cominciava a pensare di tornarci, anche solo per un po’, ricordava la difficoltà e la fame che li tormentavano.
No, no… non ci poteva tornare; non in quel momento in cui doveva lavorare.

In un giorno di lavoro come tanti altri, mentre Luigi s’indirizzava verso casa, incontrò una bella fanciulla di nome Barbara.
Era una ragazza simpatica e umile di una famiglia milanese, e non passò molto tempo che i due s’innamorarono e si sposarono. Luigi riferì questa felice notizia alla sua famiglia, ma non prima di aver rimuginato questa decisione per parecchi giorni. Temeva che i suoi cari non accettassero questa ‘forestiera’, ma essi furono contenti di sapere che Luigi si trovava bene ed era felice al Nord.

Altri anni ancora passarono e la sua nuova famiglia fu resa ancora più felice dall’arrivo di un bambino. I genitori contenti diedero al loro figlio il nome Giuseppe per ricordare il padre di Luigi, deceduto nella guerra, anche se quest’usanza non fu tanto gradita dalla famiglia di Barbara. Ma alla fine, tutti concordarono di chiamarlo Peppe.

Come succede in ogni famiglia, i rapporti tra Luigi e Barbara non erano sempre pacifici. Colto dalla nostalgia per la sua infanzia, Luigi si rammentò tutto quello che gli era successo prima di arrivare a Milano – i pomeriggi con i cari, le domeniche, gli animali, il duro lavoro di trebbiare i legumi, il mare. Poi, come dei carillon a cui fa solletico il vento, cominciarono a girare per la sua testa le canzoncine del suo paese che una volta gli cantava la sua anziana zia nel dialetto del loro paese sul mare.
Gigino, voleva partecipare quest’esperienza al suo figliuolo, e gli cantava le poche strofe che si ricordava della zia ormai lontana.

A Barbara le canzoni sembravano brutte, ma solo perché non le capiva. Non avrebbe mai potuto comprendere il vero significato di quelle semplici melodie che erano state per alcuni l’intera vita, piene di saggezze popolari e descrizioni di una vita semplice. Perciò volle che Gigino smettesse di cantare.
Come contropartita, neanche lei avrebbe tramandato a Peppe la lingua del suo popolo.
Luigi capiva la logica della proposta di sua moglie, ma fino al giorno in cui lasciò questo mondo, avrebbe sentito di aver tradito la memoria dei suoi cari per non aver dato a suo figlio tutto quello che la sua famiglia aveva dato a lui – i sacrifici, i racconti, la perseveranza di sopravvivere a un’esperienza difficile, la capacità di amare così pienamente da non aver più niente da offrire.
Per Luigi, bisognava solo farli contenti con quello stipendio che mandava loro una volta al mese. Così sarebbe riuscito a pagare il suo debito.

 

[Buongiorno, come mi devo chiamare? (2) – Continua]

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