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Buongiorno, come mi devo chiamare? (1)

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di Gaetano Migliaccio Jr.

 

Con molto piacere pubblichiamo una testimonianza – inedita per il sito che pure si prefigge il ‘recupero e mantenimento della memoria’ – di un giovane nato in America da una famiglia di immigrati ponzesi.
L’Autore ha voluto premettere al racconto una lunga prefazione quale ‘dichiarazione di intenti’. Seguirà (in tre successive puntate), il racconto vero e proprio.
Ci aspettiamo che il tema susciti interesse e partecipazione tra i nostri Lettori e commenti a non finire…
A tutt’oggi le testimonianze dell’emigrazione ponzese, in America e altrove, sono “un buco nero”, tra la difficoltà delle vecchie generazioni a parlare (scrivere) di sé e il disinteresse delle nuove a farlo.
Speriamo che tale mancanza possa essere prima o poi colmata.
Il racconto che andiamo a presentare è un ottimo inizio.
La Redazione

Gaetano Migliaccio Jr.

Prefazione
di Gaetano Migliaccio Jr.

Il presente racconto è un dialogo continuo tra il passato e il futuro – chi eravamo e chi saremo – e coloro che si trovano intrappolati in mezzo sono sempre in balia dei capricci di questi due protagonisti. Questa è  l’ambientazione del mio racconto che si svolge a Milano durante il secondo dopoguerra, ma può applicarsi ugualmente a qualsiasi caso simile di migrazione da un posto remoto e agrario ad un altro più industrializzato e “moderno”.
I miei lettori potrebbero chiedersi perché io abbia reso i dettagli dei personaggi vaghi e generali, tranne che per quello principale; è stata una decisione dettata dalla volontà di rendere la situazione il più universale possibile.
Vi hanno una parte importante i segni incisi nella mia memoria dai miei antenati.
Questo racconto si è sviluppato nella mia mente come risultato delle passioni e preoccupazioni fondamentali che agitano un immigrato, ed hanno avuto un fortissimo ruolo nella mia vita e nella mia identità.
Tra queste passioni c’è, più che altro, la paura di far cadere nell’oblio e di abbandonare un ricco passato di dolori e amori con cui l’immigrato si era identificato.
È evidente, comunque, che questo conflitto interno si deve risolvere, ma le possibilità sono varie; io ho semplicemente deciso di raccontare una storia a lieto, ma si può anche pensare a esperienze di immigrazione meno felici, in cui l’enorme differenza tra la realtà che si è lasciata e quella che ci si trova a fronteggiare non permette una ricomposizione.

Essere ‘immigrati’ comporta insieme una rinuncia al passato e un ripartire da zero in un posto dove nessuno ti conosce e che ti obbliga a ricreare la tua identità. Per alcuni, questa possibilità può essere desiderata e ideale, ma per altri può essere il rimpianto più grande della vita.

In effetti, assimilarsi alla società nuova significa anche lasciare tutto ciò che apparteneva al vecchio paese; in termini non soggettivi questo processo non avviene subito, ci mette un paio di generazioni per compiersi completamente. Nel frattempo la frustrazione e la paura di non tramandare il lato positivo della cultura precedente possono causare dei tormenti non del tutto dissimili da quelli che subisce Luigi.

L’uomo di oggi vive un tempo in cui le generazioni più anziane hanno avuto un’esperienza della vita talmente diversa da quella delle generazioni più giovani, da allontanare entrambe dalla comprensione di se stessi, mentre è fondamentale fare una sintesi tra le memorie del luogo da cui si è emigrati e la realtà presente e attribuire il giusto valore alle persone che tale decisione hanno preso.
Di particolare interesse in questo racconto può essere il linguaggio, che talvolta diventa tortuoso e ingombrante, il che serve a rappresentare il conflitto violento tra il volere appartenere alla nuova società e il desiderio di tornare al passato.

Questo racconto vuole rappresentare i sentimenti di chi si trapianta in un paese diverso con il rischio di rinnegare la propria cultura di provenienza, e vuole mettere in evidenza come le storie d’immigrazione sempre contengono un elemento di dolore, di sofferenza, ma anche di speranza.
Questo vale tanto per le famiglie che si sono costituite in seguito ad una immigrazione come per i paesi che videro partire molti dei loro cittadini. Si pensi alle situazioni da cui fuggivano e a quello che speravano di costruire nel nuovo mondo.

In parte, è la paura di dimenticare il mio passato che mi ha fatto scrivere questo racconto, ma è anche la paura di essere la fine della storia della mia famiglia immigrata. Non vorrei essere come Peppe che non sapeva capire ciò che lo aveva preceduto, né come Luigi che infine era rimasto cancellato dal tempo.

Il passato, la cultura, la lingua, e la struttura sociale di un paese sono tutte cose da conservare in modo che sopravvivano alla corrosione eterna del tempo.

 


Golden door. Locandina

Nuovomondo è un film del 2006 di Emanuele Crialese – qui sopra la Locandina della versione americana.
La foto sottostante mostra un momento molto bello del film: quando la nave, inquadrata dall’alto, si distacca dalla banchina e la folla che sembrava un tutt’uno, fa vedere  chiaramente chi rimane e chi parte… e il mare in mezzo 

Distacco

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