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foto-12 v4-13a v7-19 ss09 5 Idraulica antica: fosso di regolarizzazione

Chi sta a terra chiacchiera, chi va a mare naviga..!

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di Rita Bosso
Salvatore Sandolo.1

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…E Salvatore Sandolo, Panzatuost’, classe di ferro 1939, prevalentemente sta a mare o nei paraggi.

Alla serata di giovedi 24 luglio al Santa Domitilla, condotta da Stefano Liviadotti (giornalista), con Enzo Bonifacio (autore del libro Pontio, l’isola di Pilato), e Antonio De Luca (poeta e operatore turistico), Salvatore partecipa perché la tematica lo riguarda: il titolo è “Ponza nella storia del Mediterraneo”, quindi si parlerà di barche, di rotte, di naufragi, di pesca; si racconterà il mare come limite e come risorsa; si discuterà del passato, del presente e del futuro di Ponza.
Salvatore, dunque, “sta nel suo”; arriva, saluta, prende posto tra il pubblico, in mano il bicchiere di vino offerto dall’hotel.

Antonio parla di una storia possibile, da Omero in poi; nomina poeti e filosofi, ipotizza che Catullo abbia composto carmi su questi lidi.
Enzo fa scorrere le diapositive di carte nautiche di secoli fa, pescate negli archivi di mezza Europa.
Salvatore ascolta.
Liviadotti conduce, cercando di arginare il poeta e di portare al centro della serata il libro.
Salvatore si agita, ondeggia.

Liviadotti fa una considerazione e pone una domanda: – Oggi, 24 luglio, il porto è semivuoto; cosa ne è del presente e del futuro di Ponza?
Chiede di individuare tre cause della crisi attuale.

Antonio dà la colpa agli investimenti mancati.

Salvatore beccheggia, rolla, infine esplode: – State facenn’ sule chiacchiere, tutti quanti. Chiacchiere a vvacante!
La serata gli appare troppo di terra, di mare letterario, non vissuto né navigato.
Il commento è a mezza voce, ma la ‘sua’ voce normale e tonante, si abbatte sulla platea silenziosa.

Noi non ci conosciamo; a fine serata mi avvicino, gli dico che vorrei intervistarlo per Ponza racconta; lui non rifiuta, mostra un’evasività educata che supera solo quando gli spiego “a chi appartengo”.
Mio padre, ponzese, era uomo di mare, di macchine e motori più che di timone, proprio come Salvatore.

– Ah, sei la figlia di Ciccillo? Ci conoscevamo bene, ci stimavamo, lui si fermava spesso in officina e parlavamo di motori!

Salvatore Sandolo.2

Salvatore molla gli ormeggi e va di bolina. Racconta, nel segno dell’accoglienza, dell’amicizia antica, del mestiere condiviso, dell’essenzialità della gente di mare.
Faccio appena in tempo a girargli la domanda di Liviadotti: Cosa ne è del presente e del futuro di Ponza?

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“È una questione complessa e io non sono in grado di dare una risposta. Chiunque risponderebbe secondo la sua propria ottica, secondo i suoi particolari interessi, non certo pensando alla collettività.  In passato avrei pensato all’ingrandimento del porto o alla costruzione di un nuovo approdo a Le Forna, ma oggi né lo Stato né i privati affronterebbero un investimento simile. Il porto, la cantieristica e tutto l’indotto avrebbero dato lavoro e arginato lo spopolamento invernale, ma oggi la pesca è morta e la grande nautica è in crisi, perché le barche di lusso attirano i controlli della Guardia di Finanza. Oggi, non vedo un futuro per i giovani di Ponza; siamo stati un popolo di migranti, ma oggi anche questa valvola è chiusa.

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Appartengo a una famiglia di aragostai, proprietari di bastimenti e di ’mburchielle, le barche adibite al trasporto di aragoste. Mio padre morì nell’affondamento del Santa Lucia, il 24 luglio del ’43; di quella giornata ricordo solo il momento in cui vennero a prelevarmi all’asilo. Avevo quattro anni.

Nel ’48 la sorella di mio padre mi portò a Roma, al collegio San Michele, dalle parti delle Catacombe di san Callisto; lì sono rimasto fino al ’56, quando ho conseguito il diploma all’Istituto Tecnico Industriale, specializzazione meccanico.

Dal ’47 al ’55 mi dedico alla pesca di aragoste; sono il nipote prediletto di nonno Panzatuost’,  l’erede della tradizione di famiglia. Peschiamo lungo la costa, da Le Forna fino a Capobianco, spingendoci al largo, verso Palmarola, per circa tre miglia. Il mare è pescosissimo ma il pescato è scarso, perché le nostre attrezzature sono rudimentali.

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Nel ’56 torno a Ponza e vengo assunto dalla SAMIP, la società che gestisce la miniera. Noi ponzesi, anche i tecnici specializzati come me, siamo tenuti in condizone di sottomissione dai proprietari e dai capisquadra, quasi come schiavi.

La miniera all’inizio sventra il territorio, poi lo decapita; le prime estrazioni venivano fatte scavando cunicoli, poi, negli anni successivi, con l’arrivo dei bulldozer, si lavora asportando il terreno, se ne ricava la bentonite e quello che resta viene scaricato a valle.

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Nel 1960 torno a Roma e frequento un corso di specializzazione per meccanico-aggiustatore-riparatore di motori; al termine, comincio a lavorare in giro, nei porti di tutt’Italia, dalla Toscana in giù. Torno a Ponza nel 1965, sposo Giulia, apro la prima officina a sant’Antonio, qualche anno dopo mi trasferisco giù alle banchine. Lavoro con le barche da pesca e con quelle da diporto.

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A Ponza, fino ad alcuni decenni fa, agricoltura e pesca non erano attività contrapposte, ma complementari; il pescatore era anche contadino e a marzo, quando cominciava la stagione di pesca, consegnava la zappa alla moglie.

Mia madre era incessantemente occupata nella terra. In un territorio così pulito e curato non c’era rischio di incendio o di frana. Sotto ogni terrazzamento c’era un canale di scolo in cui si immetteva l’acqua piovana. Ho trascorso l’infanzia a Le Forna, con i nonni paterni.
A Ponza, all’epoca, non c’era una zolla di terra che non fosse coltivata.
Se avevi una pecora, dovevi fare attenzione che non sconfinasse nel terreno del vicino, coltivato con cura e custodito gelosamente.
Tra un terreno e l’altro spuntava qualche vastaccetto, ne strappavamo i rami per usarli come legna da ardere. A Le Forna le bombole di gas arrivarono nel ’53, la corrente elettrica nel ’58.
I miei nonni materni, gli Aprea, coltivavano uva a Palmarola e la trasportavano a Le Forna coi gozzi a vela.

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Negli anni ’70, grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno, la pesca cambia: si costruiscono grandi barche, con tecnologia avanzata. Nel porto di Ponza c’erano dodici cianciole, oggi ridotte a due, che non prendono neanche un decimo del pescato di allora.
Il mare non è come la terra, dove semini e raccogli; a mare raccogli solo, e l’impoverimento è inevitabile.

La pesca, in una cinquantina di anni, si è evoluta sia nelle tecniche che nelle attrezzature.
Prima arrivarono “i siciliani”, coi palamiti per pescespada; i ponzesi si aggiornarono, pescavano da maggio ad agosto.
“I calabresi” portarono le spadare per barche piccole, e la quantità di pescato aumentò ulteriormente. Quello fu il periodo d’oro per la pesca ponzese.

L’ingresso nell’Unione Europea segnò la fine di questo tipo di pesca, molto remunerativo; vennero poste delle limitazioni, fino ad arrivare all’abolizione.
Oggi, in inverno, si pratica la pesca al merluzzo, di cui il mare è ancora molto ricco; qualcuno va ad aragoste, con barche piccole, che impegnano una o due persone, ma è una pesca di sussistenza, per appassionati, non certo un’attività che permette di vivere.

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I forestieri che hanno preso casa a Ponza, pretendono il posto barca e, in un modo o nell’altro, lo ottengono – Arrivan’ pist’ pist’ e piazzano ’a barca …noi residenti, invece, non abbiamo uno spazio riservato”.

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