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Attinie o anemoni di mare

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di Adriano Madonna

anemoni di mare

Sul sito hanno già scritto  delle attinie  sempre il prof. Adriano Madonna ed anche Sandro Russo. Per leggere i relativi articoli basta inserire il termine “attinie” nella casella “Cerca nel sito”.
La Redazione

 

Per il loro aspetto vengono chiamate anemoni di mare, ma le attinie sono organismi animali della classe degli antozoi, con una complessa organizzazione fisiologica. Scopriamone tutti i segreti.

“Fatto a pezzetti, infarinato e fritto”, dicono i buongustai, “il piede dell’attinia è una vera squisitezza”. Se, infatti, durante un viaggio a Napoli, vi fermerete in uno dei ristoranti di via Caracciolo e di via Partenope e chiederete un fritto all’italiana, con buone probabilità vi capiterà di apprezzare anche l’attinia, ma la parte edule è proprio il piede, cioè quello che resta dell’attinia dopo averla privata dei tentacoli.

Che cosa sono, dunque, le attinie, oltre a costituire uno “sfizio” degli amanti della buona tavola?

Delle quattro classi in cui si divide il philum dei celenterati, quella degli antozoi comprende anche la famiglia delle attinie (Actinidae), organismi bentonici aderenti al substrato (ma ben motili) e presenti già nei primi centimetri d’acqua, in quella zona detta intertidale, che viene coperta e scoperta dal flusso e dal riflusso di marea. Un’attinia tipica della zona intertidale è l’attinia equina (Actinia equina), più nota con il nome di pomodoro di mare per la sua forma più o meno sferica accompagnata da un colore rosso intenso.

Actinia equina o pomodoro di mare

actinia equina
Il pomodoro di mare, dunque, quando c’è flusso di marea ed è sommerso, si apre ed estroflette una bella corolla di corti tentacoli. Al ritirarsi della marea, invece, si chiude, fa scorta d’acqua per non disidratarsi e assume proprio quell’aspetto che gli ha valso il suo nome comune.

Oltre al pomodoro di mare, ci sono altre specie di attinie che vivono in bassofondo, addirittura in meno di un palmo d’acqua e noi subacquei le conosciamo bene, per esserci trovati i loro tentacoli appiccicati alle mani, con la sensazione di un leggero bruciore sulla pelle.

Com’è fatta un’attinia
Prima di entrare idealmente all’interno di un’attinia per osservarne la singolare anatomia, osserviamola dall’esterno. Essa è costituita essenzialmente da due parti bene evidenti: i tentacoli e il piede. Poi, guardando bene tra i tentacoli, ci appare, ben nascosta, la bocca con la sua forma allungata. Penetriamo nell’attinia proprio attraverso la bocca, che presenta delle ciglia con la funzione di convogliare l’acqua dentro e fuori una faringe, detta stomodeo, che giunge alla cavità gastrovascolare. Questa è dotata di un gruppo di setti muscolosi, i setti mesenterici, il cui numero è sempre un multiplo di 6. Alcuni di questi setti funzionano in maniera tale da consentire all’attinia di eseguire movimenti anche molto complessi. Ognuno dei setti, poi, è dotato, lungo i suoi margini liberi, dei cosiddetti cnidociti, le “armi” dell’attinia, che esamineremo analiticamente in seguito, e che hanno la funzione di uccidere le prede vive ingerite. In alcune specie di attinie, i margini liberi dei setti mesenterici possono generare dei filamenti urticanti, detti aconzie, spesso di colore violaceo e ricchi di cnidociti. Provate a stuzzicare un’attinia della specie Adamsia palliata (spesso presente sulla conchiglia in cui si rifugia il paguro) e vedrete una spettacolare emissione di aconzie, una sorta di fuoco di artificio di filamenti invischianti in grado di avviluppare e uccidere una eventuale preda o un aggressore.

Gli cnidociti in grado di emettere filamenti vengono chiamati spirocisti.

I più recenti studi sulla fisiologia degli invertebrati e degli cnidari in particolare ha evidenziato che non tutti gli cnidociti sono comandati dal sistema nervoso dell’animale. Ciò significa che non è sempre il sistema nervoso che attiva lo cnidocito: molti di questi, infatti, sono effettori indipendenti, nel senso che non “ricevono l’ordine” dal sistema nervoso, ma si attivano autonomamente in presenza di una preda o di un aggressore.

Cnidociti: come sono fatti e come funzionano
È interessante osservare da vicino l’organizzazione degli cnidociti, che all’inizio di questa nostra chiacchierata abbiamo definito “armi dell’attinia”. Innanzitutto, lo cnidocita (o cnida) è costituito da una capsula con un filamento cavo all’interno e avvolto a spirale. Lo cnidocito presenta dei pori da cui sporgono delle strutture setoliformi, dette cnidocigli. Quando questi sono sollecitati da particolari sostanze oppure, meccanicamente, da uno spostamento d’acqua o dal contatto diretto di altri organismi, provocano la scarica delle nematocisti. La scarica è violenta e velocissima: si pensi che, grazie a speciali apparecchi di ripresa a quarantamila fotogrammi al secondo, si è osservato che la scarica delle nematocisti in alcune attinie è tra i più veloci processi cellulari osservabili in natura, potendo impiegare solo 3 millisecondi. Durante la scarica, l’apice del filamento viaggia a una velocità di circa 2 metri al secondo, con un’accelerazione di 200.000 metri al secondo quadrato, pari a circa ventimila volte l’accelerazione di gravità.

La nematocisti, dunque, raggiunge il bersaglio e riversa nel corpo della preda o dell’aggressore la sua carica venefica.
Una volta vuotati, gli cnidociti deperiscono e si distruggono, per essere sostituiti da cnidociti nuovi entro un paio di giorni.

Strategie di sopravvivenza
Le attinie non sono organismi pressocché immobili, come potrebbe sembrare: il loro piede, infatti, è dotato di una sorprendente motilità, che comporta lo spostamento dell’organismo sul substrato. Ma, oltre ai movimenti locomotori, le attinie presentano un vero e proprio motile comportamento in situazioni speciali, come quando sono attaccate da predatori e tra questi vi sono le stelle di mare e alcuni nudibranchi. In caso di aggressione, dunque, molte specie di attinie sono in grado di scavare delle nicchie nella sabbia dove penetrare e proteggersi. Altre, invece, distaccano il piede dal substrato, assumono una forma globosa e riescono a rotolare lontano.

Abbiamo detto che alcune attinie, vivendo nella zona intertidale, devono resistere ai periodi di riflusso di marea, poiché, restando all’asciutto, rischiano la disidratazione e la morte. Per far fronte a questa situazione giornaliera, esse adottano una serie di strategie elaborate proprio in funzione della bassa marea: innanzitutto, espellono la maggior parte dell’acqua dalla cavità gastrovascolare (il famoso celenteron o celenterio, che ha dato il nome di celenterati al phylum di appartenenza), poi si contraggono e ritraggono i tentacoli nell’intestino, chiudendo la bocca. Questa manovra riduce la superficie delle aree sottili, più soggette alla disidratazione. Nello stesso tempo, l’evaporazione dell’acqua trasudante all’esterno abbassa la temperatura del corpo dell’attinia ed evita il surriscaldamento. Grazie a queste strategie di sopravvivenza, l’attinia riesce a giungere ben viva e vegeta al seguente flusso di marea, quando la zona intertidale sarà di nuovo sommersa.

Sistema nervoso e riproduzione
Nonostante abbiano l’aspetto di organismi primitivi, le attinie sono dotate di un sistema nervoso abbastanza evoluto, a cui si deve, tra l’altro, la varietà di comportamenti di questi animali in presenza delle più disparate situazioni. Studi fatti su alcune specie di attinie dimostrano che una sola rete nervosa del sistema è in grado di regolare e coordinare più di un comportamento. In particolare, è stato osservato il comportamento dell’attinia Metridium quando viene disturbata o aggredita. In questo caso, dunque, l’attinia fa due cose: innanzitutto, entrano in gioco i muscoli della bocca e i detrattori del tentacoli, serrando l’apertura del cavo orale e ritirando i tentacoli. Subito dopo, i muscoli presenti nella parete del corpo si contraggono accorciando il corpo stesso, che assume una sorta di resistente consistenza e rigidità. A questo punto, l’attinia è meno voluminosa, meno morbida, senza tentacoli fluttuanti, quindi meno aggredibile e vulnerabile.

In genere, le attinie si riproducono mediante scissione e lacerazione pedale. La lacerazione pedale consiste nell’abbandonare porzioni del piede sul substrato. Da ogni porzione, poi, in tempi più o meno brevi avrà origine una nuova attinia.

In cerca di attinie
Le troviamo un po’ ovunque sul fondo del mare e alcune specie sono facilmente riconoscibili, come l’appariscente Anemonia sulcata, che fa “sventolare” i suoi tentacoli nella corrente come la chioma di una bella donna ondeggia nel vento.

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Anemonia sulcata è una delle attinie più grandi e vistose del nostro mare. Può mostrare una colorazione giallo-bruna o verde e spesso si notano delle striature scure all’interno dei tentacoli, dovute alla presenza di alghe simbionti che vivono dentro l’attinia. In bassofondo, Anemonia sulcata non raggiunge quasi mai dimensioni ragguardevoli: gli esemplari più grandi, infatti, si trovano a maggiori profondità.

Più bello e vistoso è il pomodoro di mare (Actinia equina), che si attacca a substrati di varia natura, compreso quello ligneo degli scivoli di alaggio. Osservandolo durante la bassa marea, quando è all’asciutto, lo vedrete chiuso e sferico, ma durare la fase di flusso ne noterete la bellissima corolla aperta di tentacoli.

attinia equina

Calliactis parasitica è l’attinia del paguro. Questo simpaticissimo crostaceo, infatti, ha l’accortezza di fissarla sulla conchiglia (generalmente di murice) che si porta dietro come una roulotte per proteggere il suo ventre molle. Ciò al fine di tenere lontani eventuali aggressori, fidando nei micidiali cnidociti della sua alleata. Si tratta di una simbiosi mutualistica, ovvero con reciproco vantaggio: il paguro, infatti, riceve protezione dall’attinia e quest’ultima trova nuove zone di caccia, oltre a colonizzare altre aree grazie agli spostamenti del paguro.

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Se volete divertirvi davvero, andate a guardare le attinie di notte. Alcune specie le troverete con la bocca scoperta e bene in evidenza, poi, in presenza di un pesciuzzo o di uno sprovveduto vermetto, vedrete scattare le armi dell’attinia (in realtà, si intuisce solo un breve movimento dei tentacoli, poiché l’azione è velocissima). Infine, la preda viene afferrata dai tentacoli e dirottata verso la grande bocca.

 

Dott. Adriano Madonna, Biologo Marino, ECLab Laboratorio di Endocrinologia Comparata, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Bibliografia
Mitchell, Mutchmor, Dolphin, Zoologia, Zanichelli;
Barnes, Invertebrate Zoology, Philadelphia, Cbs College Publishing;
O. Mangoni, Lezioni di biologia marina, Università di Napoli Federico II;
G. Ciarcia e G. Guerriero, Lezioni di zoologia, Università di Napoli Federico II;
A. Madonna, Colori in fondo al mare, Edizioni Caramanica;
C. Agnisola, Lezioni di fisiologia degli organismi marini, Università di Napoli Federico II;
C. Motta, Organismi marini, Università di Napoli Federico II;
Friese, U.E., Sea Anemones, Neptune City (N.J. Usa) T.F.H. Publications.

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