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Un carattere spinoso: i ricci di mare

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di Adriano Madonna

ricci di mare

 

Essere delle “palle di spine” è la loro strategia di difesa. Sono di diversi colori, fogge e grandezze. Parliamo dei ricci di mare.

Esistono diverse classi di echinodermi e una di queste è quella degli echinoidei (Echinoidea), cioè dei ricci di mare. Desiderando parlare di questi organismi, peraltro comunissimi sul fondo del mare e a ogni profondità, significherebbe impegolarsi in un complicato discorso sistematico, che esula dallo spirito di questi scritti di “biologia marina facile”, per soli appassionati. Ci limiteremo, quindi, a parlare dei ricci di mare in senso lato, pur affrontando argomenti relativi alla loro anatomia e ai loro sistemi fisiologici.

I ricci di mare si trovano praticamente ovunque nel pianeta sommerso, sin dai primi centimetri di profondità, e chi di noi, subacqueo, praticante di snorkeling o semplice bagnante, non ha avuto, almeno un volta, la “disgrazia” di metterci un piede o una mano sopra? Colgo quindi l’occasione per raccomandarvi di non sottovalutare le terribili spine del riccio: vanno asportate subito dopo la puntura, dopo di che si deve disinfettare bene la parte colpita e distenderci sopra un velo si pomata antibiotica. A tal proposito, ricordo il brutto incidente di un mio amico d’infanzia, che, per aver trascurato la puntura profonda di un riccio a una mano, fu affetto da un’infezione talmente cruenta che la cura antibiotica ebbe un effetto solo parziale, tant’è e il chirurgo fu costretto a intervenire addirittura con un raschiamento dell’osso. Ciò accade perché le spine dei ricci di mare si comportano un po’ come dei filtri, veri e propri setacci che trattengono tutte le “schifezze” presenti nell’acqua e viaggianti con la corrente. La puntura di un riccio di mare, quindi, può essere una vera e propria siringa di batteri e di sostanze tossiche, tenendo conto anche del fatto che, ad onta dei depuratori, a volte le acque costiere contengono quell’ampia gamma di batteri presenti nel materiale fecale.

 

Una credenza da sfatare

Nei primi metri sotto la superficie troviamo in particolare il ben noto “riccio maschio” e l’altrettanto famoso “riccio femmina”. Il primo è nero, il secondo è rossastro, oppure marroncino, verde o bluastro. È opinione comune che il riccio nero sia di sesso maschile, tant’è che viene chiamato “riccio maschio”, mentre quello rosso sarebbe la femmina (riccio femmina). Questa convinzione è errata: il riccio nero e quello rosso sono due specie distinte: il primo è Arbacia lixula, quello rosso Paracentrotus lividus. Esistono, dunque, il maschio e la femmina del riccio nero e il maschio e la femmina del riccio rosso.

riccio-maschio-03

riccio femmina

I ricci di mare, appartenenti a una delle classi in cui si divide il philum degli echinodermi, si distinguono in regolari e irregolari. I regolari sono tutti i ricci di forma sferica e si definiscono regolari poiché sono caratterizzati da simmetria raggiata.

scheletro riccio di mare

Altri ricci, come gli spatangoidi (Spatangus purpureus, che vive sotto il sedimento), sono detti echinoidi irregolari, poiché le loro teche non presentano simmetria raggiata e gli aculei sono distribuiti in maniera disordinata.

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Partendo dalla superficie, troviamo, innanzitutto, i succitati ricci neri e rossi (Arbacia lixula e Paracentrotus lividus),

arbacia lixula

poi, procedendo verso il profondo, con l’attenuazione della luce è facile imbattersi nei ben noti ricci di prateria (Sphaerechinus granularis).

Erizo romo (Sphaerechinus granularis)

Rispetto ai ricci di superficie, questi sono più grandi (a volte molto più grandi), hanno gli aculei meno aguzzi e in alcune specie anche più numerosi. Possono essere di diversi colori e spesso un solo esemplare presenta aculei rossastri con le punte bianche. Una varietà cromatica di Sphaerechinus granularis ha gli aculei completamente bianchi, tant’è che viene chiamato riccio canuto.

 

Il bellissimo riccio saetta

A seconda delle zone del Mediterraneo, il riccio saetta (Cidaris cidaris) può essere più o meno comune (in alcuni fondali è completamente assente, in altre zone abbonda). Il riccio saetta, che possiamo trovare spesso ancorato sotto la volta delle cavità rocciose, quindi “pendente” dall’alto, è uno dei ricci più belli del nostro mare. Gli aculei sono relativamente pochi, ma molto lunghi, altri sono più corti. I più lunghi, che chiameremo aculei primari, hanno una lunghezza all’incirca doppia del diametro della teca.

riccio saetta

Il riccio saetta ha un “cugino tropicale” che gli somiglia molto: si tratta del riccio matita (Heterocentrotus mammillatus), caratteristico per avere gli aculei somiglianti, appunto, a delle matite.

riccio matita

Personalmente, i ricci saetta più belli li ho visti e fotografati a Stromboli, durante una indimenticabile immersione con il diving la Sirenetta, del mio grande amico Daniele Dallago, raro gentiluomo e uomo di mare a 360 gradi, ma anche a Ponza ne ho visto di bellissimi.

Nei luoghi ombrati e ancora nelle cavità della roccia, c’è un altro riccio dai lunghissimi aculei (più lunghi rispetto a ogni altra specie): il “riccio dalle spine lunghe” (sono io che, personalmente, gli ho dato questo nome), scientificamente noto come Centrostephanus longispinus. Gli aculei sono sottilissimi e delicati (si spezzano con facilità) e si presentano con segmenti colorati in violetto e marroncino, ma a volte sono tutti neri.

riccio dalle spine lunghe

Il riccio melone

Per il suo colore molto simile a quello di un melone e la sua forma che ricorda, appunto, mezzo melone, Echinus melo, echinoide del gruppo dei regularia, ha assunto il nome volgare di riccio melone. È decisamente grosso, con pochi aculei e una teca che mostra, ben disegnate, le piastre di cui si compone.

riccio melone

Il riccio melone non vive in superficie, ma all’incirca dai 25 metri di profondità in giù (sembra fino ad alcune centinaia di metri).

La possibilità dei ricci di mare di vivere da quote superficiali sino a profondità abissali (alcune specie sono state rinvenute a oltre -5000 metri!) la dice lunga sulle capacità adattative di questi echinodermi ad ambienti con caratteri fisichi e chimici fortemente diversi e costituiscono senza dubbio un ottimo soggetto per gli studi sul fenomeno della evoluzione delle specie.

 

Come sono fatti

“Come sono fatti” i ricci di mare? Innanzitutto, appartengono al philum degli echinodermi, quindi hanno caratteristiche simili a quelle delle stelle di mare. Al contrario di queste ultime, però, non hanno le braccia, ma, come le stelle, hanno i pedicelli ambulacrali, che servono loro per spostarsi sul fondo e per altre funzioni. Pedicelli e aculei sono collegati alla teca, che impropriamente viene definita come un esoscheletro (scheletro esterno), poiché non è esterna, bensì interna. La teca è costituita da una serie di piastre riunite tra loro a formare una sorta di corazza.

Gli aculei dei ricci, al pari dei pedicelli, sono anch’essi organi di spostamento: funzionano, infatti, come dei “piedi rigidi” (sono dotati di uno snodo sferico alla base) e portano il riccio, anche se lentamente (ma non tanto quanto si possa credere), da un punto all’altro del substrato roccioso per brucare le alghe.
Gli echinoidi regolari, infatti, sono erbivori, anzi, il loro numero varia, in una data zona, in funzione dell’abbondanza di alghe. Parimenti, per motivi non del tutto accertati, si osserva che una proliferazione di ricci è nociva alla flora di interi tratti di fondale. In anni non troppo lontani, una enorme popolazione di ricci del genere Strongylocentrotus ha distrutto ampie aree di kelp (1) lungo le coste della California, privando del loro habitat naturale diverse specie di organismi marini tipici di quelle zone. Fu poi accertato che la proliferazione dei ricci Strongylocentrotusera era causata dalla rarefazione della lontra marina Enhydra lutris (per la caccia incontrollata che le veniva data), suo predatore naturale.

Una domanda che può sorgere spontanea è la seguente: “Ma con tutte queste spine che ne fanno inespugnabili fortezze, chi mangia i ricci?”. Come abbiamo visto, ci sono animali corazzati anche nella bocca e nello stomaco, come la suddetta lontra, ma nei nostri mari c’è un nemico molto più vicino: la stella di mare.
Prima o poi, vi capiterà di vedere una stella “abbracciata” a un riccio e un tappeto di aculei sotto le sue braccia, distaccati dalla teca e giacenti sul fondo.
La stella di mare, infatti, che ad onta del suo innocuo aspetto è una vera “macchina da guerra”, non ha difficoltà ad afferrare il riccio, chiuderlo tra le braccia e poi lavorarselo ben bene con i suoi pedicelli a forma di punteruoli e tenaglie, fino a forarlo e ad arrivare alle “parti molli”. A questo punto, lo stomaco della stella fuoriesce dalla bocca, avvolge il malcapitato padrone di casa e lo digerisce direttamente nella sua teca.

stelle marine

ricci di mare e stella marina

Come si riproducono

I ricci di mare sono animali a sessi separati (in biologia si dice che sono animali dioici), che nella parte inferiore della teca presentano la bocca. Questa è cornea, ha una forma particolare, con denti che differiscono a seconda delle specie. Il suo nome è lanterna di Aristotele. Diametralmente opposto (nella parte alta), invece, c’è l’orifizio escretore, da cui fuoriescono i gameti (uova nelle femmine e spermatozoi nei maschi). Le uova dei ricci di mare presentano due rivestimenti di glicoproteine (a grandi linee, proteine legate a carboidrati): un rivestimento gelatinoso esterno e una membrana vitellina interna. Questi due rivestimenti hanno una funzione di protezione contro agenti fisici e microorganismi. Quando la femmina del riccio libera in mare le uova (milioni in una nube gialla), insieme con queste emette anche dei feromoni, sostanze in grado di sollecitare chimicamente i ricci maschi vicini a produrre gli spermatozoi. Questi, appena liberati, sono inattivi, ma il contatto con l’acqua di mare li “vivifica” e li induce a spostarsi nell’acqua, sino a trovare le uova e a fecondarle.

Dott. Adriano Madonna, Biologo Marino, ECLab Laboratorio di Endocrinologia Comparata, Dipartimento di Biologia, Università di Napoli “Federico II”

 

Nota
(1) – 
Kelp – Sono grandi alghe del tipo delle ‘alghe brune’ (Phaeophyceae) dell’ordine delle Laminariales. Vivono in foreste subacquee (kelp forests) negli oceani, non troppo in profondità e si pensa che siano comparse nel Miocene, da 23 a 5 milioni di anni fa (da Wikipedia semplif., a cura della Redazione)

 

Bibliografia
G. Ciarcia e G. Guerriero, Lezioni di zoologia, Università di Napoli Federico II;
D. Nichols, Echinodermata, London Hutchinson University Library;
O. Mangoni, Lezioni di biologia marina, Università di Napoli “Federico II”;
Mitchell, Mutchmor, Dolphin, Zoologia, Zanichelli;
Barnes, Invertebrate Zoology, Philadelphia, Cbs College Publishing;
C. Motta, Lezioni di anatomia degli invertebrati, Università di Napoli “Federico II”;
A. Madonna, articoli di biologia marina pubblicati nel periodico “Il Subacqueo”, Edizioni La Cuba;
A. Madonna, Colori in Fondo al Mare, Edizioni Caramanica;
A. Madonna; Giocomare, Fias Federazione Italiana Attività Subacquee;
C. Agnisola, Lezioni di fisiologia degli animali marini, Università di Napoli “Federico II”.

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