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I riti del solstizio d’estate e la festa di S. Giovanni (1)

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di Rosanna Conte

 

La vigilia di San Giovanni è una giornata particolare collegata a tradizioni e riti diffusi dappertutto, ma che conservano una loro forza ancora oggi, man mano che andiamo verso i paesi nordici.

A Ponza, fino alla metà circa del secolo scorso, la sera della vigilia bisognava mettere i sacchetti di sabbia sotto la porta per evitare l’ingresso delle janare; a Procida, fino ad alcuni decenni fa, la vigilia era il giorno per fare il nocillo.

Siamo al solstizio d’estate che cade fra il 21 e il 22 giugno, ma la festa di San Giovanni che, secondo il vangelo, è nato sei mesi  prima di Gesù,  pur slittando di qualche giorno, ha assorbito in sé le tradizioni pre-cristiane che erano legate proprio al significato attribuito al solstizio d’estate.

Il giorno in cui il sole illumina più a lungo la terra  e che dà, subito dopo, inizio alla diminuzione delle ore di luce, non poteva essere ignorato dall’uomo. Fin dal paleolitico  superiore sappiamo che la conoscenza della ciclicità del tempo era  un fatto acquisito e che i fenomeni del solstizio e dell’equinozio erano seguiti e in qualche modo registrati.

Come ha rilevato l’etnoastronoma Chantal Jeuges-Wolkiewiez, i dipinti delle grotte di Lescaux, nella Francia sud-occidentale, risalenti a 17.500 anni fa, vengono illuminati, attraverso l’ingresso, solo per pochi  minuti l’anno dal sole che tramonta proprio il giorno del sostizio d’estate.

Lascaux
Grotte di Lascaux, nella valle del Vézère (Francia sud-occidentale). Oltre 600 pitture di quasi 17500 anni fa

La precisione dei tempi in relazione ai luoghi è troppo elevata per essere figlia del caso. Gli uomini del paleolitico, quindi, sapevano dei percorsi ciclici cha avvenivano in cielo.

E se pensiamo che l’insieme delle pitture della grotta voleva raffigurare la volta celeste abbellita dalle costellazioni come la si vedeva allora, migliaia di anni fa, il raggio di sole che le illumina nel giorno del solstizio ci vuole suggerire che il cielo esiste perché c’è il sole.

Stonehenge.1

Molte costruzioni preistoriche, successive di alle grotte di Lescaux, sono dei veri osservatori astronomici, come Stonehenge (3000 a. C. circa), nel sud dell’Inghilterra. Qui, il 21 giugno scorso, si sono riunite circa 40.000 persone per assistere all’alba del giorno più lungo dell’anno. Gran parte di esse, ricordando la propria origine celtica, professano la religione druidica che  promuove pace, preservazione e armonia con la natura e vede l’uomo come parte del resto del mondo, non superiore agli altri esseri viventi.

Stonehenge.2

Stonhenge (pietra sospesa, da stone, pietra, ed henge, che deriva da hang, sospendere) è un sito neolitico che si trova nella piana di Salisbury nello Wiltshire, Inghilterra

Questa scelta, oltre che essere una risposta all’oltraggio che facciamo alla terra con l’inquinamento in genere, nasce anche dalla necessità di ritrovare le radici della propria cultura e, anche se i riti legati all’equinozio sono molto più antichi della religione druidica, i druidi furono i fedeli custodi delle conoscenze astronomiche, botaniche, mediche, insomma della scienza tout court, quindi figure di riferimento del rapporto positivo con la natura.

Il dispendio di energie, per affrescare le volte di grotte oscure o per innalzare monumenti con pietre che pesavano molte tonnellate e bisognava trasportare da lontano nel posto prescelto, avveniva poiché era ritenuto molto rilevante l’esito del lavoro.

Nel mondo dell’uomo preistorico la presenza del sole era fondamentale. Egli aveva compreso che, oltre a dare luce e calore, il cambiamento della durata della sua permanenza nel cielo, con il ciclo delle stagioni, aveva un’influenza enorme sulla sua vita, cominciando  dai processi legati all’agricoltura.

E’ per questo che, per  migliaia di anni, presso tutti i popoli in questo giorno si celebravano riti che avevano a che fare con la vita (es. i babilonesi festeggiavano il matrimonio del Sole con la Luna, dea delle acque), in particolare, come già abbiamo detto, presso quelli del nord poiché percepivano in maggiormente la diversa durata del giorno: sul circolo polare il 21 giugno il sole non tramonta mai e il 21 dicembre non sorge mai.

In Lettonia ancora oggi c’è la festa di Ligo, durante la quale si svolge il Festival di Jani: è la festa più importante dell’anno ed inizia il 23 giugno. Si preparano birre speciali, formaggi e torte, si intrecciano ghirlande di fiori ed erbe da appendere intorno alle case per tenere lontani gli spiriti maligni, e si va  in campagna per le celebrazioni in mezzo ai laghi e alle foreste di pini, dove vengono intonati canti speciali, detti Ligo (da cui il nome della festa), intorno ad un fuoco. Altre usanze molto seguite sono la corsa a lavarsi il viso in acqua fresca di sorgente la mattina dopo la notte insonne passata intorno ai fuochi e gettare la corona di fiori in acqua per sapere quando ci si sposerà.

Lettonia. Festival di Jani
Lettonia. Festival di Jani

In Svezia c’è la festa di Midsommar che una volta  coincideva con la festa di San Giovanni, il 24, ma oggi si festeggia fra il 20 e il 25 giugno.
Si mangiano aringhe preparate in vari modi, con patate novelle lesse condite con aneto e, per dessert, i fragoloni. Durante la notte non si dovrebbe dormire, ma partecipare alla «veglia di mezza estate».

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Svezia. Midsommar.2

Svezia. La festa di Midsommar

La notte più breve dell’estate svedese è circonfusa di credenze popolari soprannaturali, come ogni vigilia delle grandi ricorrenze annuali. Alla rugiada che cade quella notte si riconoscono poteri particolari e, se si riesce a raccoglierne una bottiglietta, può essere usata come medicamento.  Il metodo più comune, per indovinare con chi ci si sposerà, consiste nel raccogliere fiori di sette o di nove specie diverse in altrettanti campi o fossati, nel legarli in un mazzetto e nel metterli sotto il guanciale; quando ci si addormenta dopo la veglia di mezza estate, si sogna la persona con cui ci si sposerà.

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Festa di Ivan Kupala.2

In Russia, Bielorussia e Lituania c’è la festa di Ivan Kupala che si festeggia con un festival, sempre intorno al fuoco.
Sui riti del fuoco collegati alla festa di S. Giovanni Battista ha scritto sul sito, dalla Sardegna, Teresa Denurra: leggi qui.

Nella zona del Don, sul mar d’Azof – udite! udite! – non si fanno i bagni a mare prima di questa festa come era l’usanza di Ponza, fino alla generazione che è degli attuali ottantenni-novantenni: non ci si buttava a mare il giorno della festa di San Giovanni.
Del divieto di fare i bagni a Ponza, in relazione alla Festa di S. Giovanni, ha scritto su questo sito, Isidoro Feola: leggi qui.

Il nome russo della festività è composto da “Ivan, Giovanni, riferito al Battista, e Kupala, termine slavo collegato al lavarsi in acqua. C’è un chiaro collegamento all’atto del battesimo per immersione in acqua, da cui deriva il titolo biblico di “Battista” attribuito a San Giovanni, sebbene in realtà la tradizione di “Kupala” sia antecedente a quella cristiana, essendo correlata ad una divinità slava pre-cristiana che tutelava fertilità, quindi,  la vita.  Il collegamento con S. Giovanni avviene anche per il suo rapporto con l’acqua.

Sappiamo che la Chiesa, per sradicare le pratiche pagane a cui le popolazioni erano molto legate, ha dovuto sostituire divinità e riti con l’innesto di festività cristiane.
E San Giovanni ben si addiceva alla festa del solstizio d’estate.

Era stato il precursore del Messia ed era nato sei mesi prima di lui: se la nascita di Gesù avveniva col solstizio d’inverno, quella di Giovanni, che era avvenuta sei mesi prima, poteva assorbire la festività del solstizio d’estate.

Essendo strettamente connessa alla sua figura la pratica del battesimo, anche nei riti sostitutivi divenne tradizione il lavacro purificatore.

 

[I riti del solstizio d’estate e la festa di S. Giovanni (1) – Continua]

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