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Aurora a Ponza

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di Rita Bosso

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I figli dei confinati hanno spesso nomi particolari, così come particolari sono i luoghi in cui nascono, le “tate” con cui crescono, le abitudini di vita.
Il secondogenito di Michele Veglia nasce a Milano nel 1934 e subito entra a San Vittore, essendo la madre Vincenza ospite delle patrie galere; in cella,  gli fa compagnia la sorellina Nina.
Il papà, al confino a Ponza, ha scelto per il nascituro il nome: Spartaco.
E’ il nome del gladiatore tracio che, esasperato dalle condizioni in cui si trova, scappa dall’anfiteatro seguito da un manipolo di suoi colleghi e, alle pendici del Vesuvio, ha la meglio su un drappello di soldati romani, ben più numerosi ed equipaggiati; da lì, procede di vittoria in vittoria contro le falangi romane, sino alla sconfitta e alla morte nel 71 aC, alla sorgente del Sele. Spartaco è l’organizzatore della rivolta degli schiavi, è l’eroe che sconfigge il nemico ben più potente perché alle armi oppone gli ideali libertari; quale miglior augurio, per un bambino che nasce nel 1934?

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Aurora nasce a Ponza il 21 giugno del 1935; sebbene dica di avere pochi e vaghi ricordi dell’isola in cui ha trascorso i primi due anni di vita, estrae dalla memoria tante tessere di un mosaico che, insieme, ricomponiamo.
I Veglia avevano preso in affitto una casa a Sant’Antonio, adiacente alla farmacia Vitiello; il padre si occupava della mensa, collocata dalle parti della Torre, ed allevava conigli. A Ponza era relegato anche Raimondo, fratello di Michele; originari delle Murge, appartenenti all’area anarco-sindacalista del movimento operaio, erano amici fraterni di Giuseppe Di Vittorio – a sua volta confinato a Ventotene – con il quale avevano organizzato le lotte sindacali dei braccianti e fondato le prime Camere del Lavoro in Puglia.

Corvisieri riferisce che i confinati pugliesi avevano organizzato una propria mensa con la motivazione ufficiale di preferire una cucina più leggera rispetto a quella degli emiliani e dei lombardi, ma in realtà cercavano di economizzare sul vitto per poter spedire alle famiglie una parte della diaria. Sull’isola erano state allestite diverse mense: a Sant’Antonio, dint’a Padura, proprio alle spalle della casa dei Veglia, c’era la mensa comunista; sulla Dragonara ce n’era una più piccola che affacciava sul cosiddetto Prato della miseria, una striscia di terra su cui dopo pranzo ci si fermava a leggere il giornale e a prendere il sole (cfr. Camilla Ravera, tra gli altri).

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Oggi Aurora vive a Milano; ci mette in contatto Kika Bohr, artista, partecipante a Lo Stracquo.
Le chiedo com’erano i rapporti tra ponzesi e confinati. “Splendidi! – risponde senza esitazioni. – I confinati avvertivano la stima e la solidarietà della gente del posto; l’ho avvertita io stessa allorché sono tornata a Ponza, in vacanza, una sessantina d’anni fa; chiedemmo una camera alla locanda Gennarino ma erano tutte occupate; raccontai al proprietario la mia storia, gli spiegai chi era mio padre e dove avevamo vissuto; Gennarino scoppiò in lacrime e ci mise a disposizione la sua casa”.

Ogni spiegazione sul nome della bambina che i compagni anarchici portavano a spasso per Ponza, che Amendola e Pertini spupazzavano, appare superflua.

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