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Pantelleria. Viaggio nell’isola di lava e di vento (1)

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di Sandro Russo

 

È da un po’ che parliamo di isole, vicine o lontane da Ponza ma ad essa accomunate da una stessa matrice. Alcune, come questa presentata qui, da una quantità di elementi che saranno manifesti col procedere della lettura.
Buon viaggio!
S. R.

  

All’inizio del tempo il mare cominciò a ribollire e una grande bocca di fuoco ne affiorò, eruttando rivoli incandescenti: tra gran tremori dal profondo, vortici e sfrigolìi di vapore, essi immediatamente diventavano roccia solida a contatto con l’acqua. Altri crateri intanto si aprivano; altro materiale si stratificava sul precedente.

Eoni di tempo prese la creazione. Quando le nuvole si diradarono, il sole illuminò una nuova isola, di scura roccia fumante.
A lungo il mare lambì le nere rocce prive di vita, tra fumi residui e pozze  d’acqua bollente imprigionate tra di esse.  

1. Lava.Mono

2. Lava.Ter

Rocce laviche risultate dalla fusione ad altissime temperature; al centro della foto in basso, una scheggia di ossidiana, il vetro lavico utilizzato nell’antichità per utensili, punte di frecce e monili.

Poi venne il vento; il vento caldo dalla vicina Africa che su quella grande estensione di rocce in mezzo al mare si dava convegno con gli altri venti. Tra le loro spire essi portavano polvere, spore e semi raccolti chissà dove, nelle terre da dove essi soffiavano.

Per molto tempo gli uccelli evitarono quel luogo, fetido e instabile, scosso da convulsioni e brontolìi minacciosi.

3. Fumarola

Le fumarole – emanazioni di vapori e di gas dal profondo – insieme alle sorgenti di acque calde e ad altri fenomeni tellurici minori, sono indici di attività vulcanica secondaria

Poi gli uccelli cominciarono a posarsi, portando altri semi – tra le piume e con le loro deiezioni – che si raccolsero negli interstizi tra le rocce, alla pioggia al sole e al vento, in attesa delle condizioni per germinare.

Parte dei semi si perse lungo il viaggio; altri caddero in luoghi rocciosi e inospitali e provarono a germogliare, ma furono riarsi dal sole. Solo poche, stente piante di frontiera cominciarono a colonizzare i litorali, spingendosi gradualmente verso l’interno.

4. Rocce. Critmo

Piante al limitare tra il mare e la roccia. Qui il finocchio marino (Crithmum maritimum – Fam. Ombrelliferae)

5. Frontiera

Altre piante di frontiera, sulle rocce assolate e battute dai venti, di fronte al mare. Nella foto erica (Erica multiflora), rosmarino (Rosmarinus officinalis) e lentisco (Pistacia lentiscus)

6. Bonsai rosmarino.2

Una pianta di rosmarino, abbarbicata alla roccia, con le caratteristiche di un bonsai naturale

7. Elicriso. Erica

Altre piante delle coste rocciose: qui in primo piano, il verde glauco dell’elicriso (Helichrysum saxatile) con i fiori giallo senape dal profumo caratteristico, secchi in alla fine dell’estate

In breve – il breve dei tempi geologici – l’isola fu tutta verde e, nelle sue zone più interne, coperta di alberi.

Molte delle nostre isole erano coperte anticamente da piante ad alto fusto, ma pochissime di esse hanno mantenuto qualche foresta degna di tale nome, a causa della deforestazione selvaggia ad opera umana; soprattutto negli ultimi secoli: tra quelle risparmiate, Salina, Ustica, Marettimo e, appunto, Pantelleria!

8. Pini altofusto

La foresta è composta soprattutto di pini – pino marittimo e pino d’Aleppo (Pinus pinaster; P. halepensis – Fam. Pinaceae), e di lecci (Quercus ilex – Fam. Fagaceae)

9. Cratere

Il cratere principale dell’isola com’è adesso, circa 45.000 anni (!) dopo l’eruzione che interessò tutta l’isola

 

Da ultimi, molto tempo dopo, vennero gli uomini. Perché l’isola fatta di lava era diventata un luogo vivibile, con una sua dolcezza coniugata all’asperità dei paesaggi, le nere rocce a picco sul mare e un interno fertile e verdeggiante.
Popoli navigatori – spinti dal bisogno, dalle guerre, dai commerci – si fermarono su di essa nel corso dei secoli.

Le prime presenze umane possono essere rilevate intorno al 5000 a.C., in relazione all’estrazione ed esportazione dell’ossidiana, il vetro vulcanico di cui l’isola è ricca.

Le tracce successive sono del periodo megalitico (età del bronzo, tra il 2.200 e il 1.200 a.C.) quando una civiltà tra le più misteriose del Mediterraneo lasciò sue tracce in vari luoghi del “mare tra le terre”; alla stessa epoca risalirebbero le strutture nuragiche della Sardegna. Sull’isola rimangono di questo periodo delle opere murarie di protezione e dei monumenti funerari (i ‘sesi’).

In epoca già storica vi approdarono i Fenici e l’isola stabilì intensi rapporti commerciali con la vicina Cartagine. Quando quest’ultima fu sopraffatta dall’impero romano in forte espansione, anche l’isola passò sotto il dominio di Roma.

Altri popoli vi si avvicendarono; ci fu una dominazione bizantina alla caduta dell’impero romano, una presenza araba che molto influenzò la cultura e i criteri costruttivi dell’isola. E ancora, dopo che una coalizione delle Repubbliche marinare decise a bonificare le terre cristiane dai ‘miscredenti’, il passaggio successivo dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi.

Infine i Borboni, sotto i quali l’isola fu annessa al regno delle due Sicilie.

Dal 1861 Pantelleria fu definitivamente italiana.

Google map

La posizione di Pantelleria tra la Sicilia e l’Africa, più a sud di Biserta (cliccare per ingrandire).
La piccola isola non indicata col nome, sulla sinistra della mappa, in mezzo al mare alla triangolazione tra Biserta e Tabarka è La Galite

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[Pantelleria. Campi e giardini nell’isola del vento (1) – Continua]

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