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Camilla Ravera a Ponza (2)

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di Rosanna Conte

Per la prima parte, leggi qui

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Nell’autunno del ’22 andò a Mosca come delegata del PCd’I per partecipare ai lavori del IV congresso dell’Internazionale Comunista ed ebbe modo di conoscere Lenin.

Dal 5 marzo del 1923 Camilla Ravera entrò a far parte del Comitato Centrale del partito e, quando nel ’26, la struttura clandestina fu l’unica a funzionare, lei fece parte dell’Ufficio di Segreteria insieme a Scoccimarro. Dal 9 novembre 1926, in seguito all’arresto di tutti i deputati comunisti, rimase l’unica della Segreteria in libertà.

Aiutata dai compagni Amoretti e Tresso organizzò tutto da sola: aiutare i compagni feriti e salvarli da nuovi interventi della polizia e dei fascisti, assistere i carcerati, mettere al sicuro chi era sfuggito all’arresto, richiedere documenti falsi e provvedere all’espatrio, rispondere politicamente agli atti e alle decisioni del fascismo sia con la stampa clandestina sia organizzando azioni concrete, come proteste o scioperi.

Avvertiva forte la necessità di dimostrare che il partito comunista, nonostante i divieti liberticidi del fascismo, non si scioglieva: bisognava continuare a vivere nel mondo della gente e nell’opinione pubblica per non lasciare né far sentire soli i lavoratori ed i cittadini tutti nella loro vita quotidiana specie sotto quella che ormai era diventata chiaramente una dittatura.

Fu questa la preoccupazione fondamentale di Camilla nel periodo della clandestinità (quando portò la sede a Sturla, nell’entroterra ligure), e lavorò intensamente per mantenere vivo il partito curando la rete di contatti con la base e la realtà, orientando i compagni nelle loro scelte ed evitando deviazioni, sia terroristiche che di ripiegamento, dimostrando di essere  una dirigente di grande spessore.

Quando arriva a Ponza, Camilla, ritrova i suoi compagni di lotta, da Terracini a Scoccimarro a Li Causi, ma anche i confinati di altri partiti che l’accolgono affettuosamente. Ha modo di parlare con Altiero Spinelli, prendendo atto del suo distacco definitivo dal partito comunista; conosce personalmente e frequenta Pertini, insomma si relaziona col gotha dei confinati politici del suo e degli altri partiti.

Bella è la descrizione che, nel suo Diario, fa di Giorgio Amendola: “..il suo temperamento mi colpì: vigoroso, a momenti impetuoso, capace, mi parve, di decisione e azione. […]Aveva la mente aperta, rivolta a problemi diversi, più vivi e attuali, esigenti trattazione concreta, legata al movimento e all’azione”.

Si sofferma anche su ras Immerù: “Arrivò anche ras Immerù, accompagnato da un deggiac. Era stato alla testa dell’esercito abissino contro l’aggressore fascista e fatto prigioniero. Era alto, maestoso, portava un lungo mantello nero e un largo cappello”. Alloggiato a Santa Maria, nell’attuale pensione Silvia, dove sarà prigioniero, qualche anno dopo, lo stesso Mussolini, non poteva avere rapporti con gli altri confinati, ma, scrive la Ravera: “A ras Immerù riuscimmo  a mandare alcuni libri in lingua francese e inglese. Ce ne fu grato.”
E questo, nonostante il triplice cerchio di militi armati che circondava lo spazio ristretto destinato ai confinati.

L'alloggio di Ras Immerù e Benito Mussolini a Santa Maria

L’alloggio di Ras Immerù e Benito Mussolini a Santa Maria

Dove alloggiò, Camilla Ravera dopo essere stata ospitata subito dopo l’arrivo dalla confinata Maria Baroncini?
Ecco la descrizione della sua stanza: “…mi sistemai in una stanza a cui si arrivava con una breve scaletta esterna, di pietra, e che aveva a lato una terrazza affacciata su piccoli orti.[…….] accanto a me abitava Terracini. Dalle nostre terrazze vicine, senza vederci, potevamo salutarci e scambiarci reciproche notizie. A breve distanza era alloggiato Pertini: anche lui disponeva di una terrazza, e ne aveva fatto un giardino, coltivandovi con cura amorosa, in bei vasi di coccio, molte pianticelle fiorite. Me ne regalò subito alcune, con le quali anch’io, come Terracini, avviai il mio giardinetto sulla terrazza. Fra Pertini e Terracini nacque, in quel campo, una vera gara.”

Certamente, questa stanza che non guardava verso il mare, altrimenti Camilla Ravera l’avrebbe citato, che si affacciava su una zona coltivata a piccoli orti, come la Padura, che stava vicino all’alloggio di Pertini e confinava con quello di Terracini, doveva stare lungo la strada dei Galano a Chiaia di Luna.

Orti di Ponza

Gli orti di Ponza (veduta dai ‘Galani’)

Mostrando una foto di Camilla a testimoni della zona l’hanno riconosciuta e ricordata.

Dal Diario di trent’anni: 1913-1943 emerge un periodo di confino intenso di letture, dibattiti, contatti clandestini con l’esterno, insomma Camilla Ravera continuava anche a Ponza a svolgere il suo ruolo di dirigente del partito comunista, ma ogni tanto  c’è un affondo nei luoghi in cui vive, come quando riporta una parte della lettera scritta alla sua famiglia il 12 marzo del ’39:
” Abbiamo avuto alcuni giorni di violenta bufera: questa è la stagione del maggior vento. Ma oggi è una splendida giornata! E io me ne sto al sole sulla mia terrazzina, che sembra ora un giardinetto; vi ho molte piante; garofani, gerani, violacciocche, calle, rose, capelvenere; e un limone; e delle piante grasse che fanno dei fiori straordinariamente belli e strani; e un agave. Mi fan compagnia, insieme a una gattina che incominciato a farmi qualche visitina, e poi a poco a poco è diventata di casa e s’è fatta molto bella, lucida e graziosa.”

Questa terrazzina rimarrà nella sua mente e nel suo cuore, tanto che quando, dopo la chiusura della colonia confinaria di Ponza il 4 luglio del 1939, è trasferita a Ventotene insieme ai più pericolosi dei confinati lì presenti, la ricorda con nostalgia e la descrive nuovamente con queste parole:

“Arrivo a quella stanza salendo la breve scaletta scavata nella roccia su cui la stanza poggiava. Qualche scalino più in alto c’erano i servizi igienici, semplificati al massimo, ma decenti[…]. La stanza, poi, e questa era per me la sua maggiore attrattiva, aveva la terrazzina aperta sulla campagna intorno: povera di verde, con scarsi alberelli nani in quel suolo di pietra, ma pur sempre attraente e interessante a guardarsi, soprattutto quando alla mente risaliva l’immagine dell’alto finestrino rigato dalla duplice inferriata della cella di Perugia. Su quella terrazza i vasi di fiori, per le mie cure amorose, erano a poco a poco cresciuti di numero, varietà e bellezza.”

Nel 1939 fu espulsa dal partito, insieme a Umberto Terracini, per aver condannato il patto Ribbentrop – Molotov, cioè il concordato russo – tedesco per la spartizione della Polonia.
Molotov. Ribbentrop. Stalin

1939. Firma del trattato da parte di Molotov alla presenza di Ribbentrop e Stalin

Dopo l’8 settembre 1943, sapendo di essere di nuovo ricercata, Camilla Ravera si rifugiò in un casolare sulle colline vicino Torino che diventò presto luogo di incontri politici clandestini. Dovette abbandonarlo quando i fascisti cominciarono a dare alle fiamme tutti i casolari della zona.

Rientrata a Torino dopo la Liberazione fu riammessa nel partito comunista e divenne prima consigliere comunale e, poi, nel 1948, deputata del PCI.
Nel 1947, con Ada Gobetti, del Partito d’Azione, fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane

Camilla Ravera. Foto de L'Unità

E’ stata la prima donna della storia repubblicana ad essere nominata senatrice a vita: la nominò Sandro Pertini nel 1982, a 93 anni. Dopo di lei ci sono state la Levi Montalcini  ed Elena Cattaneo, nominate rispettivamente nel  2001 e nel 2013.

E’ scomparsa nel 1988, alla soglia dei cento anni.

Camilla Ravera racconta la sua vita

Il libro su Camilla Ravera di Rita Palumbo, del 1985

 

 

 

[Camilla Ravera a Ponza. (2) – Fine]

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1 commento per Camilla Ravera a Ponza (2)

  • Una madre una figlia due ricordi di Camilla Ravera

    “Ad un tratto vidi un corteo di donne che avanzava nella via. Erano scalze e gridavano, o almeno a me così sembrava. Alla loro testa marciava un grande uomo con la barba, che impugnava una bandiera rossa. Io mi aggrappai impaurita a mia madre, ma lei mi spiegò che erano povere donne che lavoravano dodici ore al giorno e guadagnavano così poco da non avere neanche i soldi per comprarsi le scarpe, e che la canzone che cantavano parlava dei diritti di chi lavora. Io guardavo l’uomo che le guidava. Mia madre se ne accorse e aggiunse: “Quell’uomo è Filippo Turati”.

    Altro ricordo:
    Negli anni duri del carcere io fui sempre mantenuta in segregazione a Perugia mi ammalai gravemente. Mussolini fece anche un tentativo di corruzione presso la mia famiglia: inviò un commissario il quale chiese un colloquio con mia madre e a lei fece un quadro della mia situazione, disastrosa…ammalata e in pericolo di morte. “Sua figlia può essere salvata, basta che Lei sottoscriva una domanda di grazia diretta a Mussolini”. Mia madre, dopo un breve silenzio rispose calma a quel commissario: “No, questa domanda non la farò né la firmerò non soltanto perché so che darei un dispiacere a Camilla ma anche perché Camilla resterebbe meravigliata da questa mia domanda. Io ho insegnato sempre a miei figli che la cosa principale è che ognuno si facesse una propria convinzione e poi uniformasse la sua vita a quelle convinzioni: e quindi mia figlia rimarrebbe molto meravigliata se io oggi adottassi un altro ragionamento.”
    Il commissario arrossì, prese il cappello e facendo molti inchini uscì.

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