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Risorgimento e antirisorgimento nel Lazio meridionale (2)

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di Antonio Di Fazio
Allegoria del Risorgimento

Per la prefazione e la prima puntata, leggi qui

 

3 –  Un’accelerazione delle turbolenze si ebbe anche in questa zona all’indomani delle decisioni innovatrici con le quali Francesco II, fra il giugno e il luglio del 1860, per parare i contraccolpi dell’assalto garibaldino e seguendo i consigli non certo disinteressati di Francia ed Inghilterra, concesse la Costituzione ripristinando quella ‘sospesa’ del ’48, nominò un nuovo governo capeggiato dal liberale Antonio Spinelli e favorì localmente l’ascesa dei ‘galantuomini’, che si insediarono prontamente nelle amministrazioni comunali e ai vertici della Guardia Nazionale, nata allora per il controllo dell’ ordine pubblico.
Tutto ciò però non conseguì i risultati attesi, e si rivelò un grosso errore strategico e di valutazione del giovane Re.
Un errore fatale. Anzitutto perché la borghesia, in particolare quella siciliana, si convinse ormai di costituire la classe egemone nel Regno, capace di condizionare i governi e la corte borbonica; e poi perché la cosa di per sé rimise in movimento in tutto il Regno la protesta delle masse popolari e contadine, che non potevano accettare la nuova situazione di strapotere dei ‘galantuomini’.
In molte località, specie nelle zone più periferiche del Molise, dell’Abruzzo, della Puglia, Basilicata, etc., questi vennero investiti dalla violenta reazione contadina, scalzati dai comuni e dalle postazioni della Guardia Nazionale, destituiti e rimpiazzati dai vecchi elementi lealisti, formando nuovi effimeri governi popolari locali (spesso definiti “dittature plebee”), che saranno in breve spazzati solo dall’avanzata dei garibaldini e poi dell’esercito piemontese. A favorire la quale si organizzarono, sotto l’egida dei signorotti locali ma anche dei nuovi sottointendenti ‘liberali’, anche movimenti di truppe irregolari o volontarie, in gran parte coordinati dai Comitati provinciali o da quello unitario nazionale di Napoli, di ispirazione mazziniana.

Emblematica fu l’azione svolta nel Molise dal colonnello dell’esercito meridionale Teodoro Pateras, su ordine del Comitato unitario di Napoli: fallito il tentativo su Campobasso, il Pateras riuscirà a costituire un governo provvi-sorio solo il 5 settembre, due giorni prima dell’ingresso di Garibaldi a Napoli.
Iniziative simili si verificavano in quei giorni anche ad Isernia ed altre località del Sannio e dell’Irpinia, tutte zone strategiche, poste fra i due eserciti, il garibaldino e il borbonico.
Se stentata e poco chiara nelle finalità fu l’azione di questi comitati filo-garibaldini, invece molto spontanea e convinta fu allora l’insorgenza di contadini e popolani, che durò molti mesi, sconvolgendo comuni e borghi di ampi territori, specie in regioni periferiche dominate dal latifondo delle Puglie, del Molise, dell’ Abruzzo, dell’Avellinese, etc., e che quasi senza interruzione si saldò a quella che si sviluppò già nell’autunno contro l’ occupazione piemontese, e contro i primi provvedimenti impopolari come la leva obbligatoria, ma solo per i poveri. Il suo segno più marcato appare e rimarrà anche dopo l’unificazione quello della lotta di classe: il popolo ed i ‘cafoni’ scesero quasi immediatamente in lotta in prima istanza contro il nuovo strapotere dei ‘galantuomini’ strappato a re Francesco II, in zone della Sicilia fu per poco attratta dalle prospettive ‘rivoluzionarie’ avanzate da Garibaldi, e solo secondariamente e successivamente – a seconda delle situazioni locali, ma in particolare  dopo i primi impopolari provvedimenti di colonizzazione da parte del Piemonte – contro il processo di unificazione in atto.

Si parlò e si parla ancora troppo spesso di formule come ‘trono e altare’ o come ‘sanfedismo’. Ma esse appaiono ormai più come etichette di comodo assegnate a movimenti precipuamente sociali, a forti e vaste manifestazioni cui non si vuole riconoscere il connotato di lotta di classe nelle campagne, che non l’espressione del loro reale significato.

Negli anni venti e trenta del secolo scorso la riflessione più vera ed organica sulla partecipazione – sui limiti della partecipazione – delle masse popolari al processo storico, fu avviata con maggiore attrezzatura scientifica e maggiore convinzione da Gramsci.

Nei suoi ‘quaderni’ del carcere egli poté riflettere sull’intera storia italiana, enucleandola attorno al fondamentale rapporto città-campagna. «Dal rapporto città-campagna – scrisse – deve muovere l’esame delle forze motrici fondamentali della storia italiana e dei punti programma-tici da cui occorre studiare e giudicare l’ indirizzo del Partito d’ Azione nel Risorgimento».
Questo partito, sosteneva ancora Gramsci, nello sviluppo del Risorgimento «aveva un atteggiamento “paternalistico”, perciò non è riuscito che in misura molto limitata a mettere le grandi masse popolari a contatto dello Stato…». E aggiungeva: «Perché il Partito d’Azione non pose in tutta la sua estensione la quistione agraria? Che non la ponessero i moderati era ovvio: l’ impostazione data dai moderati al problema nazionale domandava un blocco di tutte le forze di destra, comprese le classi dei grandi proprietari terrieri, intorno al Piemonte come Stato e come esercito. La minaccia fatta dall’Austria di risolvere la quistione agraria a favore dei contadini non solo gettò lo scompiglio tra gli interessati in Italia… ma paralizzò lo stesso Partito d’ Azione, che in questo terreno pensava come i moderati e riteneva “nazionali” l’ aristocrazia e i proprietari e non i milioni di contadini».
Di conseguenza, concludeva: «È da studiare la condotta politica dei garibaldini in Sicilia nel 1860, condotta politica che era dettata da Crispi: i movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia nazionale anticontadina... »

Il Golfo di Gaeta nel 1860

Il Golfo di Gaeta nel 1860

4 – Nel Golfo di Gaeta.  Anche qui, pur se meno accentuatamente che altrove, il semestre giugno-novembre 1860 risultò gravido di eventi che sconvolsero la vita tutto sommato alquanto sonnolenta che da sempre vi si svolgeva.
Con l’insediamento a Napoli di Garibaldi quale Dittatore, preceduto dalla fuga del re e della corte borbonica a Gaeta, anche nelle terre del Golfo si procedette alla normalizzazione delle amministrazioni conferendo incarichi a liberali o confermando i sindaci non chiaramente ostili.
Dopo la battaglia al Volturno del 1° ottobre, dove i borbonici approntarono una difesa ben sostenuta, il 29 ottobre si verifica il duro scontro sulle rive del Garigliano e al ponte Giura.

La battaglia del Volturno del 1° ottobre 1860
Museo Torre di San Martino della Battaglia. Particolare dell’affresco raffigurante i combattimenti nei pressi dell’arco di Adriano a Santa Maria Capua Vetere, durante la Battaglia del Volturno del 1860 (Frizzoni (?) – Bergamo)

Al Garigliano le truppe napoletane fermano garibaldini e piemontesi, la cui avanzata si sarebbe forse bloccata lì, se non fosse intervenuta la diplomazia europea, mossa dal Cavour, che impose alla flottiglia del Tinan di spostarsi dalla foce del fiume e proteggere solo la costa da Terracina a Gaeta: in tal modo già il giorno 3 l’ammiraglio Persano poté flagellare le truppe napoletane con i potenti cannoni, costringendole ad arretrare e attestarsi a Mola di Gaeta.

Anche da qui, dopo due giornate (3 e 4 novembre) di scontri e bombardamenti che provocarono ampi sventramenti nelle abitazioni e indicibile terrore nella popolazione, le truppe borboniche infine dovettero arretrare, e dirigersi all’ultimo baluardo, alla roccaforte di Gaeta, dove già era rifugiato, come sappiamo, Francesco II.
Questi eventi bellici, che culminarono poi nel lungo assedio di Gaeta, impedirono lo svolgimento in questi comuni del plebiscito del 21 ottobre. Né mai più esso si svolgerà in questa zona, dai cui comuni si pretenderà – dopo la conquista di Gaeta – semplicemente un indirizzo di ‘spontanea’ adesione al nuovo Regno.

Terra di Lavoro nel 1700

 

La provincia di ‘Terra di Lavoro’ nel 1700 

Ciò non costituì semplice incongruenza, ma fu segno forte della mentalità di conquista anche militare che animò allora Vittorio Emanuele II e il governo di Cavour.
Il quadro politico che allora si presentava nel Basso Lazio (allora alta provincia di Terra di Lavoro), era sempre ricco e articolato, spesso anche nuovo e particolare rispetto alle caratteristiche salienti del quadro nazionale. In esso facilmente si va a toccare una realtà spesso poco nota, poco considerata nelle sintesi generali: cioè la labilità e le incertezze vaste e diffuse degli orientamenti politici della classe dirigente locale, che pare o non avesse vera contezza del momento storico che volgeva all’ unificazione nazionale, o comunque fosse interessata unicamente alla gestione del potere locale, al perseguimento di affari di vario genere, in primis chiaramente l’accaparramento di terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.
Ne nacque, o si accentuò ed accelerò, una situazione di caos e di diffusa illegalità, che è uno dei  segni anche del ‘crollo’ politico e morale che si viveva allora nel Regno.
Angelo De Santis, che rievoca ‘frammenti di memorie’ sulla vita cittadina di Minturno (allora Traetto) e zone limitrofe in quegli anni, sa trovare le parole giuste per sintetizzare il clima di torbidi che si instaurò allora in tutto il territorio del Golfo.
«Col dissolversi dello Stato delle Due Sicilie – scrive – fiamme reazionarie divamparono; contrastanti correnti tra legittimisti o attaccati alla dinastia borbonica e liberali o sedicenti liberali devoti alla causa della unità, mire e interessi privati, invidie antiche e nuovi rancori, facili istigazioni…, atti di malandrinaggio causati dalla indigenza e dalla ignoranza, da ingiustizie e soprusi sommovevano il paese» .
Di fronte alla scarsezza della documentazione pervenutaci, un sicuro interesse rivestono le discussioni e i deliberati assunti dalle amministrazioni locali. I Decurionati nel settembre già erano stati riorganizzati ed affidati ad elementi ‘liberali’, ma non tutti emanarono atti di adesione all’azione garibal-dina e al nuovo verbo unitario che si diffondeva.
Se in alcune regioni, come il Molise e l’Abruzzo, si ebbero di tali prese di posizione, spesso sollecitate dai Governatori e Sotto-governatori, come a Ielsi, Larino, Oratino e altrove nel Molise, in queste terre del Golfo di Gaeta ciò non si verificò, anche se si rende necessaria una ricognizione più attenta e completa.
Prevalsero quasi dappertutto sentimenti perversi di vendetta privata, di rapina ed abusi, ben sottolineati e documentati peraltro dallo stesso Bianco di Saint-Jorioz, che ascrive a tali soprusi, spesso commessi dagli stessi esponenti ‘liberali’, una delle cause che portarono alimento al ‘brigantaggio’ e alle ribellioni che per anni dopo l’Unità si protrassero nell’intero territorio.
A Fondi lo stesso Saint-Jorioz ascrive al comportamento gretto e vendicativo del sindaco ‘liberale’ Giuseppe Amante i disordini ivi verificatisi, e la sanguinosa ribellione brigantesca di Giuseppe Conte.
A Gaeta, roccaforte del conservatorismo, il sindaco don Raffaele Ianni, di spiriti liberali ma di recente confermato nella sua carica dal governo borbonico, si distingue per l’impegno che profonde già allora contro le espressioni conservatrici e antiliberali molto diffuse fra i ceti medi militari ed impiegatizi della città ‘fedelissima’.

Poche cose diremo su quanto avveniva in alcuni comuni, ma ci soffermeremo ad illustrare i fatti che condussero direttamente all’assedio di Gaeta, e le conseguenze per la città portuale.

 

Da: Annali del Lazio meridionale, a.XI, n.1 – Giugno 2011, pp. 59-78

 

 

[Risorgimento e antirisorgimento nel Lazio meridionale (2) – Continua]

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