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La vicenda del “Corriere di Ponza” (3). ’U nonn’ mie

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di Irma Zecca
Monumento ai Caduti

 

Leggendo la storia dell’amico Franco, mi è tornato alla mente il racconto che mi faceva zia Antonietta.

Ho sempre avuto un pensiero affettuoso verso mio nonno materno, l’unico nonno che non ho conosciuto; non c’era, ma c’era la sua presenza nella casa di nonna Dorotea.
La foto, grande come un quadro, in divisa militare con le medaglie appuntate sulla stampa all’interno del vetro. Un uomo imponente, bello, fiero della sua gioventù che traspariva anche dalla foto, con tanto di baffoni con il riccio all’insù …nonno Angelo!
Da bambina mi incuriosivano proprio quei baffi.
– Nonna, ma come faceva il nonno ad avere quei baffi?
– Semplice – mi rispondeva – di notte aveva il piega-baffi
– E perché è morto?
– Eeh, me l’aggie dumandate tanti vote, pur’io… Chella matina aveva fatt’ tard’, nunn’ aveva parti’..! Ma isso currètt’ pecche’ n’u putev’ perd’ chillu vapore: doveva arrivare a Napoli per l’imbarco come militare.

Nella camera da letto di nonna c’era la stessa foto più piccola, il lumino acceso (non lo ricordo mai spento) ed una statuetta del Cristo a mezzo busto grondante di sangue sotto la corona di spine.
– Nonna perché hai questa statuetta? Mettine una più bella (intendevo una meno cruenta)
– E no, chella curona l’aggio purtata pur’io ’nsiem’ a iss’ …Ogni matina quann’arape all’uocchie ’u ’uard’… e sento il dolore di quelle spine. Se quella mattina tuo nonno si fosse rotto una gamba, ora stavi qui a parlare con Lui… Ma nu’ putev’ manca’ a chill’appuntamento…
– Quale appuntamento?
– Chill’ c’a morte!
– Nonna…
– Mò basta! Nu’ voglie parla’ cchiù!
Così finivano i suoi racconti. Gli occhi azzurri le si arrossavano ma non versavano lacrime. Diceva sempre: i llacrime mee so’ furnute!

Mia madre era del 1916 il nonno morì nel 1918 e quindi non aveva nessun ricordo del padre.
L’unica che lo ricordava era proprio zia Antonietta che era nata nel 1905.

Raccontava che quella triste mattina c’era stata un’azione di guerra che aveva portato all’affondamento della nave, salvando le persone. Però le scialuppe non bastavano per tutti; rimasero in mare i più forti, gli uomini con le ciambelle di salvataggio, tanto dovevano solo aspettare che ritornassero a prenderli, insieme al corpo militare…
Ma nessuno tornò a riprenderli, e li fecero morire così …di freddo, assiderati.

Chissà quanto avranno parlato tra di loro facendosi coraggio, e fiduciosi avranno guardato l’orizzonte per scorgere le scialuppe che li avrebbero portati in salvo.
Invece è arrivato solo il freddo fino alle ossa, gli arti si sono intorpiditi fino a non sentirli più; solo la mente è rimasta attiva fino alla consapevolezza che la loro vita finiva quel giorno.
Zia diceva sempre: – Tutti coloro che sapevano, civili e militari, e li hanno lasciati morire… come hanno potuto continuare a vivere, ridere, gioire… con tutti quei morti sulla coscienza? 

Quando andarono a riprendere i corpi, li portarono direttamente al cimitero.
Il sagrato della chiesetta della Madonna del Soccorso era pieno di salme tutte allineate per terra; i corpi composti alla meglio e tutti con una benda sugli occhi.
Alle vedove avevano detto di portare un lenzuolo per avvolgere i corpi dei loro cari.
All’epoca le bare le faceva il falegname quando c’era il morto, ma in quel caso come facevano a farle, tutte quelle bare?
Niente, hanno avuto solo le lacrime di chi aveva perso tutto!

La nonna, nel riabbracciare quel corpo bagnato e freddo come il marmo, voleva togliere quella benda per vederlo ancora un’ultima volta, ma le fu impedito con la scusa che tutti avevano gli occhi aperti ed era meglio non rimanere con quel ricordo.
Mia madre, raccontava zia, sognò il marito che le diceva: – È meglio che non mi hai visto perchè non ho più gli occhi.

Infatti la tremenda verità è che essendo morti e galleggiando ancora nei loro salvagenti, la lucentezza di quegli occhi immobili aveva attirato i gabbiani che ne avevano beccato il bianco.
Il solo scrivere questo racconto che mi faceva zia Antonietta mi fa venire la pelle d’oca. Quanto dolore, quanta mancanza, quante lacrime…

Caro nonno Angelo… Tante volte ho fatto vedere ad amici e conoscenti il tuo nome scolpito sul monumento ai caduti: – Guardate, il quart’ultimo: Musco Angelo fu Graziano, è mio nonno!
Non ti ho conosciuto, ma ti voglio bene.

Angelo Musco. Una foto del 1918

Nonno Angelo Musco. La foto di cui si parla nel testo (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

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