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Cronache dallo Stracquo. (23)

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di Rita Bosso

Charlotte Menin

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Charlotte Menin è nata a Milano, ha studiato a Berlino (laurea in lettere tedesche e francesi, fotografia presso la rinomata Ostkreuzschule für Fotografie) dove è rimasta dieci anni, si è trasferita a Marsiglia; è dunque poliglotta ma, per definire ciò che ha trovato a Frontone, usa l’eloquente “una bella montagna di munnezza”.

Conversazioni di fondo - Charlotte Menin - Ponza, aprile 2014

Conversazioni di fondo – Charlotte Menin – Ponza, aprile 2014

Non è questa la sede per chiedersi quali correnti marine e quali venti abbiano potuto trasportare a Frontone otto sedie uguali e la carcassa di un frigorifero (utilizzato da Kika Bohr), ovvero dove e come questi oggetti abbiano vissuto, sino a qualche tempo fa; oramai convinti che lo Stracquo sia una delle manifestazioni del flusso della vita, che abbia anche una dimensione esistenziale, che sia la declinazione nostrana del Panta Rei eracliteo, ci interessano il presente e il futuro di questi oggetti, non il loro passato.
E il futuro delle otto arrugginitissime sedie è l’installazione “Conversazioni di fondo” di Charlotte Menin.

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Sedie, nient’altro che sedie: oggetti di uso quotidiano, quasi umili, eppure spesso protagoniste di installazioni celebri; vengono in mente 180 sedie a Capri di Giancarlo Neri del 1991, o Vincere si deve la sorte dello stesso artista del 2010, a Gibellina, sui Cretti di Alberto Burri. Sedie incolonnate, come in una processione che scivola verso il mare.

Di tutt’altro segno l’installazione di Charlotte, minimal – le sedie sono otto, non centottanta – , intima, raccolta. Le scarpe a terra ci dicono che le sedie sono occupate; i corpi sono invisibili ma le scarpe argentee e sformate parlano, raccontano in modo telegrafico ed  inequivocabile chi le indossa: un ragazzone irrequieto che sosta solo per qualche minuto, una vecchia in ciabatte che si è messa comoda e chi la sposta, di là!
Sedie e scarpe risvegliano subito un immaginario, evocano le persone che le occupano; sostituire le une con dei tavolini, le altre con dei maglioni o delle borse, non produrrebbe lo stesso effetto.
Descrivono relazioni, queste sedie: due donne stanno parlando a voce bassissima, vicine, le ginocchia si toccano; la vecchia, invece, vuole solo godere la brezza della sera, starsene comoda, le gambe divaricate …
Le posizioni, ovviamente, richiedono ore ed ore di prove; “ore passate a posizionare sedie e scarpe – spiega Charlotte – perché é solo quando sono ben posizionate che prendono vita, raccontano una storia o delle storie”.

Charlotte è fotografa: “Nel mio lavoro fotografico il corpo é sempre presentissimo – riflette – Guardo i corpi da vicino, sono quasi palpabili. tutto il resto si spoglia, restano i corpi, la nudità, le pulsioni. Qui lavoro improvvisamente in modo inverso: il corpo é assente, evocato ma assente. Non ci avevo pensato prima! Realizzando un’opera plastica, invece di trasporre quello che faccio altrimenti, procedo esattamente al contrario e, in questo modo quasi paradossale, il risultato non cambia: il corpo rimane presentissimo”.

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