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Cephalopoda (2)

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di Adriano Madonna

polpo invertebrato dai grandi poteri

per la prima parte: leggi qui

“A piedi” e con il jet

Il polpo si muove e si sposta con due metodi diversi: normalmente usa i tentacoli come delle gambe, e vale la pena osservarlo per capire come le articola e le coordina (sono otto!). Chi vuole osservare il polpo che “cammina sul fondo del mare” deve immergersi di notte, perché nelle ore di luce il “nostro amico” preferisce starsene in tana, da cui fa spuntare gli occhi (magari estendendoli come due corti periscopi) per tenere d’occhio la situazione. Personalmente, per vedere come deambula il polpo ho preso l’abitudine di immergermi nelle ore buie e di esplorare quelle pareti rocciose che si appoggiano sui fondali sedimentosi: in questo modo, infatti, è facile che qualche polpo lasci la tana e si spinga sul substrato molle per andare a banchettare con granchi di sabbia e cannolicchi. Su un fondale in piano, dunque, il polpo deambula disponendo i tentacoli lateralmente in due gruppi di quattro. I primi anteriori sono curvati all’indietro in una sorta di disposizione “a baffo”. Sembra che siano proprio questi tentacoli anteriori a imprimere la maggior parte del movimento, facendo presa sul substrato e trascinando il polpo, proprio come avviene in un’automobile a trazione anteriore.

polpo che deambula

Il moto, ovviamente, è lento e il polpo usa questo metodo di deambulazione quando è in cerca di cibo e quando esplora una porzione di fondale: in sintesi, quando non ci sono pericoli in vista. Però, una murena potrebbe sempre arrivare per affondare i suoi denti acuminati nelle carni molli del polpo e, magari, amputargli un tentacolo. Incredibilmente, quest’ultimo caso sarebbe quello meno tragico, perché il polpo è in grado di rigenerare un tentacolo amputato.

murena

Osservare un polpo che tenta di sottrarsi all’attacco di una murena è un vero spettacolo: innanzitutto, il mollusco tende a gonfiarsi per dare l’impressione di essere più grande di quanto effettivamente sia e di mettere, così, in soggezione l’aggressore, poi assume una posizione particolare e cioè porta tutti i tentacoli all’indietro, formando una sorta di ombrello protettivo sul mantello, in cui sono contenti gli organi vitali. Assumendo questa posizione, il polpo mostra alla murena la superficie inferiore dei tentacoli ricca di ventose, che, per l’occasione, sono diventate dure e legnose e difficilmente possono essere lacerate dai denti del pesce.

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Sorge spontanea una domanda: com’è possibile che, privo di scheletro, il polpo possa assumere, a comando, una consistenza coriacea e dura? La risposta sta in una ennesima caratteristica che contraddistingue i cefalopodi in genere e il polpo in particolare: comprimendo il liquido interstiziale, il mollusco crea una pressione che indurisce l’intero suo corpo ed è come se si costruisse uno scheletro temporaneo, una sorta di “scheletro d’acqua”, che prende il nome di idroscheletro.

Continuiamo a osservare il polpo incalzato dalla murena: dopo avere assunto questa forma più o meno sferica, con le ventose rivolte verso l’aggressore, il polpo arretra con continuità: in pratica, cerca una tana in cui infilarsi e quando l’ha trovata, vi si trincera. Si dice che quando la tana è poco sicura e la murena continua a incalzare, è possibile che il polpo allunghi un tentacolo, glielo sventoli sotto il muso e la induca a troncarlo con un morso. Spesso ciò le basta: si accontenta del tentacolo e se ne va via con la sua preda in bocca.

polpo che si intana

Imbuto e idrogetto

Il secondo sistema di spostamento del polpo è decisamente più sofisticato e certamente, nell’iter evolutivo di questo mollusco, la capacità si sollevarsi dal fondo e di involarsi nel cielo liquido spinto da un getto d’acqua a pressione deve essere stata elaborata in epoche postume. Com’è fatto, dunque, l’idrogetto del polpo? Innanzitutto, l’organo di espulsione dell’acqua è il cosiddetto imbuto, una sorta di corto tubo di leggera forma tronco-conica. L’imbuto comunica con la cavità palleale dell’animale, cioè con l’interno del mantello, che è pieno d’acqua. Nel momento in cui si vuole azionare l’idrogetto, il mantello viene contratto fortemente e l’acqua, convogliata nell’imbuto, viene pompata all’esterno a pressione. A questo punto, il polpo assume un assetto idrostatico più o meno neutro, modificando ad hoc il volume del proprio corpo, si solleva dal fondo e, spinto dall’idrogetto, parte come un fuso, rastremando il mantello e raggruppando i tentacoli. La direzione di progressione non è obbligata, perché una serie di modificazioni della posizione dell’imbuto riesce a mutare il senso della spinta e dello spostamento.

polpo idrogetto
Il polpo usa questo sistema di locomozione sia quando vuole battersela alla chetichella sia quando vuole aggredire. In questo caso, sfrutta anche l’effetto sorpresa, poiché, dopo aver raggiunto dall’alto la perpendicolare della preda, le si lancia addosso e subito prima del contatto si apre a paracadute, dilatando al massimo le membrane intertentacolari. Ho visto spesso il polpo piombare su un granchio e vi assicuro che è davvero impossibile sfuggire a quell’abbraccio mortale. I tentacoli sono dotati di una forza incredibile (provate a staccarvi da un braccio un polpo di un solo chilogrammo e ve ne accorgerete!).

Se il polpo si trova in vicinanza della tana preferisce banchettare comodamente a casa propria, quindi vi trasporta la preda, che uccide poco prima di intanarsi, e poi se la va a sgranocchiare in tutta tranquillità.

 

La bocca e la saliva velenosa

La bocca del polpo è costituita da una sede circolare circondata da una membrana a guisa di labbro, da cui sporge un becco estroflettibile formato da due parti cornee, molto simile a quello di un pappagallo. I muscoli addetti al funzionamento di questo becco sono forti e funzionali, quindi i morsi del polpo sono ben efficaci, ma quelli della seppia lo sono ancora di più! L’uccisione della preda è pressoché immediata, poiché il polpo possiede delle ghiandole salivari che producono una sostanza velenosa. Per l’esattezza, il veleno svolge un’azione proteolitica, cioè provoca una degradazione immediata delle proteine, tra cui quelle demandate ai principali processi vitali, come quelle che intervengono nei potenziali di membrana e di azione delle cellule neurali. La morte della preda, dunque, è velocissima.

 

I cefalopodi con dieci tentacoli

Il polpo è un cefalopode con otto tentacoli e, in base a ciò, appartiene all’ordine degli ottopodi. La seppia e il calamaro, pur avendo uno schema anatomico a fisiologico molto simile a quello del polpo, sono dotati di dieci tentacoli (ordine dei decapodi), di cui otto sono uguali a quelli del polpo e due sono estensibili: normalmente, si trovano all’interno della massa cefalica, per essere estroflessi al momento di afferrare una preda. Questi due tentacoli, fortemente prensili, sono lisci e tubolari per tre quarti e più di lunghezza, ma presentano le estremità clavate (a forma di clava), con agglomerati di ventose disordinate e di dimensioni diverse.

Bioluminescent Cock-eye Squid  (Histioteuthis heteropsis)

Una differenza macroscopica con il polpo è la presenza del residuo di una conchiglia ancestrale, visibilissima e concreta nella seppia (il famoso osso di seppia) e sottile e addirittura trasparente nel calamaro (la “penna del calamaro”).

Sia nella seppia sia nel calamaro permane la stessa, straordinaria capacità di mimetizzazione grazie ai funzionalissimi cromatofori. Si può dire tranquillamente che le capacità mimetiche della seppia e del calamaro sono forse superiori rispetto a quelle del polpo: immaginate che il calamaro, all’occorrenza, riesce a diventare quasi trasparente e, magari, un attimo dopo, un fuso rosso fuoco o nero come l’inchiostro.

Seppia

Funzione dell’osso di seppia

L’osso di seppia è, sì, il residuo di un’antica conchiglia, ma è difficile che sia destinato a scomparire: i normali processi evolutivi, infatti, fanno scomparire ciò che diventa inutile (secondo la “legge dell’uso e del disuso” di Lamarck), ma l’osso di seppia ha funzioni ben precise. In pratica, è un organo regolatore di assetto idrostatico a pareti rigide. Funziona un po’ come la vescica natatoria dei pesci, ma mentre questa aumenta e diminuisce il suo volume dilatandosi e contraendosi, l’osso di seppia compie praticamente lo stesso servizio, poiché fa variare il lume di una serie di minuscole cellette rigide. Spieghiamoci meglio. Innanzitutto, l’osso di seppia costituisce all’incirca il 10% del volume corporeo del mollusco e la sua densità varia dallo 0.570 allo 0.630 kg/lt. Poiché il resto del corpo della seppia ha una densità di 1.067 kg/lt, complessivamente la seppia ha una densità di 1.026 kg/lt, che le consente di galleggiare. Ma qual è il funzionamento dell’osso di seppia come regolatore di assetto idrostatico? L’osso di seppia è rivestito da una membrana calcificata che lascia scoperta la superficie postventrale. Questa è costituita da diverse serie di cellette, il cui volume è occupato per un terzo da un liquido simile all’acqua (come composizione) e per due terzi da azoto più una piccola parte di ossigeno e anidride carbonica. In ogni caso, la pressione del gas è sempre minore della pressione idrostatica ambiente in relazione alla profondità. Il galleggiamento della seppia dipende dal rapporto tra i gas e il liquido all’interno delle cellette: entrando più liquido, la densità della seppia aumenta ed essa tende ad affondare, penetrando, invece, gas, la densità diminuisce e la seppia tende a galleggiare. L’entrata di gas viene reso possibile da un processo mediato da pompe ioniche, che, ovviamente, esula dal nostro discorso per la sua complessità.

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Dott. Adriano Madonna, Biologo Marino, ECLab Laboratorio di Endocrinologia Comparata, Università degli Studi di Napoli “Federico II”


Bibliografia

C. Agnisola, Fisiologia degli organismi marini, Università di Napoli Federico II;
A. Poli, Fisiologia degli animali, Zanichelli;
C. Motta, Organismi marini, Università di Napoli Federico II;
G. Ciarcia e G. Guerriero, Lezioni di zoologia, Università di Napoli Federico II;
L.G. Mitchell, J.A. Mutchmor, W.D. Dolphin, Zoologia, Zanichelli;
Schmidt-Nielson, Why is animal size so important?, New York, Cambridge University Press 1984.

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  [Cephalopoda (2)  – Fine]

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